Non si educa più. E i gesti estremi ne sono il sintomo
- Postato il 29 marzo 2026
- Cultura
- Di Libero Quotidiano
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Non si educa più. E i gesti estremi ne sono il sintomo
C’è un gesto che più di altri segna il punto di rottura di una società: quello in cui la violenza irrompe là dove dovrebbe regnare la fiducia. L’accoltellamento nei giorni scorsi di una professoressa da parte di uno studente tredicenne a Trescore Balneario (in provincia di Bergamo) non è soltanto un fatto di cronaca nera. È un sintomo. Grave, certo, ma soprattutto rivelatore. Non è solo la violenza del gesto a colpire, ma anche il luogo in cui è avvenuto: una scuola, cioè lo spazio in cui si dovrebbe educare al limite e alla convivenza. Sarebbe troppo facile, e forse anche rassicurante, confinare l’episodio nella categoria dell’eccezione: “un ragazzo problematico”, “un raptus”, “una deviazione individuale”. Ma così facendo si perderebbe di vista il quadro più ampio, quello in cui racchiudere non il singolo, bensì il contesto che lo ha reso possibile. Perché ogni atto estremo nasce in un terreno che lo prepara, lo tollera o lo banalizza. Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una progressiva erosione dell’autorità tradizionale.
Non si tratta di nostalgia, ma di una constatazione: famiglia, scuola e istituzioni hanno perso gran parte della loro capacità normativa. Non sono più riconosciute come fonti legittime di orientamento, ma sono percepite come strutture deboli, negoziabili, talvolta irrilevanti. In famiglia la figura genitoriale è passata da autorità a facilitatrice. Il timore di imporre limiti — per paura di perdere il rapporto o di non essere “amici” dei propri figli — ha prodotto una generazione cresciuta senza un chiaro senso del confine. E senza confini, non si sviluppa responsabilità. La libertà, quando non è incardinata in regole condivise, si trasforma facilmente in arbitrio. La scuola vive una crisi analoga. L’insegnante non è più, agli occhi di molti studenti, una figura da rispettare in quanto tale. Il suo ruolo è continuamente messo in discussione, spesso delegittimato da famiglie iperprotettive o da un sistema che, nel tentativo di essere inclusivo, finisce per essere remissivo. A tutto ciò si aggiunge una cultura che ha reso sospetta la parola “autorità”, quasi fosse sinonimo di abuso.
Ma una società senza autorità non diventa più libera: diventa più fragile. Perché quando scompare il riconoscimento dei ruoli, resta solo il rapporto di forza. Il gesto dello studente tredicenne, per quanto estremo e da condannare senza esitazioni, si colloca dentro questo vuoto. Un vuoto normativo e simbolico, in cui il conflitto non trova più mediazioni e la frustrazione non incontra argini. Serve una ridefinizione dell’autorità: ferma senza essere oppressiva, autorevole senza essere distante, capace di dire dei “no” che abbiano senso. Perché educare significa introdurre alla realtà. E la realtà è fatta di limiti, regole, responsabilità. Senza questi elementi, non si costruisce libertà. La domanda, allora, è semplice e scomoda: abbiamo davvero abolito l’autorità per essere più liberi, o solo per non assumerci più il peso di educare? Perché quando nessuno educa più, qualcuno - prima o poi - colpisce.
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