Non sarà un boom, ma l’Italia non è il malato d’Europa. L’analisi di Polillo
- Postato il 1 agosto 2026
- Economia
- Di Formiche
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Qualcuno resterà deluso. Nel secondo trimestre dell’anno il Pil italiano, secondo i dati provvisori dell’Istat dovrebbe essere cresciuto dello 0,2% su base congiunturale e dell’1% nei confronti dello stesso periodo dello scorso anno. Conseguenze di queste dinamiche: la variazione acquisita per il 2026, corretta per gli effetti di calendario, è pari allo 0,8%. Che è una percentuale superiore a quella circolata nelle ultime stime. La stessa Banca d’Italia, nel suo ultimo bollettino economico, aveva previsto un rialzo dello 0,6%, a fine anno. Uno 0,1% in più rispetto alle precedenti stime.
Quindi, nonostante il fragore delle bombe, a due passi da casa, l’economia italiana si è dimostrata resiliente. Per la verità non la sola a livello europeo. I dati forniti da Euro News offrono l’immagine di un Europa a diverse velocità. In testa alla classifica è l’Irlanda con un tasso di crescita congiunturale addirittura esagerato: 1,7%. Ma quella crescita, si sa, è soprattutto frutto di un’illusione ottica: conseguenza della presenza massiccia di società multinazionali, che vi preferiscono contabilizzare i loro profitti miliardari.
Nel mezzo si trovano gli iberici: non solo la Spagna, ma anche il Portogallo che sono cresciuti rispettivamente dello 0,7 e dello 0,8%. Spiegarne le ragioni è più complicato. Il punto di forza della Spagna è soprattutto la crescita del terziario: settore turistico e dei servizi. Dalla sua ha anche un mercato del lavoro, caratterizzato da un forte tasso di disoccupazione (quasi il 10% circa il doppio di quello italiano che a giugno è risultato essere pari al 5,7%). L’esistenza di questo “esercito di riserva” ha contribuito a contenere i salari, mentre la produttività cresceva in modo consistente. Nel 2013 il tasso di disoccupazione della Spagna era del 26,1% e del Portogallo del 17,2. In poco più di dieci anni la disoccupazione, nonostante un forte flusso di immigrazione regolare, si è dimezzata nel primo caso. È divenuta pari a quella italiana nel secondo. Un ruolo chiave l’ha avuto la politica energetica (solare e nucleare). E oggi Spagna e Portogallo vantano i costi energetici più bassi dell’eurozona.
Tra gli umani, nel senso delle più normali economie del continente, in testa sono un gruppo di Paesi (Lituania, Svezia e Finlandia) che presentano un tasso di crescita compreso tra lo 0,9 (Finlandia) e l’1,7% (Lituania). Un piccolo miracolo che si deve almeno a due componenti: il recupero degli andamenti negativi del primo semestre; il forte aumento delle spese militari. La loro vicinanza all’orso siberiano li ha spinti a mobilitare al massimo le risorse per la propria difesa. Fosse così, sarebbe la prova provata che fabbricare cannoni, comporta anche un aumento della produzione di burro. Nonostante il parere contrario di tanti pacifisti italiani.
Al di sotto della crescita media europea, pari allo 0,5%, sono risultati Paesi come la Repubblica Ceca, l’Estonia, l’Ungheria ed i Paesi Bassi, con un ritmo di crescita pari allo O,4%. Che hanno bissato la media dell’eurozona. Totalmente distaccati invece i Paesi maggiori (Italia, Francia e Germania) che crescono tutti tre dello 0,2%. Austria e Belgio presentano infine un encefalogramma piatto, con una crescita pari a zero.
Che significato dare a questi diversi risultati? L’elemento che unisce situazioni diverse è l’esistenza di uno shock simmetrico, legato all’evolversi della situazione internazionale. Quella che doveva essere una guerra locale, al massimo regionale, tra l’Iran ed Israele si è via via trasformata in un conflitto sempre più largo, coinvolgendo in modo diretto (Stati Uniti) o mascherato (Russia e Cina) le grandi potenze mondiali. Alla luce di queste osservazioni le accuse dell’opposizione nei confronti del Governo italiano appaiono quanto meno ingenerose. Innanzitutto perché, contrariamente a quanto si dice, il Paese non è fermo. Quindi perché l’eventuale crisi, sotto forma di una crescita modesta, riguarda il cuore dell’Europa. I cui principali Paesi (Francia, Italia e Germania) sembrano essere “travolti da un insolito destino” per dirla con di Lina Wertmüller.
Se si guarda poi oltre la sola asticella della crescita del Pil, la situazione italiana è tutt’altro che disprezzabile. Sul fronte delle esportazioni ha conquistato il quarto posto, superando il Giappone e la Corea del Sud. In una fase di rallentamento degli scambi commerciali. Segno evidente, checché se ne dica, di una crescita della produttività che le statistiche internazionali non riescono a catturare. Ma che tuttavia è ben presente. Se mancasse, infatti, quel forte attivo della bilancia commerciale si sarebbe da tempo esaurito. Ed invece così non è stato, nonostante il contrarsi del commercio internazionale, la follia dei dazi di Donald Trump, il moltiplicarsi dei costi dell’energia, delle assicurazioni e più in generale della logistica, quale riflesso più immediato e diretto dei venti di guerra.
L’ultimo bollettino della Banca d’Italia, commentando l’evoluzione congiunturale del Paese, ha dovuto riconoscere che “la posizione netta sull’estero è rimasta pressoché invariata. Alla fine di marzo la posizione netta sull’estero era creditoria per 351 miliardi di euro, pari al 15,5 per cento del PIL, sostanzialmente stabile rispetto alla fine del 2025”. Siamo un Paese più che generoso. Finanziamo l’estero, quando quei capitali servirebbero come il pane per gli investimenti interni. A partire dal comparto energetico i cui maggiori costi penalizzano famiglie ed imprese. L’esatto contrario di quanto avviene in Spagna, che ha una posizione debitoria netta nei confronti dell’estero pari al 42,7% del Pil (842 miliardi di euro), ma un’economia, che, come abbiamo visto, tira come un treno. In Italia ci sarà qualcuno che, prima o poi, vorrà occuparsi del problema?