Nazionali e Nazionalismi, perché oggi per la destra è più difficile usare il calcio e i Mondiali per propaganda politica
- Postato il 14 luglio 2026
- Calcio
- Di Il Fatto Quotidiano
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Il calcio rappresenta da sempre uno strumento privilegiato di narrazione nazionale e propaganda politica. Le vittorie mondiali incarnano l'immagine di un paese coeso e trionfante, attirando l'interesse di governi di ogni orientamento. Tuttavia, negli ultimi anni la strumentalizzazione politica dello sport attraverso il nazionalismo risulta più complessa e sfumata, soprattutto per le forze di destra, che faticano a mantenere il monopolio di questo discorso identitario in un contesto culturale sempre più frammentato e consapevole.
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C’è un motivo se il calcio, più di qualsiasi altro sport, ha sempre fatto gola alla politica. Una Nazionale che vince un Mondiale offre l’immagine perfetta di un Paese forte, unito, vincente. Per questo, nel corso della storia, governi di ogni colore hanno cercato di appropriarsi dei suoi successi. Ma è soprattutto il nazionalismo ad aver trovato nel pallone il suo terreno più fertile: la maglia della Nazionale diventa il simbolo di un’identità collettiva, il trionfo della patria. Il problema, per la destra contemporanea, è che quella patria nel calcio assomiglia sempre meno al racconto che essa stessa costruisce.
Questi Mondiali 2026 lo stanno mostrando con chiarezza. La polemica scatenata dall’ex premier spagnolo Mariano Rajoy, secondo cui la Francia “non ha francesi”, è stata smentita prima ancora che dalla politica, dal calcio. A rispondergli sono stati Lamine Yamal e altri giocatori spagnolí: il calcio, hanno spiegato, serve a integrare e Francia e Spagna ne sono oggi gli esempi migliori. È un paradosso che si ripete. Donald Trump ha piegato perfino la Fifa pur di avere Folarin Balogun in campo con gli Stati Uniti. Eppure, se fosse riuscito ad abolire lo ius soli, proprio Balogun non sarebbe mai stato americano.
Non è una storia nuova. La contraddizione era già esplosa in Francia durante gli Europei del 2024, quando Kylian Mbappé invitò i giovani a votare contro gli estremisti. Marine Le Pen si ritrovò così davanti a un bivio impossibile: sostenere una Nazionale che incarnava tutto ciò che contestava oppure tifare contro la squadra del proprio Paese. Ancora prima, nel 2018, fu l’AfD tedesca a tuonare dopo l’eliminazione della Germania, indicando Mesut Özil e gli altri giocatori di origine straniera come responsabili del fallimento, arrivando a invocare una nazionale “di nuovo veramente tedesca“.
Il calcio continua a essere uno straordinario strumento di propaganda. Ma oggi è diventato anche un paradosso. Le grandi Nazionali che si stanno imponendo – dalla Francia alla Spagna, ma anche la stessa Inghilterra – sono lo specchio di società fluide, figlie delle migrazioni. Ai tifosi interessa che vincano, non che corrispondano a un’identità etnica immaginaria. E così i partiti nazionalisti si ritrovano davanti a un dubbio: per esaltare la patria vale la pena tifare squadre che, sul campo, dimostrano ogni giorno che la nazione non è più quella che raccontano?
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