Nell’epoca dei rifugi di montagna con le ostriche, ‘Tornare a esplorare’ è ciò che serve
- Postato il 2 aprile 2025
- Ambiente
- Di Il Fatto Quotidiano
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In un’epoca in cui ci sono rifugi di montagna che servono ostriche e champagne. In un’epoca in cui si moltiplicano bivacchi e punti di appoggio. In un’epoca in cui si infrastruttura tutto l’infrastrutturabile. In un’epoca in cui pretendi la connessione in ogni angolo anche il più remoto. In un’epoca in cui la gente si adrenalina sui nuovi ponti tibetani (persino nel Parco Nazionale Val Grande) o nelle zipline.
In un’epoca come questa, insomma, in cui si riducono sempre più gli spazi di avventura e di reale conoscenza, ben venga un titolo come Tornare a esplorare che racchiude in sé appunto quel verbo “esplorare” che è l’esatto contrario dell’approccio superficiale della stragrande maggioranza della gente all’ambiente naturale. Consono, mi permetto di aggiungere io, a un’epoca in cui si vede ma non si guarda, si sente ma non si ascolta.
Chi scrive di tornare a esplorare è Luca Fontana, che aggiunge al titolo un “nuovi significati del vivere la natura”. E spiega “L’invito che emerge è di approcciare l’ambiente naturale in un modo proprio, sentito profondamente, consapevole e autodeterminato”. Quindi un avvicinamento, anzi un’immersione nella natura, con particolare riferimento alla montagna, che è il terreno che Fontana conosce meglio. Ma non solo la montagna, bensì dovunque vi sia una natura non antropizzata, e comunque non asservita alle esigenze o presunte tali dell’uomo, che spesso la riducono a puro e semplice terreno di gioco (playground).
L’opera di Fontana è frutto del lavoro di un anno ma anche di un’esplorazione che di anni ne è durata quindici. Un’opera che si comprende sentita, sincera e che si inserisce in una fruttifera corrente di approccio all’ambiente naturale che credo di riconoscere, quanto meno in Italia, nell’intera opera di Davide Sapienza e nell’ultimo saggio di Matteo Righetto. E, fuori dai nostri confini, almeno in Robert Macfarlane, che la selvaggitudine la ritrova anche sotto casa.
Ma Tornare a esplorare offre anche spunti di riflessione autonomi: non cercare la performance, conoscere i propri limiti, ma anche tenere per sé le esperienze vissute, possibilmente vivendole in piena autonomia anche informatica. Il che, in un’epoca di social, di Gulliver, e quant’altro, non affidarsi ad un’app e non raccontare a un pubblico dove si è andati, cosa si è scoperto, quale via si è aperta, ha davvero un sapore particolare, anzi unico. Che è un po’ anche una versione estesa del non lasciare traccia del nostro passaggio né nella natura né nella stampa né nell’etere.
Un’opera ovviamente divulgativa: “Vorrei incoraggiare i lettori ad acquisire una maggiore curiosità, e quindi una maggiore consapevolezza nell’approccio alla natura e alla sua esplorazione”. L’opera è corredata da magnifiche foto, perché Fontana, prima che scrittore, è stato ed è fotografo (oltre che guida escursionistica ambientale). Foto volutamente senza didascalie: la natura è bella di per sé, anche senza che la si debba riconoscere. Meglio non divulgare. Tornare a esplorare è anche il titolo di un cortometraggio di Giovanni Valentini, regista e videomaker, che si è proposto di realizzare il corto dopo aver letto il libro.
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