“Non credo nell’amore puro, nella giustizia, nell’impegno sociale, nella beneficenza, nelle istituzioni”: abbiamo visto il doc ‘Fabrizio Corona: Io sono notizia’ e questa è la recensione

  • Postato il 10 gennaio 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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“Non vendi l’anima al diavolo se il diavolo sei tu”. Nelle cinque puntate di Fabrizio Corona: Io sono notizia, la docufiction prodotta da Netflix e lanciata in queste ore in streaming con tutti i crismi dell’evento, si ballonzola ancora una volta attorno al burrone interpretativo, etico, umano della già digerita sagoma diabolica del Fabrizio Corona nazionale. L’avido traditore perfino delle proprie fidanzate/mogli (spoiler: ha chiesto lui a Nina Moric, che conferma, di abortire per poi lucrarci come esclusiva, “da quel giorno, dopo l’aborto, incominciai a guadagnare tutti i giorni cifre esorbitanti per non ritrovarmi mai più in quella situazione in cui mi ero ritrovato. Capolavoro”), ossessionato dall’accumulo di denaro, svuotatore del lerciume del business troiaio patinato anni novanta duemila chez Berlusconi “da dentro”.

Una sorta di maschera luciferina senza freni (“non credo nell’amore puro, nella giustizia, nell’impegno sociale, nella beneficenza, nelle istituzioni”) oramai precostituita e riconoscibile dove sguazzano detrattori e fan, nonché, in primis Corona stesso, corpo inespugnabile, totem tatuato e invincibile, joker popolare, naturalmente ascoltato, perennemente giovane. La solita minestra “documentaria” è il solito frullatone biografico, schema stilistico oramai abusato e un tantino sfibrante, con il protagonista vero a tessere il filo principale del discorso (qui appunto Corona in posa magnetica da Falsissimo) mentre scorrono le immagini d’epoca dei telegiornali e dei servizi tv; le testimonianze pleonastiche (il povero Coruzzi imparruccato in un angolo buio, la Aprile modello tenente Colombo, Lele Mora con accappatoio/mantello in posa plastica davanti al laghetto pronto per un film di Tarantino); le ricostruzioni funzionali senza facce degli attori (eliminiamole per legge dello stato, grazie).

Insomma, la miniserie diretta da Massimo Cappello, e scritta da Cappello stesso con Marzia Maniscalco, si posiziona spazialmente e concettualmente nel modo più scontato e prono, come fossimo spettatori frontali e anche un po’ intontiti di una puntata di Falsissimo (detto per inciso, il più grande programma di intrattenimento contemporaneo sul web), lontana anni luce ad esempio da una magmatica ambigua contraffazione documentaria alla Herzog. E se non ci sono cenni di elaborazione espressiva o formale, campa cavallo se si osa qualcosa dal lato tradizionalmente drammaturgico.

Con cinque puntate di 53 minuti l’una a disposizione gli spunti per la tragedia (o la tragicommedia) ci sarebbero pure, gli accenni (sempre con le immagini d’archivio che baluginano come appigli lontani) ad un paio di nuclei drammaturgici originali e corposi vengono perfino minimamente osati. Quello del confronto e della sfida inconscia da parte di Fabrizio con il padre Vittorio, giornalista siciliano tutto d’un pezzo che da Catania si trasferisce a Milano negli anni ottanta e finisce con successo nei mensili di moda e poi a La Voce di Montanelli, rigettando l’orbita berlusconiana di Studio Aperto. L’altro nucleo, surreale racconto di formazione alla Conte di Montecristo, del Corona carcerato (il quinto episodio) a Opera, in mezzo a folli assassini naif e criminali mafiosi genuflessi al calar del sole verso la cella di Totò Riina, anticipato dal comico buddy movie della fuga dall’Italia con congelamento notturno sui passi alpini del re dei paparazzi e del fido autista Canniccia.

Se si affida tutto questo ben di dio a ricostruzioni mute e anonime, con gli attori di spalle, non solo cala l’hype della storia, ma anche la palpebra. Eppure Corona dissemina la narrazione di briciole narrative come un Pollicino dello scoop (nello scoop) per farle raccogliere, come fossero assist già pronti per i tre punti finali. Corona burattinaio. Corona traghettatore. Corona affabulatore che sembra ancora una volta dirigere se stesso e condurre la miniserie dove pare a lui, facendola parcheggiare sul binario morto di una frettolosa forma documentaria dell’oggi dove al posto dello sforzo dell’afferrare la preda si preferisce la funzione riempitiva adattabile alla bulimia consumistica dei palinsesti streaming.

Due le chicche sfuggenti ed evocative in un mare di dejà-vù: l’apparizione fulminea e muta di Corona sulla panchina dove siede Lele Mora, con Mora che gli dà un bacino sulla guancia come fosse uno scolaretto con la mamma; il direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, che ricordando commosso Vittorio Corona, suo ex capo, collega e amico, pennella l’unica traccia vibrante del Corona privato al di fuori della reiterata costruzione della maschera mefitica inseguita, quel Fabrizio piccino con la borsa dell’Inter accompagnato dal padre ad allenarsi. Ad maiora.

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Il Fatto Quotidiano

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