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Missili cinesi e intelligenza artificiale. Così gli Houthi mettono alla prova le ambizioni saudite

  • Postato il 14 ottobre 2026
  • Esteri
  • Di Formiche
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Missili cinesi e intelligenza artificiale. Così gli Houthi mettono alla prova le ambizioni saudite

L’Arabia Saudita starebbe valutando di trasformare la Future Investment Initiative (FII), il principale appuntamento internazionale del Regno dedicato agli investimenti, in un evento ibrido, consentendo ai dirigenti delle grandi aziende di partecipare anche da remoto. La decisione, riportata in anteprima dalla Reuters, arriverebbe dopo i recenti attacchi degli Houthi contro l’aeroporto internazionale di Riyadh, che hanno spinto diversi partecipanti a riconsiderare i propri piani di viaggio. Alcuni potrebbero raggiungere la capitale attraverso aeroporti alternativi, anche nei Paesi vicini del Golfo.

È un segnale significativo: la FII è uno degli strumenti attraverso cui il principe ereditario Mohammed bin Salman promuove Vision 2030, attirando capitali e investitori internazionali. Il fatto che una minaccia militare proveniente dallo Yemen possa condizionarne l’organizzazione dimostra quanto la sicurezza regionale sia legata alle ambizioni economiche saudite.

La vicenda assume ulteriore rilievo alla luce delle nuove informazioni sulle capacità tecnologiche degli Houthi, che starebbero rafforzando il proprio arsenale attraverso componenti cinesi e strumenti commerciali di intelligenza artificiale.

Un’inchiesta del Wall Street Journal, basata sulle analisi dell’organizzazione britannica Conflict Armament Research (CAR), rivela che il movimento yemenita starebbe tentando di produrre autonomamente un missile balistico a medio raggio, sviluppato a partire dal modello iraniano Kheibar Shekan. Presentato dall’Iran nel 2022, il sistema ha una gittata stimata di circa 2.000 chilometri, sufficiente a raggiungere l’intero territorio saudita e Israele. Secondo il rapporto, nel 2025 le autorità del governo yemenita riconosciuto internazionalmente hanno intercettato due spedizioni contenenti componenti riconducibili alla propulsione e alla struttura del missile: alette stabilizzatrici, parti di motori a propellente solido e materiali resistenti alle alte temperature. La documentazione commerciale collegherebbe le spedizioni a un produttore cinese di componenti metallici di precisione.

La questione non riguarda soltanto la provenienza dei materiali, ma ciò che queste importazioni suggeriscono sulle ambizioni industriali degli Houthi. Il movimento sembra voler sviluppare una capacità produttiva locale, riducendo la dipendenza da sistemi completi o componenti già assemblati forniti dall’estero. Non è chiaro quanto il programma sia avanzato, né vi sono conferme che il missile sia operativo o prodotto su larga scala. L’acquisizione di componenti specializzati suggerisce però il tentativo concreto di costruire un’infrastruttura militare più autonoma.

Questo non implica necessariamente un ridimensionamento dell’influenza iraniana. Teheran resta un riferimento fondamentale, ma la dipendenza potrebbe evolvere dalla fornitura di armamenti completi verso un modello basato su progettazione, trasferimento di competenze, assistenza tecnica e produzione locale. Interrompere una filiera di armi complete è infatti diverso dal contrastare una rete composta da materiali industriali, tecnologie commerciali e conoscenze tecniche.

In questo quadro emerge anche una questione politica che riguarda direttamente la Cina. Pechino si presenta come un attore interessato alla stabilità del Medio Oriente — più in ambito globale, secondo la narrazione strategica delle “iniziative” lanciate negli ultimi anni dal leader Xi Jinping — e sostiene di rispettare l’embargo delle Nazioni Unite sulle forniture militari agli Houthi. Non esistono prove pubbliche di un coinvolgimento diretto del governo cinese nel programma individuato da CAR, né che le autorità abbiano consapevolmente autorizzato le esportazioni verso il movimento yemenita. La presenza di componenti cinesi associati alla produzione missilistica solleva tuttavia interrogativi sull’efficacia dei controlli alle esportazioni e sulla responsabilità di una grande potenza industriale e tecnologica nel prevenire l’uso militare improprio delle proprie tecnologie.

A rendere il quadro più complesso interviene l’intelligenza artificiale. In un rapporto pubblicato a settembre, Anthropic ha rivelato che alcuni operatori attivi nello Yemen settentrionale hanno utilizzato Claude per attività di sviluppo software collegate a razzi guidati, a un progetto di missile balistico con gittata superiore ai 2.000 chilometri e a un concetto di missile dotato di veicolo planante ipersonico. Secondo l’azienda, gli utenti avrebbero impiegato il modello per scrivere codici, effettuare simulazioni e affrontare problemi tecnici. I sistemi di sicurezza avrebbero bloccato numerose richieste, ma non tutte. Anthropic ha precisato di non aver trovato prove della realizzazione di un’arma operativa e di non aver identificato con certezza gli operatori come appartenenti agli Houthi — ma è dal 2015 che gli ex-ribelli yemeniti amministrano quello che considerano il loro territorio ancestrale, uno Yemen del Nord che vorrebbero separato dal resto del Paese.

Il caso indica comunque una trasformazione più ampia: gli strumenti commerciali di AI possono servire e anche a entità armate non statali nella ricerca tecnica, nello sviluppo software, nella progettazione e nell’organizzazione dei processi produttivi. L’accesso a componenti industriali attraverso filiere internazionali, combinato con tecnologie digitali avanzate, potrebbe favorire una progressiva industrializzazione della guerra asimmetrica.

Le conseguenze sono evidenti nel caso saudita. Gli attacchi contro l’aeroporto internazionale King Khalid dimostrano che gli Houthi conservano la capacità di colpire infrastrutture strategiche nonostante gli investimenti del Regno nella difesa aerea. La possibile modifica del formato della FII mostra inoltre come questa capacità possa produrre effetti oltre il danno materiale immediato. La FII è una piattaforma attraverso cui bin Salman presenta l’Arabia Saudita come hub internazionale per investimenti, innovazione e sviluppo industriale. Rivederne l’organizzazione per ragioni di sicurezza evidenzia una vulnerabilità strutturale: la diversificazione economica dipende anche dalla percezione di stabilità e prevedibilità del contesto.

Gli Houthi non sono in grado di compromettere l’intero progetto di Vision 2030, chiaramente. Il Regno dispone di risorse finanziarie e strumenti di influenza considerevoli e ampio sostegno internazionale. Un movimento armato non statale può però imporre costi, incertezze e adattamenti a iniziative di grande rilevanza economica e politica. D’altronde, il blocco imposto sul Mar Rosso con gli attacchi contro i navigli israeliani e occidentali — iniziativa mascherata da assistenza ai “cugini” gazawi — ha già dimostrato le loro capacità di influenza, tramite il controllo del chokepoint di Bab El Mandeb, sulla geoeconomia globale.

Il programma missilistico descritto da CAR non deve essere confuso con le capacità già utilizzate negli attacchi contro Riyadh: non ci sono elementi che colleghino i componenti individuati alle operazioni recenti. Le due vicende rappresentano però momenti diversi della stessa sfida: una minaccia già capace di produrre conseguenze significative, che potrebbe diventare più sofisticata grazie all’accesso a filiere industriali e tecnologie emergenti. La capacità militare degli attori non statali non dipende più soltanto dalla quantità di armi disponibili o dal sostegno diretto di uno sponsor, ma anche dall’accesso a componenti tecnologici, competenze industriali e conoscenze specializzate.

Per Riyadh, la sfida consiste nel proteggere le ambizioni economiche di Vision 2030 da un avversario capace di generare incertezza con costi relativamente contenuti. Per Pechino e le altre potenze tecnologiche, riguarda la responsabilità di governare la circolazione di tecnologie sensibili attraverso le reti commerciali globali. Per il Medio Oriente, infine, la crescente sofisticazione degli attori armati non statali rischia di rendere la sicurezza regionale sempre più difficile da garantire, anche per Paesi dotati di una netta superiorità militare convenzionale.

Autore
Formiche

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