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Non demonizziamo il mezzo

  • Postato il 29 aprile 2026
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  • Di Il Vostro Giornale
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Non demonizziamo il mezzo

“Così l’individuo si fa esitante e insicuro e non può più credere in sé: sprofonda in se stesso, nell’interiorità, ossia, in questo caso, nel caotico ammasso delle nozioni apprese che non operano all’esterno, dell’erudizione che non diventa vita. Se ci si sofferma sull’esteriore, si osserva come l’espulsione degli istituti tramite la storia abbia tramutato gli uomini quasi in pure astrazioni e ombre: nessuno osa più arrischiare la propria persona, ma ognuno si maschera da persona colta, da dotto, poeta, politico. Se si afferrano tali maschere, con l’idea che si abbia a che fare con qualcosa di serio e non solo con un gioco di marionette — poiché tutti simulano serietà — ci si ritrova all’improvviso tra le mani cenci e toppe variopinte”. È quanto scrive F. W. Nietzsche in Sull’utilità e il danno della storia per la vita (Considerazioni inattuali II, 1874). Senza nessuna pretesa filologica e nemmeno esegetica, vorrei utilizzare molto liberamente la prospettiva “altra” offerta dal filosofo per alcune “Considerazioni attualissime”. Mi sembra interessante, sempre in questa fase introduttiva, sottolineare che pochi anni dopo uscirà Umano troppo umano, testo nel quale viene individuata la svolta illuminista di Nietzsche che, a mio modo di vedere, porta a compimento alcune premesse concettuali che è bene riconoscere già in queste righe e che proveremo a utilizzare per osservare la crisi dei nostri tempi con gli occhi antichi del filosofo che, in realtà, già allora osservavano profondamente il futuro che ancora oggi rischiamo di non vedere. Ma andiamo per ordine. L’uomo che non può più confidare in se stesso è il bambino di oggi, l’adulto del prossimo futuro, perché non ha avuto modo di imparare a “vivere la vita” essendo intrappolato nella virtualità nella quale è stato gettato, per dirla con Heidegger. Quante volte abbiamo ammonito i nostri giovani perché non leggono, non memorizzano, non affrontano la realtà e divengono fragili e spesso vittime della loro inadeguatezza alla vita? Li abbiamo osservati prigionieri nel perimetro asfittico dello spazio virtuale apparentemente illimitato e atemporale, quello che è definito dal’insignificante distanza tra i loro occhi e le loro mani che mantengono il cellulare. In questo modo, però, rischiamo di cadere nell’errore platonico di demonizzare il mezzo, anche il maestro greco, infatti, denunciava i pericoli della scrittura che, a suo dire, avrebbe generato uomini privi di memoria, incapaci alla vera conoscenza e bellezza, mentre il tempo lo ha smentito regalandoci la letteratura di Dante e Dostoevskij.

Il nostro errore, perdonabile se paragonato al medesimo incidente occorso a cotanta sapienza, è quello di demonizzare un mezzo che, forse è pleonastico ma lo sottolineo, non è stato realizzato dal demonio, ma dalla tecnologia sempre più acuminata prodotta dall’ingegno umano. Le parole di Nietzsche, va detto, sembrano profetiche, oggi stiamo dando vita a una generazione “esitante e insicura”, poiché fondata sull’arrogante sicumera di conoscenze raccattate, “caotico ammasso delle nozioni apprese che non operano all’esterno, dell’erudizione che non diventa vita” ma informazione ingannevolmente certa. Quando i nostri giovani provano ad affondare “dentro di sé nell’interiorità”, il disagio esistenziale li accoglie, avvertono la strana percezione di vivere ed essere divenuti “ quasi pure astrazioni e ombre”. La reazione più “umana, troppo umana”, a questo punto, diviene quella della difesa, troneggia l’istinto primordiale, sopravvivere, non resta che riemergere per tuffarsi il prima possibile nel mondo che si comprende, quello virtuale, che si sa usare, almeno così si crede, e non fa paura. Si tratta di un tipico fenomeno di dipendenza. Ciò che è tragico, però, è che si finisce per muoversi in un universo di marionette che si credono e si finisce per credere come “qualcosa di serio”; il grande pericolo è che ci si ritrovi “all’improvviso tra le mani cenci e toppe variopinte”. Ciò significa che è bene individuare il grande criminale nello strumento tecnologico? Non credo che sia possibile liberare le nuove generazioni da un simile pericolo distruggendo il cellulare o vietandone o riducendone l’impiego, la storia ci ha insegnato che strategie luddistiche o censoree e illuminati legislatori, almeno in questi casi, sono poco utili. Credo sia importante comprendere che la libertà non è un diritto congenito, è un percorso, va conquistata e, così, meritata; è bene rammentare che l’intelligenza si esprime in tale libertà e soffoca in apparenti protezioni costruite su divieti.

Mi torna alla memoria una considerazione estremamente acuta della quale non rammento l’autore, forse addirittura lo stesso Simenon, il creatore del noto commissario Maigret, proprio in riferimento al personaggio e alla sua “estensione“, l’onnipresente pipa. Ovviamente i temi erano il valore simbolico dell’oggetto, le modalità interpretative dell’attore o del lettore, la profonda riflessione su apparenza ed essenza: per farla breve, la pipa non è garanzia del valore del personaggio, della qualità dell’interprete, di fondamento ontologico, se la impiega Gino Cervi assume uno spessore simbolico e attoriale meraviglioso, ma resta un banale oggetto da infilarsi in bocca nell’assenza della grandezza del soggetto. Torniamo ora alla nostra riflessione: non è il mezzo il responsabile dell’uso che se ne fa, restituiamo responsabilità e dignità al soggetto. In altre parole, il diavolo non è nel cellulare ma nel cervello di chi lo utilizza se questo, scioccamente, diviene lui stesso strumento; la “macchina” è priva di libero arbitrio, non possiede dignità etica, non rientra in alcuna assiologia autonoma, è conseguente alla sua relazione con il soggetto, l’unico vero responsabile e, pertanto, protagonista. A questo punto si chiarisce il proemiale rimando alla fase illuminista di Nietzsche quando, in Il viandante e la sua ombra, sembra prevedere i pericoli impliciti nelle grandi innovazioni tecniche, gli orrori che si concretizzaranno nel corso del XX secolo e i pericoli del pur celebrato scientismo settecentesco.

La riflessione nietzscheana, così almeno la interpreto, si schiera palesemente a favore dei fondamenti illuministici e sottolinea che non esiste nessun vincolo di consequenzialità tra la rivoluzione, generata dall’impiego libero della ragione, e la sua caduta storica, negli orrori della stagione del terrore giacobino. Allo stesso modo celebra “la macchina” come espressione dell’ingegno umano, pur riconoscendo il pericolo della “meccanizzazione dell’agire umano”, esattamente come “la rete può irretire” il pensiero dell’uomo contemporaneo, ma, oggi come allora, è solo nella stupidità, nel fanatismo, nell’aggressività dell’essere umano, che bisogna riconoscere il vero pericolo. Quando l’omologazione e l’anonimizzazione trasformano l’uomo nella “scimmia dell’uomo”, la responsabilità precede l’impiego del mezzo, questo è un acceleratore, semmai, ma non la causa del degrado. Così come ciò che nel ‘700 voleva liberare l’individuo, razionalismo e scientismo, è divenuto, maldestramente manipolato, uno strumento di dittatura rivoluzionaria, ossimoro etico, allo stesso modo un mezzo, lo strumento digitale, che voleva essere al servizio dell’uomo, liberarandolo da noiose incombenze ripetitive, divenendo strumento di diffusione di conoscenza, si è trasformato in banalizzante massificatore “democraticamente populista”. È evidente come divenga fondamentale educare all’impiego di un mezzo che offre formidabili opportunità, come mai nessuna innovazione fino a ora e che, proporzionalmente, porta con sé pericoli ancor maggiori di qualsiasi riviluzione passata. Mai un mezzo è stato tanto potente quanto diffusamente accessibile, mai ha avuto ingerenze tanto profonde con l’informazione, mai è stato in grado di manipolare capillarmente modalità di pensiero, di relazione, di gerarchie valoriali, mai uno strumento tanto dirompente è stato affidato a mani che non erano propedeuticamente assuefatte all’impiego né sono state guidate a un utilizzo responsabile. Cominciamo con non demonizzare il mezzo, quindi, asoggettiamolo alla libera intelligenza.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

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