Nucleare, gli esperti: “Quella italiana? Opzione inconsistente. Perdiamo occasioni per lo sviluppo industriale ed economico”

  • Postato il 4 marzo 2026
  • Ambiente
  • Di Il Fatto Quotidiano
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L’attacco all’Iran è totalmente illegale sul piano del diritto internazionale. Ma dimostra come il nucleare sia un Giano bifronte, ovvero come sia impossibile scindere la parte civile da quella militare. Questo vale per gli Stati Uniti, per la Francia, la Russia e anche per la Cina, che ha un armamento minore: lo sviluppo dell’industria civile nucleare è necessario per costruire gli arsenali atomici”. Ci tiene anzitutto a chiarire il legame tra nucleare a scopi civili e militari Giuseppe Onufrio, già direttore di Greenpeace Italia, autore, con Gianni Silvestrini, del libro (in uscita il 4 marzo), “L’illusione del nucleare e la rivoluzione delle rinnovabili” (Edizioni Ambiente). Entrambi gli autori sottolineano con forza, inoltre, come il nucleare sia una tecnologia obsoleta, costosissima e parzialmente insicura: “Vale per qualunque tecnologia”, prosegue Onufrio. “Se non si riescono a sostituire gli impianti, ebbene, quella è la fotografia di un sistema che muore. E se non sta declinando definitivamente, nonostante sia una tecnologia fuori mercato, è solo perché, come dicevo, la si vuole tenere in vita anche per scopi militari”.

Si parla oggi tuttavia, moltissimo, di piccoli impianti modulari.

Onufrio. È un nonsense. Se gli impianti grandi producono elettricità fuori mercato, a maggior ragione saranno fuori mercato quelli piccoli. Questi progetti raccolgono soldi sulla carta, si aprono start up, ma al momento non esiste uno solo di questi SMR in nessun Paese occidentale e nemmeno come prototipo.

Veniamo alle rinnovabili. In che senso sono una rivoluzione?

Silvestrini. Anno dopo anno, aumentano la loro quota e, cosa importante, riusciranno a ridurre le bollette a fronte di una loro forte crescita perché il prezzo marginale non verrebbe più calcolato sul gas. Le rinnovabili crescono ovunque, in Ungheria come in Vietnam e Pakistan perché il fotovoltaico è così economico da riuscire a spiazzare i fossili. È una tendenza che neanche Trump riesce a rallentare. Secondo la U.S. Energy Information Administration nel 2026 solo il 7% della nuova potenza deriverà dai fossili, a fronte di una forte avanzata di rinnovabili e batterie.

Danimarca, Germania, California e Australia meridionale sono Paesi che possono concretamente raggiungere gli obiettivi di neutralità climatica. Ma perché ciò accada abbiamo bisogno anche dell’idrogeno?

Silvestrini. Questo è un punto importante. Per arrivare al 60% o all’80% di elettricità rinnovabile servono certamente i metodi tradizionali di stoccaggio (con migliaia di batterie piccole o con impianti di batterie di grande scala). Ma se parliamo di livelli elevati, l’intermittenza del sole e del vento si affronterà con l’idrogeno, che oggi cresce molto lentamente. Ma, nel 2035-2050 sarà invece centrale per arrivare al 100% di elettricità rinnovabile.

Con l’elettrificazione dei trasporti e del riscaldamento aumenta la richiesta di elettricità. Riusciremo a coprirla?

Onufrio. Aumenterà sicuramente, addirittura negli scenari fatti dal governo italiano è previsto un raddoppio al 2050, tra auto elettriche e pompe di calore. Ma bisogna spiegare chiaramente che mentre aumentano i consumi elettrici diminuiscono i consumi energetici totali. Basti pensare che l’auto elettrica consuma un terzo circa dell’energia di un’auto normale.

Parliamo di stabilità delle reti e di stoccaggio.

Silvestrini. La sfida dei prossimi anni sarà certamente sia sul fronte dei sistemi di accumulo e sul potenziamento delle reti, che serviranno per gestire la transizione fino all’idrogeno. Ma abbiamo ancora almeno quindici anni di fronte e i prezzi stanno scendendo rapidamente.

Qual è, ad oggi, lo scenario italiano?

Silvestrini. Purtroppo è uno scenario di retroguardia sia sul fronte della mobilità elettrica – siamo al 6% delle vendite contro il 15-25% dei Paesi del centro-nord – che sulle rinnovabili. È inutile fare un decreto bollette se non si aumentano le rinnovabili, perché è solo facendole crescere che si può ridurre il costo, come ha fatto al Spagna. Le poche cose che fa questo governo le fa solo perché obbligato dall’Europa, ma al tempo stesso cerca di mettere in discussione anche gli obiettivi europei, come la legislazione ETS o lo stop all’auto endotermica. La miopia non è solo del governo ma anche di aziende come Stellantis, che non comprendono che la direzione delle rinnovabili e della mobilità elettrica è un fiume che nessuno può fermare. Presto saremo invasi di auto elettriche cinesi a basso costo.

L’Italia sta seguendo gli Stati Uniti?

Onufrio. In realtà non è neanche così. Nel libro analizziamo il caso della California e del Texas. I due Stati – a guida politica opposta – stanno gareggiando rispetto al tema della transizione. Inoltre, anche se Trump, alfiere del vecchio, sta cercando di bloccare eolico e solare, non ci riesce, almeno non del tutto, perché per fortuna negli Stati Uniti le politiche energetiche le fanno gli Stati e ci sono giudici che bloccano i decreti anti-rinnovabili. Da noi invece tutti i governi – chi più chi meno – si sono allineati sugli interessi di chi ci vende gas e petrolio, a partire da Eni. Oggi in Italia noi abbiamo il 45% dell’elettricità fatto con il fossile: potremmo rapidamente farlo scendere al 10% con le tecnologie esistenti. Che non lo si faccia è grave e incomprensibile.

È chiaro, comunque, che nucleare e rinnovabili non possono essere complementari, come il governo invece sostiene.

Onufrio. No, e lo si vede già in alcuni casi riportati nel libro. Gli impianti nucleari non possono variare rapidamente la potenza, anche per una questione di sicurezza. Lo sviluppo delle batterie industriali eliminerà il problema di integrare fonti come eolico e solare.

Qual è il messaggio conclusivo del libro?

Silvestrini. Vorremmo chiarire come il nucleare sia una opzione assolutamente inconsistente. E spiegare che perseguirla significa perdere occasioni importanti per lo sviluppo industriale ed economico del Paese. È una mancanza di visione, che risente, ovviamente, anche delle pressioni delle lobby.

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Il Fatto Quotidiano

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