Nuove centrali e tecnologia affidabile. La rotta per il nucleare secondo Tabarelli
- Postato il 24 settembre 2026
- Economia
- Di Formiche
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L’Italia sta davvero per tornare al nucleare? Si sa, nello Stivale nulla è mai facile, nulla è mai scontato. Ma è certo che le ultime 48 ore hanno impresso alla traiettoria verso l’atomo un’accelerazione molto, molto forte. I fatti raccontano di un Paese che compra l’80% dell’energia all’estero, che è esposto come pochi in Europa alle fluttuazioni di gas e petrolio e annessi shock. E dove i costi in bolletta finali sono la sintesi di tante voci. Se poi in mezzo ci si mette anche una certa schizofrenia europea, si veda il meccanismo Ets, allora va da sé che chi si fabbrica l’elettricità in casa è quello che vince.
In queste ore il Senato ha approvato in via definitiva il disegno di legge sul nucleare. Il provvedimento delega il governo ad adottare entro un anno una disciplina organica del ciclo di vita dell’energia nucleare, per favorire la decarbonizzazione, la sicurezza e l’indipendenza energetica, conferendo a Palazzo Chigi i poteri per disciplinare in modo organico l’introduzione del nucleare sostenibile nel sistema energetico nazionale, adottando uno o più decreti attuativi entro dodici mesi dalla entrata in vigore del provvedimento. Ora, rientrano nel perimetro della delega anche la disattivazione e lo smantellamento delle installazioni nucleari esistenti, la disciplina del combustibile nucleare, degli impianti di stoccaggio e smaltimento definitivo di rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito.
Più nel dettaglio la legge definisce il quadro entro il quale potranno essere valutati in futuro singoli progetti, quindi non autorizza oggi la costruzione di una centrale. E non viene scelta oggi una tecnologia, con i relativi costi. Il principio è quello della neutralità tecnologica: saranno i decreti a stabilire quali tecnologie potranno essere utilizzate sulla base di maturità, sicurezza e sostenibilità. E non individua i siti delle future centrali, la cui localizzazione avverrà sulla base di criteri tecnici, ambientali e territoriali. Eppure, dice a Formiche.net il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, la sensazione che sia stato compiuto un grande passo, c’è.
“L’approvazione della delega sul nucleare è una bella sterzata, una bella accelerazione, ma certo per arrivare al nucleare la strada è ancora lunga. Certo, sono state date delle date, si parla di 10-15 anni. Ma onestamente mi sembra un orizzonte troppo cautelativo”, spiega Tabarelli. “In Cina ci vogliono quattro anni per fare una centrale, in Slovacchia anche”. Tabarelli sposta poi l’attenzione sulla tecnologia al servizio del nucleare italiano. La quale è in uno stato di avanzamento decisamente buono. “Stiamo parlando di una tecnologia matura, le piccole centrali che sorgerebbero in Italia sono in realtà le prime a essere state realizzate, fin da dopo la guerra. La tecnologia è conosciuta, l’abbiamo già sperimentata. Di sicuro le centrali saranno nuove, non verranno ripristinate quelle degli anni settanta e ottanta, diciamo vetuste. Nuove centrali per una tecnologia aggiornata che ben conosciamo”.
E che dire del fattore consenso? Con ogni probabilità, ci sarà un referendum prima di accendere il primo reattore. Più che una probabilità secondo Tabarelli, “una certezza. Dovremmo ricordarci però che oggi il 15% dell’energia elettrica è comprata dalla Francia ed è dunque prodotta dall’atomo. Certo, l’Italia non può certo puntare a essere la Francia da questo punto di vista, che con 56 reattori copre circa due terzi della produzione nazionale attraverso il nucleare, ma nel Piano nazionale integrato energia e clima si parlava inizialmente di un 5% di energia elettrica da nucleare in Italia entro il 2040. Il dato finale poi potrebbe essere anche maggiore, ma una cosa a mio avviso è certa: di fronte al cambiamento climatico, il nucleare è l’unica soluzione”. E poi, “non dimentichiamoci che siamo il Paese di Enrico Fermi, questa è una contraddizione: abbiamo avuto Fermi e magari alla fine non vogliamo più tornare al nucleare”.
Insomma, “non illudiamoci, il referendum sarà una prova difficilissima, certa realtà in Italia è stata sempre molto romanzata, a cominciare dall’opposizione ambientale. Ma ricordiamoci che l’Italia ha bisogno di elettricità, c’è il cambiamento climatico e dunque ci serve l’atomo. L’Italia ha deciso di rinunciare all’energia nucleare nell’86, dopo aver realizzato quattro centrali che garantivano circa il 4% del fabbisogno energetico nazionale. Io credo che il nodo principale oggi sia questo: molte persone hanno paura, nonostante il nucleare, come confermano moltissimi dati, a partire da quelli dell’Organizzazione mondiale della sanità, si conferma ad oggi tra le fonti di produzione elettrica primaria che causa in assoluto meno morti”. Va bene, ma nel mentre? Si continuerà a ballare con le varie crisi figlie della chiusura di Hormuz? “Direi di sì, soffriremo, la crisi finirà e forse i prezzi scenderanno. Ma non cambierà l’assetto italiano, con il Paese che compra elettricità all’ingrosso, esposta come è all’andamento del mercato. Se e quando il nucleare in Italia arriverà, però, allora si che cambieranno le cose”.