Nei discorsi culturali bisognerebbe ripristinare il concetto di “società”. Ecco perché

Questo, oltre ad essere il tempo delle menzogne, dell’ipocrisia, della pavidità, dei crimini di guerra e del genocidio, è anche il tempo in cui bisogna continuamente chiarire, spiegare, ribadire idee e argomenti che fino a non molto tempo fa erano semplicemente ovvii e scontati. Evidentemente, non lo sono più – e da qualche parte, in qualche punto tra “allora” e “ora”, è avvenuto che le cose ovvie diventassero non più ovvie. È stato un processo non improvviso, certo, ma neanche così graduale come si potrebbe essere portati a pensare in prima battuta. 

L’arte, la politica e la società 

Per esempio, il concetto di “società” è caduto quasi del tutto in disuso: non solo nella pratica politica e nel discorso pubblico, ma proprio nei pensieri e nei comportamenti di tutti i giorni. Cioè, è diventato normale per le persone non interessarsi minimamente alle condizioni, alla sorte e al destino degli “altri”, che si trasformano quindi in specie molto particolari di fantasmi, di fatto invisibili e irrelati alla vita quotidiana.  

Così, per il ricco non è un problema concentrarsi esclusivamente sul proprio interesse e sulle proprie faccende, senza considerare l’esistenza delle altre classi, e anzi accettando con orgoglio e soddisfazione l’odio, il disprezzo che sa di nutrire per queste altre classi (come disse Edoardo Sanguineti nel 2007: “Bisogna restaurare l’odio di classe, perché loro ci odiano e noi dobbiamo ricambiare”). Mediamente, perciò il ricco oggi non vede la necessità di preservare i servizi pubblici di base (sanità, trasporti, educazione, cultura, ecc.) visto che lui o lei se li può comprare. È dunque a posto, gli altri si arrangino.  

L’America di oggi raccontata da Scorsese 

I “bianchi”, “nativi” (e qui torna inevitabilmente alla memoria l’indimenticato e indimenticabile Bill the Butcher interpretato da Daniel Day-Lewis in Gangs of New York di Martin Scorsese, vero prototipo se mai ce n’è stato uno di ogni leader di America First, ma con una classe e uno stile di cui i suoi supposti eredi contemporanei difettano completamente…) non fanno più mistero ormai di ignorare e umiliare platealmente le persone “nere”, o, in generale, gli “extracomunitari”.  

E così via. La società, la societas, si fonda – o si fondava – sullo sforzo comune di trovare il modo di stare insieme, di con-vivere, e attorno a questo costruire un progetto di civiltà e di cultura. Ecco, questa è la base che sembra vacillare e svanire. Ognuno, per conto suo, coltiva e a volte realizza il sogno di abitare una dimensione autonoma, illusoriamente autosufficiente, in cui non c’è bisogno di avere a che fare con gli altri, o al massimo si può e si deve avere a che fare solo con i propri simili sociali-razziali-economici (dimensione magari modellata sui resort e sugli altri luoghi chiusi di cui abbondano le nostre, e altrui, città e località di vacanza).  

La cultura della civiltà 

È abbastanza chiaro perché si tratta di un’illusione, e anche pericolosa (o almeno, chiaro lo sarebbe se la maggioranza delle persone non avesse deciso di confidare magicamente nelle proprie convinzioni, anche a dispetto della logica e dei precedenti storici): nessuno può vivere da solo, nessuno può stare del tutto ‘per conto suo’; gli ambienti che ‘fanno’ la società e l’economia – la città, il paese, il quartiere, la strada, la scuola, il bar/pub/trattoria/ristorante, la biblioteca, il museo, ecc. – sono luoghi “comuni” per definizione, condivisi, di tutti.  

La cultura dello spazio pubblico 

E per quanto gli spazi urbani, come peraltro sta avvenendo da anni e da decenni, vengano sottoposti a privatizzazioni selvagge e recinzioni arbitrarie, rimangono in buona parte di tutti. Il fatto stesso che sia divenuto normale e accettabile chiudere, rendere a pagamento luoghi e ambienti che strutturalmente sono, appunto, “di tutti”, a disposizione di tutti (per fare un solo esempio: la stazione, etimologicamente, è il luogo dove “si sta”, dove “si può stare” in attesa del proprio treno o di chi arriva; e invece provate oggi a trovare un posto dove sedervi gratis in una qualunque stazione delle nostre città medio-grandi…), dà la cifra e la misura di quanto questo processo – che è un processo, è bene chiarire anche questo punto che dovrebbe essere ovvio, non ha nulla a che vedere con il progresso, e moltissimo invece con il degrado e l’involuzione e l’imbarbarimento – sia in uno stadio avanzato. 

Un altro esempio? Non si va a invadere e a bombardare un altro Paese senza essere stati attaccati, senza alcuna apparente giustificazione e con scuse risibili, e questo è un principio generale, universale – non dipende dall’identità o dalla supposta “bontà” dell’aggressore.  

Condanne senza retorica 

E, quando ciò accade, indipendentemente dalla qualifica e dall’identità dell’aggressore, deve scattare l’unanime denuncia e condanna dell’intero consesso civile, che vigila in tal senso attraverso gli organi preposti, e devono essere rese immediatamente operative sanzioni economiche, politiche, sociali e culturali che rendano effettiva e non retorica tale condanna.  

Perché? Perché, come si è detto, tale condotta è grave e “sbagliata”, punto. Se i passaggi citati si inceppano, o non si avviano proprio, è evidente che c’è un problema serio – e questo problema è il risultato di una degradazione storica che affonda le radici almeno negli Anni Ottanta del secolo scorso.  

Christian Caliandro 

Libri consigliati:
(Grazie all'affiliazione Amazon riconosce una piccola percentuale ad Artribune sui vostri acquisti)

L’articolo "Nei discorsi culturali bisognerebbe ripristinare il concetto di “società”. Ecco perché" è apparso per la prima volta su Artribune®.

Autore
Artribune

Potrebbero anche piacerti