“Nella strage Pizzolungo ho perso la mamma e i miei fratellini. Dopo 40 anni non abbiamo ancora la verità”

  • Postato il 2 aprile 2025
  • Mafie
  • Di Il Fatto Quotidiano
  • 2 Visualizzazioni

Sua madre stava perdendo tempo: Giuseppe e Salvatore, i suoi due fratelli gemelli che avevano appena sei anni, quella mattina avevano deciso di fare i capricci. Lei, invece, di anni ne aveva dieci e non intendeva fare tardi a scuola. Chiese quindi di poter andare con una vicina di casa, che avrebbe fatto lo stesso tragitto per accompagnare sua figlia. È solo per questo motivo che Margherita Asta è sopravvissuta alla strage di Pizzolungo. “A volte mi chiedo: perché proprio io? Forse solo perchè qualcuno doveva rimanere per mantenere viva la memoria di questa storia”, racconta al Fatto Quotidiano nel quarantesimo anniversario della strage.

Era la mattina del 2 aprile del 1985 quando Barbara Rizzo, la mamma di Margherita, stava accompagnando a scuola i due gemellini. Con la sua Volkswagen Scirocco percorreva la strada provinciale verso Trapani, quando all’altezza di Pizzolungo, una frazione marinara di Erice, si affiancano due auto: una Fiat Argenta blindata e una Ritmo. Su quelle vetture viaggiavano il magistrato Carlo Palermo, arrivato a Trapani solo da pochi giorni, e gli uomini della sua scorta. Nessuno se ne accorge, ma su quella curva c’è anche una terza macchina, parcheggiata sul ciglio della strada: è questione di secondi, poi un boato cancella quel pezzo di strada che corre parallelo al mare. Il cielo si riempie di fumo nero, le auto del magistrato e della scorta vengono scagliate lontano. E quella Volkswagen Scirocco? Ha fatto da scudo all’auto del giudice Palermo, che infatti sopravvive. La macchina della mamma di Margherita, invece, viene investita in pieno dall’esplosione. I corpi della donna e dei due bambini vengono fatti a pezzi: dall’altra parte della strada, sul muro in cima a un palazzo, si vede una grande macchia rossa. Quella non è una strage, è un’ecatombe: un atto di guerra di Cosa Nostra che per assassinare il giudice Palermo sceglie di tornare a colpire come i terroristi in Libano. “Quarant’anni dopo noi familiari non abbiamo ancora tutta la verità”, spiega Margherita Asta.

Che ricordi ha di quella mattina?
Aspettavo che mio madre venisse a prendermi a scuola. Invece c’era la segretaria di mio padre, che mi portò a casa. Lì mia zia Vita mi disse che la mamma e i miei fratelli erano stati coinvolti in un incidente. Chiesi di andare al Pronto soccorso. A quel punto mi disse la verità: “Purtroppo la mamma, Giuseppe e Salvatore sono volati in cielo”. Ma ai funerali capì che c’era qualcosa di più.

Perché?
Passammo dal luogo della strage e vidi con i miei occhi che non poteva essere stato un incidente: osservavo la distruzione di tutto quello che c’era attorno, il cratere provocato dall’autobomba. Quello che mi colpì fu soprattutto una grande macchia rossa sul prospetto di una casa…chiesi a mio padre cosa fosse.

Cosa rispose?
Nulla, come poteva dire a una bambina di dieci anni che quella macchia sul muro era suo fratello?

Suo padre fu tra i primi soccorritori, ma non si accorse che nella strage erano coinvolti i suoi familiari: è vero?
Esatto. Noi abitiamo a meno di un chilometro dal luogo dell’esplosione, mio padre sentì il boato e si precipitò, ma lo mandarono subito via. Non si rese conto di nulla perché l’auto di mia madre non esisteva praticamente più, erano solo frammenti di lamiera. Quindi tornò a casa e inizio a telefonare per capire che fine avesse fatto sua moglie: era il 1985, non c’erano i telefonini.

Lei quando capì che era una strage di mafia?
Subito cominciai a sospettare qualcosa, perchè al funerale c’era il picchetto d’onore, dunque erano esequie di Stato. E io quel tipo di funerale lo avevo già visto in tv qualche anno prima, quando nella mia città avevano ucciso il giudice Giangiacomo Ciaccio Montalto. Cominciai a fare domande, ma gli adulti cambiavano sempre discorso per non dirmi la verità nuda e cruda. Allora cominciai a raccogliere gli articoli di giornale che raccontavano della strage. Ne ricordo uno in particolare, che era titolato così: “Vile attentato a un magistrato, sterminata un’intera famiglia”. Pensai che se non ci fosse stato quel giudice, mia madre e i miei fratelli sarebbero stati ancora vivi.

Ce l’aveva con Carlo Palermo?
Sì, a dieci anni davo la colpa a lui. Ma dopo poco tempo ho capito che il problema era chi voleva la sua morte.

Il giorno dopo la strage, il sindaco Erasmo Garuccio disse che a Trapani la mafia non esisteva.
E infatti Forattini lo rappresentò con la lupara nel fondoschiena. Ma vede, a Trapani abbiamo avuto i sindaci che negavano l’esistenza della mafia, sindaci che dicevano di non parlare di mafia per non rafforzarne il potere, sindaci che dicevano di non discuterne coi ragazzi perché si rischiava di impressionarli. Anche sul luogo della strage fino al 2008 c’era solo una stele commemorativa pagata dalla mia famiglia. E a un certo punto lì stavano addirittura per costruire un lido balneare. Oggi, invece, c’è il parco della memoria e della coscienza civile. Questo perché a Trapani il vento soffia. D’altra parte lo slogan della manifestazione di Libera quest’anno era proprio questo: il vento della memoria semina giustizia.

In quell’occasione don Ciotti ha detto che l’80% dei familiari delle vittime di mafia non ha ancora avuto giustizia e verità. Lei è tra questo 80%?
Assolutamente sì. Dopo quarant’anni noi non abbiamo ancora tutta la verità, perché sono stati condannati come mandanti i vertici di Cosa nostra. Ma gli esecutori sono stati assolti.

Si sono celebrati quattro processi, che hanno condannato i superboss Salvatore Riina, Vincenzo Virga, Antonino Madonia e Balduccio Di Maggio. Da quei procedimenti, però, è emerso che la strage è stata realizzata da Vincenzo Milazzo, Gioacchino Calabrò, Filippo Melodia. Che però non erano più processabili perchè già assolti in via definitiva. Cosa non ha funzionato?
Le rispondo citando una parte della sentenza Madonia. I giudici scrivono che la strage serviva a dare un segnale ai magistrati impegnati nel contrasto a Cosa Nostra. Ma anche che la forza della criminalità organizzata si basa sulle strutturali collusioni con settori importanti dello Stato. Usano proprio queste parole: io mi auguro che queste strutturali collusioni prima o poi emergano e vengano individuate dalle sentenze.

L’ultima condanna per Pizzolungo è quella di Vincenzo Galatolo, boss dell’Arenella, riconosciuto colpevole solo nel 2022. Che valore ha questa sentenza?
È una condanna importante perché collega la strage agli altri attentati mafiosi di quel periodo. In quegli anni a casa dei Galatolo veniva decisa la strategia di Cosa Nostra e quella era una mafia che non agiva da sola, come è stato scritto in numerose sentenze. Quindi la condanna di Galatolo è solo il punto di partenza, per poter arrivare a svelare queste strutturali collusioni.

Crede che possano essere individuate a livello giudiziario?
Io non posso sostituirmi ai giudici nella ricerca la verità, però chiedo e pretendo che lo facciano loro. Ma ho comunque fiducia nella giustizia, anche perché in caso contrario farei un favore al sistema criminale che ha portato via mia madre e miei fratelli.

Nonostante l’efferatezza e la crudeltà, però, l’impressione è che in questi 40 anni la strage di Pizzolungo sia stata completamente dimenticata. Secondo lei perché?
Perché a morire non è stato il giudice ma tre semplici cittadini. Anche se poi anche Carlo Palermo ha subito giganteschi danni psicologici e professionali. Come dice lui stesso, è stato condannato a morte e a sopravvivere da condannato a morte.

L'articolo “Nella strage Pizzolungo ho perso la mamma e i miei fratellini. Dopo 40 anni non abbiamo ancora la verità” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Autore
Il Fatto Quotidiano

Potrebbero anche piacerti