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Oceania, perché il live action Disney è diverso dagli altri remake

  • Postato il 12 luglio 2026
  • Di Panorama
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  • 9 min di lettura
Oceania, perché il live action Disney è diverso dagli altri remake

Un classico può diventare davvero “classico” dopo appena dieci anni? La domanda accompagna inevitabilmente l’arrivo del live action di Oceania. Il film d’animazione del 2016 non appartiene infatti a un passato lontano da riscoprire, ma continua a vivere nel presente: è ancora tra i titoli Disney più visti in streaming, le sue canzoni vengono cantate nelle scuole e nei musical, mentre Vaiana è ormai una delle protagoniste più amate della nuova generazione di principesse Disney. Per questo il rischio di un’operazione puramente nostalgica era forse più alto che in qualsiasi altro remake dello studio.

Eppure, dopo aver incontrato su Zoom Lin-Manuel Miranda, il regista Thomas Kail e la protagonista Catherine Lagaʻaia durante le conferenze stampa internazionali organizzate dai Golden Globes, la sensazione è che il film provi a percorrere una strada diversa. Nessuno dei tre sembra interessato a raccontare il live action come una semplice riproduzione dell’originale. Al contrario, tutti insistono sullo stesso concetto: trasformare una storia già amata in un’esperienza nuova, più fisica, più umana e soprattutto più autentica nella rappresentazione delle culture del Pacifico.

La parola “autenticità” torna continuamente nelle loro risposte. È autenticità musicale, culturale, emotiva. È il motivo per cui Disney ha costruito un intero villaggio anziché affidarsi soltanto agli effetti digitali, ha coinvolto consulenti culturali durante tutta la produzione e ha scelto un’attrice australiana di origini samoane dopo un casting internazionale da oltre 32 mila candidature. Ed è anche la ragione per cui Lin-Manuel Miranda, autore delle canzoni originali, ha accettato di tornare in un universo musicale che sembrava già completo.

Lin-Manuel Miranda: «Non volevo aggiungere canzoni soltanto per aggiungerle»

Se esiste un elemento che ha contribuito a trasformare Oceania in un fenomeno culturale, quello è senza dubbio la sua colonna sonora. Brani come How Far I’ll Go, You’re Welcome, We Know the Way e I Am Moana hanno superato i confini del film, diventando parte dell’immaginario collettivo di milioni di famiglie. Tornare a scrivere musica per questa storia significava quindi confrontarsi con un patrimonio già consolidato.

Alla nostra domanda su quale fosse stata la sfida creativa più grande nel rimettere mano a un universo musicale così amato e su cosa il pubblico potesse aspettarsi dalla nuova colonna sonora, Miranda sorride prima di rispondere. La sua prima considerazione non riguarda la nuova canzone, ma il lavoro fatto sull’intera partitura.

«Mark Mancina ha affrontato questo progetto come se fosse un film completamente nuovo», ci spiega. «La colonna sonora che accompagna queste immagini è più piena, più profonda. Credo semplicemente che siamo tutti un po’ più bravi nel nostro lavoro rispetto a dieci anni fa». 

È una risposta che racconta bene l’approccio della produzione. Nessuno ha voluto limitarsi a riproporre le orchestrazioni originali. La musica è stata ripensata per adattarsi alla fisicità degli attori, alle nuove ambientazioni e a un racconto che, pur seguendo la stessa storia, vive attraverso corpi reali e non più attraverso l’animazione.

Miranda tiene però a sottolineare che il cuore sonoro di Oceania continua ad avere un nome preciso: Opetaia Foaʻi.

«Ogni volta che sento la sua voce, sia nel momento degli antenati di We Know the Way sia quando vediamo il villaggio, è lui che ci riporta immediatamente in quel luogo. È ciò che radica Oceania nella sua parte di mondo.»

Non è un dettaglio. Per Miranda, la musica nasce sempre dalla cultura prima ancora che dalla melodia. Lo racconta spiegando che il suo metodo di lavoro si fonda su due strumenti: ricerca ed empatia. Prima studia le tradizioni, poi cerca di mettersi nei panni dei personaggi. È così che sono nate anche le vanterie di Maui in You’re Welcome: non invenzioni casuali, ma riferimenti diretti ai miti delle isole del Pacifico tramandati in forme diverse da arcipelago ad arcipelago. 

Perché esiste una sola nuova canzone

Chi si aspettava un’intera colonna sonora inedita resterà probabilmente sorpreso. Miranda racconta infatti di aver posto una condizione molto precisa fin dall’inizio.

«Non volevo aggiungere canzoni soltanto per aggiungerle.»

Il compositore ricorda di aver detto scherzosamente a Thomas Kail che il suo unico consiglio da produttore era un altro: fare un film sotto le due ore, perché «i bambini hanno una vescica». Dietro la battuta si nasconde però una filosofia precisa: ogni elemento nuovo doveva essere davvero necessario. 

La svolta è arrivata durante una telefonata con il regista. Kail gli fece notare che il live action aveva una caratteristica unica: riuniva due Vaiana. Da una parte Auliʻi Cravalho, storica voce del film animato e oggi produttrice; dall’altra Catherine Lagaʻaia, chiamata a darle un volto.

«Tommy mi disse: “E se ci fosse una conversazione tra le uniche due donne al mondo che sanno davvero cosa significa essere Vaiana?”. Gli risposi: “Chiudi la telefonata. Ti richiamo tra una settimana”.»

Sette giorni dopo era nata Along the Way

Catherine Lagaʻaia: «Ho capito davvero quanto coraggio serva a Vaiana»

Se la musica rappresenta il legame con il passato, Catherine Lagaʻaia è il volto del futuro di Oceania. Quando ci colleghiamo con lei su Zoom appare sorridente, spontanea e ancora incredibilmente genuina, nonostante stia ormai affrontando un tour promozionale mondiale.

La sua storia sembra uscita da una favola Disney.

Aveva nove anni quando vide Oceania per la prima volta. Come milioni di bambine della sua generazione, è cresciuta con Vaiana. Non immaginava certo che qualche anno dopo sarebbe stata proprio lei a interpretarla.

Il casting era aperto a tutti. Più di 32 mila candidature. Lei e alcune delle sue sorelle decisero di provarci, registrando semplicemente una versione di How Far I’ll Go. Da quel momento arrivarono nuovi provini, scene, canzoni, incontri su Zoom con Thomas Kail e il team casting, fino all’audizione finale di New York. 

Thomas Kail ricorda ancora perfettamente quel primo video.

«Quando cerchi Vaiana, vuoi credere che sia là fuori da qualche parte. In Catherine ho percepito quella qualità nei primi dieci secondi. Poi ogni audizione successiva non ha fatto altro che confermarlo. Quando ci siamo ritrovati nella stessa stanza a New York abbiamo capito che potevamo finalmente fare il film.» 

Per la giovane attrice, però, la vera scoperta è arrivata durante le riprese.

«Quando guardi il film animato non realizzi davvero quanto coraggio serva per salire da sola su una barca, attraversare l’oceano e andare a cercare un semidio. Vivere almeno in parte quell’esperienza mi ha fatto capire che Vaiana deve essere disposta a credere in sé stessa anche quando nessun altro lo fa.» 

Dwayne Johnson e quel “villaggio” che l’ha fatta crescere

Essere protagonista di un blockbuster Disney al primo film avrebbe potuto schiacciarla. Invece Lagaʻaia racconta di non essersi mai sentita davvero sola.

«Avevo alle spalle un villaggio», dice, usando volutamente la stessa immagine che attraversa il film.

Quel villaggio era formato da Thomas Kail, da Dwayne Johnson e dall’intera troupe.

Dell’attore che interpreta Maui parla con sincera ammirazione. Più che un semplice collega, è stato un modello da osservare continuamente.

«Guardavo come si comportava con tutti sul set, come parlava alle persone, come affrontava il lavoro. Sentivo che il peso del film non era soltanto sulle mie spalle: era condiviso tra me, Tommy e Dwayne.» 

Anche Lin-Manuel Miranda sottolinea quanto lavoro ci sia stato dietro quella naturalezza.

«Ha dovuto imparare a navigare, combattere, sostenere numeri musicali complessi. Interpretare Vaiana forse le è venuto naturale. Tutto il resto era incredibilmente difficile e lo ha affrontato con una dignità e una grazia straordinarie.» 

La nostra domanda a Thomas Kail: «Non volevamo migliorare il film del 2016»

L’altra grande questione riguarda inevitabilmente il senso stesso del progetto.

Perché rifare un film ancora così presente?

Alla nostra domanda su come abbia trovato l’equilibrio tra il rispetto dell’originale e la necessità di offrire qualcosa di nuovo, Thomas Kail risponde senza esitazioni.

«È stata una delle domande centrali che ci siamo posti fin dall’inizio della pre-produzione.»

Il regista spiega che il semplice passaggio dall’animazione agli attori in carne e ossa cambia completamente la natura della narrazione.

«Quando hai due persone reali che si guardano negli occhi e condividono una scena succede qualcosa di chimicamente diverso. Quella connessione rende automaticamente questa versione distinta dall’originale.»

Kail insiste su un punto. «Il film del 2016 non aveva bisogno di essere corretto o migliorato. Dovevamo fidarci del suo spirito, dei personaggi e della storia. Il nostro compito era trovare nuove interpretazioni, nuove scene e nuovi modi di vivere quelle emozioni.» 

È una visione che nasce direttamente dalla sua esperienza teatrale.

«Le grandi storie vengono continuamente reinterpretate. È proprio questo che le mantiene vive.»

Un oceano vero

Uno degli aspetti più sorprendenti raccontati dal regista riguarda le riprese.

Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, molte sequenze sono state realizzate realmente in mare.

La canoa utilizzata nel film è stata portata al largo delle Hawaii, a circa un miglio dalla costa, per girare le grandi inquadrature panoramiche. Le altre scene sono state realizzate in enormi vasche d’acqua, abbastanza profonde da ricreare davvero il movimento dell’oceano.

«Qualunque volta fosse possibile volevamo che Catherine sentisse davvero l’acqua.»

Perfino durante la sequenza della tempesta erano presenti ex Navy SEAL sott’acqua per garantire la sicurezza degli attori mentre affrontavano onde e stunt. 

Perché questo live action ha una ragione di esistere

La risposta più interessante arriva però proprio da Lin-Manuel Miranda quando gli viene chiesto perché rifare Oceania così presto.

«Questa è esattamente la ragione per cui questo film esiste», risponde.

Per lui la differenza tra animazione e live action non riguarda la tecnologia. Riguarda le persone.

«C’è una differenza enorme tra rappresentare una cultura attraverso un film animato e vedere centinaia di persone appartenenti a quella cultura raccontarla sullo schermo con orgoglio. Abbiamo lavorato con il Cultural Trust per assicurarci che ogni tessuto, ogni struttura e ogni dettaglio fossero autentici, così che le comunità del Pacifico potessero guardare il film e dire: “Sì, è giusto”.» 

Ed è probabilmente questa la chiave con cui leggere il nuovo Oceania. Più che sostituire il film del 2016, il live action prova ad affiancarlo, offrendo qualcosa che l’animazione non poteva fare: mostrare quella storia attraverso i volti, i corpi e le tradizioni di chi appartiene davvero al mondo che l’ha ispirata. È una sfida rischiosa, perché confrontarsi con un classico tanto recente significa inevitabilmente misurarsi con aspettative altissime. Ma ascoltando i suoi protagonisti, si ha la sensazione che l’obiettivo non sia stato quello di rifare Oceania: piuttosto, trovare un nuovo modo di salpare verso lo stesso orizzonte.

Autore
Panorama

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