Nel Teatro delle lettere. L’opera di Lorenzo Marini in dialogo con Bodoni a Parma 

Siamo abituati allo strapotere dell’io, nato tra i Magnifici Ribelli di Jena come potente fattore di rottura dell’Ancien Régime e di ridefinizione del soggetto moderno. Oggi quell’io domina incontrastato la nostra esperienza sociale, espandendosi in modo ipertrofico nell’universo digitale, dove presenza e visibilità coincidono sempre più con esistenza. 
L’arte occidentale, in larga parte, si fonda su questa centralità dell’io: l’io che produce, ma anche l’io che osserva. L’io è il re dei pronomi – “pidocchi”, li definiva con feroce ironia Carlo Emilio Gadda – perché impone la presenza, l’atto, l’intervento sul reale. In questo senso l’arte occidentale è spesso azione, presa di parola, affermazione. 

I principi dell’arte occidentale: da Gadda a Mallarmé 

Eppure, esiste un’altra possibilità: un’arte più discreta, meno invasiva, meno portatrice di logos. Un’arte che si fonda sul silenzio, come la musica, o come gli spazi bianchi del poema di Stéphane Mallarmé, Un coup de dés jamais n’abolira le hasard, dove il lettore è avvertito che “sono i bianchi ad assumere importanza”. Il silenzio diventa così una sorta di anti-filosofia della pervasività totalitaria dei segni. Perché ciò che resta del soggetto possa sottrarsi alla coazione a fagocitare ogni cosa – come un ventre sempre affamato – è necessario un gesto di spossessamento. Un gesto che si opponga anche all’iper-consumismo simbolico che oggi divora il mondo. 

Lorenzo Marini, Il Teatro delle Lettere
Lorenzo Marini, Il Teatro delle Lettere

La libertà delle lettere secondo Lorenzo Marini 

È su questo terreno che la libertà delle lettere di Lorenzo Marini, la loro danza di significanti, incontra le culture orientali e tenta di restituire alle lettere il ruolo di veicoli di senso. Questo appare come l’obiettivo profondo della sua TypeArt: una forma d’arte che, pur sembrando contemporanea, rimanda ai calligrafi e all’impiego rituale e ornamentale della scrittura. Non sorprende, allora, che Marini – dopo opere monumentali come Lettere in memoria per l’Archivio Centrale dello Stato – abbia proseguito la sua ricerca con il Teatro delle Lettere, con una mostra, al complesso monumentale della Pilotta a Parma fino al 1° marzo, dove dialoga con Bodoni.  

Il dialogo con Bodoni di Marini a Parma 

Dialogo con Bodoni è un’opera-mostra concepita come un dittico che mette in relazione il linguaggio sperimentale della TypeArt con il canone classico dell’alfabeto bodoniano. Esposta all’ingresso del Museo Bodoniano, l’opera propone un confronto visivo e concettuale tra la precisione tipografica settecentesca e la vitalità illustrativa contemporanea, riflettendo sull’evoluzione del linguaggio visivo e restituendo alla lettera una rinnovata energia espressiva. Bodoni è una figura cardine della storia della tipografia e della cultura visiva moderna. Non solo autore di un carattere celeberrimo, ma inventore di un ideale formale perfettamente coerente con lo spirito dell’Illuminismo e del Neoclassicismo. Il carattere Bodoni – archetipico dei “moderni” – si distingue per il forte contrasto tra aste spesse e sottili, le grazie nette, l’asse verticale, la costruzione rigorosa e geometrica. Ne risulta una tipografia elegante, astratta, solenne, che parla il linguaggio della ragione, della misura e dell’autorità. 

Parma la città delle lettere 

Non è un caso che ancora oggi lo stile bodoniano sia associato a istituzioni, editoria colta, moda e lusso. Nato a Saluzzo nel 1740, Giambattista Bodoni trova a Parma il luogo della sua piena espressione, dirigendo la Stamperia Reale e trasformandola in uno dei centri tipografici più prestigiosi d’Europa. La sua visione della tipografia come arte razionale, fondata su ordine, chiarezza e proporzione, fa di Parma una città simbolo della disciplina della lettera. Esporre qui la TypeArt di Marini assume quindi un valore quasi genealogico. Portare in questo contesto lettere liberate, colorate, ludiche significa riaprire il codice bodoniano, mostrarne un’eredità viva e non museale, trasformare la tradizione in materia espressiva. Il legame tra Bodoni e Marini, meno formale di quanto sembri, è profondamente simbolico. Non si tratta di una rottura, ma di una metamorfosi. Entrambi pongono la lettera al centro, ma con funzioni storiche diverse: per Bodoni la lettera è unità di ordine del sapere; per Marini è unità primaria dell’immaginario. 

Lorenzo Marini, Il Teatro delle Lettere
Lorenzo Marini, Il Teatro delle Lettere

Chi era Giambattista Bodoni 

Bodoni rappresenta il momento in cui la lettera diventa legge, sistema, misura. La sua tipografia si trattiene, elimina il gesto e il corpo, aspira a una forma assoluta, autonoma dal soggetto. Nella TypeArt, invece, la lettera non serve più soltanto a dire qualcosa: è essa stessa significato. Diventa oggetto, presenza, simbolo. Marini, rispondendo idealmente a Bodoni dopo due secoli, compie il gesto complementare: restituisce alla lettera un corpo, una voce, un’emozione. Se Bodoni conduce la tipografia al massimo grado di astrazione razionale, Marini la riporta nel mondo, facendola esplodere nello spazio, nel colore e nella tridimensionalità. Questa mostra si comprende pienamente solo risalendo alla ricerca che Marini porta avanti da anni, esposta in contesti internazionali – dalla Biennale a musei e istituzioni in Europa, America, Cina, Medio Oriente e Brasile. La sua è un’indagine sulla scrittura che coincide con un’indagine sulla figura e sui vuoti, quei vuoti che aprono a un’unità capace di abbracciare il tutto. In Marini la figura non ri-produce il reale, non manifesta la distanza dall’origine tipica dell’arte figurativa. È una pittura priva di aura e, proprio per questo, priva di ideologia. Il suo messaggio invita a uscire dal piccolo io che si crede centro del mondo, per comprendere che il centro non coincide con il soggetto. 

Perché una mostra con Bodoni e Marini 

Come ricordava Daniel N. Stern, le parole non sono solo espressioni dell’io, ma possiedono «una vita propria». Anche le lettere hanno una forma propria, retaggio di una origine rituale. Le lettere di Marini danzano e giocano, diventando portatrici di conoscenza, come nella Sapienza biblica che «gioca davanti a Dio» nel mondo. Sapienza, bellezza e conoscenza procedono insieme e la bellezza apre alla conoscenza autentica. Liberandosi dalla schiavitù delle immagini, Marini costruisce un percorso sotterraneo nella cultura del Novecento occidentale che approda alle concezioni orientali del silenzio e dell’Uno. Qui dire e vedere tornano a coincidere: “io parlo con la mia mano, tu ascolti con i tuoi occhi”. La pittura diventa un modo per rendere visibili pieni e vuoti. Marini recupera così l’origine rituale della scrittura come sistema segnico, precedente al disegno, riportandoci al segno come gesto e danza. Come ha scritto Carlo Sini, le scritture non occidentali sono prive di quella metafisica assertoria della copula “è” che ha plasmato l’arte europea come agente di trasformazione del reale. Marini non disconosce la tradizione occidentale ma la attraversa. Esplora la scrittura come forma visiva, costruendo un ponte ideale tra Occidente e Oriente, e restituendo alle lettere il loro statuto originario di atto rituale, prima che di strumento di dominio del senso. 

Domenico Ioppolo 

L’articolo "Nel Teatro delle lettere. L’opera di Lorenzo Marini in dialogo con Bodoni a Parma " è apparso per la prima volta su Artribune®.

Autore
Artribune

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