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Morte di Satnam Singh, il datore di lavoro condannato a 16 anni per omicidio volontario con dolo eventuale

  • Postato il 8 luglio 2026
  • Giustizia
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Morte di Satnam Singh, il datore di lavoro condannato a 16 anni per omicidio volontario con dolo eventuale

La Corte d’Assise del tribunale di Latina ha condannato a 16 anni di carcere Antonello Lovato per omicidio volontario con dolo eventuale – con attenuanti – per la morte di Satnam Singh, il bracciante agricolo indiano di 31 anni morto il 17 giugno 2024 dopo un grave incidente sul lavoro nelle campagne pontine. Per lui la Procura aveva chiesto una condanna a 22 anni di reclusione. Dopo le arringhe della difesa e le repliche delle parti, concluse nella mattinata, i giudici si erano ritirati in camera di consiglio.

L’incidente nei campi

Satnam Singh stava lavorando nei campi dell’azienda agricola quando rimase gravemente ferito da un macchinario utilizzato per stendere i teli di plastica sui filari. L’attrezzatura gli amputò un braccio e provocò lesioni gravissime con un’imponente emorragia. Secondo la ricostruzione dell’accusa, anziché chiamare immediatamente il 118 e prestare assistenza al lavoratore, Lovato caricò il bracciante su un furgone e lo trasportò fino alla sua abitazione, dove lo lasciò davanti all’ingresso insieme all’arto amputato, riposto in una cassetta di plastica utilizzata per la frutta.

Solo successivamente furono allertati i soccorsi, ma per il giovane non ci fu nulla da fare: morì poco dopo a causa della massiccia perdita di sangue. Quella ricostruzione suscitò un’ondata di indignazione in tutta Italia, riaccendendo il dibattito sulle condizioni di lavoro e sul fenomeno del caporalato nelle campagne.

La tesi della Procura

Il cuore del processo riguarda proprio quanto accadde nei minuti successivi all’infortunio. Per la Procura di Latina, Lovato era perfettamente consapevole della gravità delle condizioni del bracciante e della necessità di un intervento sanitario immediato, ma avrebbe deliberatamente scelto di non richiedere assistenza, accettando il rischio che il lavoratore morisse.

È su questo presupposto che i magistrati avevano contestato il reato di omicidio volontario con dolo eventuale, una qualificazione giuridica più grave rispetto all’omicidio colposo. Secondo l’accusa, infatti, l’imputato avrebbe accettato il possibile verificarsi dell’evento letale pur di evitare le conseguenze derivanti dall’intervento dei soccorsi e dall’accertamento dell’incidente.

A sostegno di questa ricostruzione, la Procura aveva richiamato la consulenza medico-legale disposta durante le indagini. Gli esperti hanno concluso che Satnam Singh morì per la copiosa emorragia provocata dall’amputazione del braccio e che, se fosse stato soccorso tempestivamente, “con ogni probabilità si sarebbe salvato”.

Nella richiesta di misura cautelare, poi accolta dal giudice, i magistrati sottolineavano come le condizioni del lavoratore fossero “talmente gravi da rendere evidente la necessità di un tempestivo soccorso”. Per questo motivo, secondo la Procura, la scelta di non chiamare immediatamente il 118 costituì una vera e propria accettazione del rischio della morte, divenendo la causa diretta del decesso.

L’arresto e il processo

Dopo l’inchiesta della Procura di Latina, Antonello Lovato fu arrestato e successivamente rinviato a giudizio con rito immediato davanti alla Corte d’Assise. Nel procedimento si sono costituite otto parti civili, tra cui la moglie e i familiari di Satnam Singh, oltre alla Flai-Cgil e al segretario generale della Cgil Maurizio Landini.

Nel provvedimento con cui dispose la misura cautelare, il giudice per le indagini preliminari osservò che il comportamento dell’imprenditore appariva “lucido” e finalizzato a “dissimulare quanto accaduto, a tutti i costi”, valutazione che ha rappresentato uno degli elementi centrali dell’impianto accusatorio. Concluse le discussioni delle parti, la Corte d’Assise.

Le reazioni

“La condanna per la morte di Satnam Singh restituisce forza al principio secondo cui la vita di chi lavora non può essere trattato come merce usa e getta sacrificabile al profitto e chi schiavizza le persone calpestando la dignità di un altro essere umano non può rimanere impunito. La nostra fame di giustizia non si esaurisce in un’aula di Tribunale: l’indignazione per la morte di Satnam deve trasformarsi in impegno concreto da parte delle Istituzioni nella lotta al caporalato e allo sfruttamento nella filiera agroalimentare in direzione della valorizzazione delle aziende sane e nell’ffermazione dei diritti per le lavoratrici e i lavoratori – dichiara Gianpiero Cioffredi dell’ufficio di presidenza di Libera – Deve essere l’inizio di un radicale cambio di passo. Non più tavoli, non più promesse, non più passerelle. Servono leggi applicate, controlli continui, ispettorati che non siano gusci vuoti, aziende che rispondano penalmente quando lucrano sullo sfruttamento. Serve abolire la legge Bossi Fini che favorisce esclusione e marginalità di migliaia di persone dalla garanzia di diritti e dignità. Pretendiamo – prosegue – che la politica smetta di girarsi dallaltra parte. Pretendiamo che lo Stato sia presente dove oggi è assente: nei campi, nei ghetti, nelle baraccopoli, nei luoghi dove la dignità umana viene calpestata ogni giorno. Non possiamo più assistere a quel naufragio di umanità che ferisce la stessa idea di democrazia. Solo così la memoria di Satman potrà trasformarsi in seme di impegno e corresponsabilità per la giustizia sociale”.

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Il Fatto Quotidiano

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