Militare genovese morto per mesotelioma cinquant’anni dopo il servizio di leva: oltre 400mila euro di risarcimento alla figlia
- Postato il 4 giugno 2026
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- Di Genova24
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Genova. Negli anni Sessanta aveva svolto il servizio di leva nell’esercito, come in fanteria, prima a Palermo, poi a Messina e infine a Marghera come “lagunare”. Senza sapere che proprio quei luoghi, quei mezzi e quei materiali utilizzati ogni giorno durante il servizio militare lo stavano lentamente condannando a morte.
M.R., genovese, era morto 50 anni dopo all’ospedale San Martino. Dopo decenni di latenza, infatti l’ex militare aveva cominciato ad accusare gravi problemi respiratori e un rapido peggioramento delle condizioni cliniche. La diagnosi fu devastante: mesotelioma pleurico, uno dei tumori più aggressivi e strettamente collegati all’esposizione alla fibra killer.
M.R. aveva svolto servizio in ambienti nei quali la presenza di amianto era diffusa: strutture, caserme, mezzi militari, armi e materiali utilizzati quotidianamente senza adeguate protezioni e senza piena consapevolezza dei rischi per la salute. Secondo quanto ricostruito nella sentenza del tribunale di Milano, il militare partecipò ad attività di manutenzione e movimentazione di materiali contaminati.
La figlia, dopo la sua morte, ha scelto di intraprendere una lunga battaglia giudiziaria per ottenere verità e giustizia. Oggi, dopo un lungo percorso giudiziario, per la donna, L.R., nata a Genova e ora residente a Milano, è arrivata una sentenza che riconosce molto più di un semplice risarcimento economico ed è destinata a lasciare il segno anche sul piano umano, sociale e giuridico.
Il Tribunale di Milano ha infatti condannato il Ministero della Difesa riconoscendo il nesso causale tra l’esposizione alle fibre, l’insorgenza della malattia e il successivo decesso del militare. I giudici hanno rilevato che non vennero adottate adeguate misure di prevenzione e protezione, nonostante la pericolosità dell’amianto fosse già conoscibile all’epoca dei fatti.
L’uomo si era arruolato nel marzo del 1963 e si era congedato nel luglio dell’anno successivo. In quell’epoca, si legge nella sentenza “la pericolosità dell’amianto era
nota, sì che il datore di lavoro non ha adottato misure di prevenzione adeguate a prevenire il rischio per la salute. Infatti, pur non essendoci conoscenze scientifiche avanzate in grado di collegare all’esposizione di amianto l’insorgenza di una neoplasia, era noto che l’amianto fosse una sostanza nociva, sì che incombeva in capo al Ministero della Difesa l’obbligo di adottare adeguate misure di prevenzione e tutela della salute dei lavoratori“.
La sentenza riconosce non solo il danno subito direttamente dal militare durante la malattia, compresa la sofferenza del periodo terminale, ma anche il drammatico danno umano e psicologico subito dalla figlia per la perdita del padre e la lesione del rapporto parentale.
La sentenza ha riconosciuto oltre 400 mila euro complessivi di risarcimento alla figlia. Ma il significato della decisione va ben oltre l’aspetto economico, “Dietro questa sentenza non ci sono numeri o semplici risarcimenti, ma la storia di una famiglia distrutta da una morte che poteva e doveva essere evitata” – dichiara avvocato Ezio Bonanni, Presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto, e legale della donna – “Per anni questa figlia ha combattuto perché fosse riconosciuta la verità sulla morte del padre, un uomo che aveva servito lo Stato in divisa senza sapere di essere stato esposto a un killer invisibile come l’amianto. Questa decisione restituisce dignità non solo alla memoria del militare, ma anche al dolore di una figlia che ha vissuto accanto al padre tutta la devastazione della malattia fino agli ultimi giorni di vita. È una sentenza importante perché conferma ancora una volta che anche nelle Forze Armate ci sono state esposizioni gravissime e che lo Stato ha il dovere di tutelare chi lo serve. Troppi uomini in divisa si sono ammalati dopo anni di silenzio e omissioni. E troppe famiglie continuano ancora oggi a chiedere giustizia”.