Milan, quattro anni di tutti contro tutti. Così è stato bruciato lo scudetto di Pioli e Maldini
- Postato il 11 maggio 2026
- Di Panorama
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Come in un eterno giorno della marmotta, che brucia dirigenti, tecnici, giocatori, sogni e risultati e alla fine rischia anche di bruciare denaro, perché senza risultati sportivi anche i piani economici soffrono. Benvenuti al Milan dove da quattro anni, ciclicamente, chi guida il Milan sembra interessato a tutto tranne che al bene e alla storia di un marchio tra i più gloriosi al mondo. Una discesa nell’inferno fatta di divisioni, lotte nascoste o alla luce del sole, personalismi e scelte sbagliate con un unico comune denominatore: consumare la pazienza del popolo rossonero.
La clamorosa contestazione nella notte del ko casalingo con l’Atalanta è solo l’ultimo capitolo di un romanzo degli orrori. E’ dai giorni felici della conquista dello scudetto numero 19 (maggio 2022) che Casa Milan vive nella precarietà di un confronto tra correnti in cui non si trova mai la sintesi se non nel progressivo ridimensionamento di ambizioni, valore e riscontri sul campo. Tutto mentre dall’altra parte del Naviglio i cugini dell’Inter vincono e sembrano l’antitesi di quello che accade in via Aldo Rossi: solidi, lucidi, con un management saldo e continuo, finalmente anche economicamente sostenibili.
Dal contratto in extremis di Maldini a… D’Amico: quattro anni senza pace
Una giostra partita a festa ancora caldissima, con i rinnovi di Paolo Maldini e del direttore sportivo Ricky Massara firmati in extremis proprio perché a scudetto appena conquistato era impossibile farne a meno. Scricchiolii già evidenti allora, resa dei conti rimandata solo di dodici mesi fino al 5 giugno 2023: quarto posto in classifica, semifinale di Champions League persa contro l’Inter, lettera di licenziamento per Maldini. Il motivo? Troppo individualista, colpevole di aver bruciato soldi nel colpo De Ketelaere e, in generale, di non adeguarsi alla collegialità richiesta dal gruppo di lavoro organizzato da Giorgio Furlani per conto di Gerry Cardinale.
Il resto è storia. La triade Furlani, Moncada, Pioli subito in difficoltà, l’arrivo di Zlatan Ibrahimovic nel dicembre 2023 con il ruolo mai del tutto chiaro di senior advisor della proprietà, un direttore sportivo (D’Ottavio) ingaggiato solo perché obbligatorio per regolamento, una stagione così così in Europa (fuori ai gironi) e salvata dal secondo posto in campionato prima della nuova primavera di fuoco: Ibrahimovic centro del villaggio (“I’m the boss”), Conte scartato dopo aver inseguito Lopetegui – bocciato a furor di popolo – per prendere Fonseca e finire a Conceiçao.
Risultato? Metà classifica, percorso europeo deprimente, la piccola soddisfazione della Supercoppa Italiana strappata all’Inter e la sintesi finale di Furlani: “Stagione fallimentare, fatti vari errori e bisognerà correggerli”. Dunque, via a un nuovo giro di giostra terminato con la scelta di Igli Tare direttore sportivo non prima di aver inseguito Tony D’Amico, sotto contratto all’Atalanta, e Fabio Paratici, ancora squalificato per il caso plusvalenze alla Juventus. La terza scelta, insomma. E con lui Max Allegri per garantire di aver compreso gli errori dell’anno prima.
Come sia andata un anno dopo è cronaca. Squadra a lungo competitiva e poi spentasi all’improvviso a inizio marzo, mercato estivo male (per colpa di tutti) e invernale all’insegna delle due teste pensanti con giocatori trattati all’insaputa del ds e dell’allenatore e poi sfumati per problemi fisici o tecnici. E mentre i risultati cominciavano a farsi preoccupanti, le voci sul prossimo addio di Tare, la candidatura nei fatti del solito D’Amico, Allegri mai chiaro nel chiudere all’ipotesi della nazionale e la gente che giustamente ha cominciato a non poterne davvero più.

Cardinale sempre più centrale (e sempre meno presente)
Nel frattempo Gerry Cardinale ha liquidato la famiglia Singer chiudendo il vendor loan e affidandosi al fondo canadese Comvest, ha vinto (per ora) la battaglia politica su San Siro e allungato l’orizzonte del suo impegno nel calcio italiano. Che, però, frequenta poco e non senza gaffe visto che continua a pensare di gestire una forma di intrattenimento – così ha confessato il suo presidente Paolo Scaroni -, mentre nella realtà maneggia la storia di un club sempre abituato a competere per la vittoria.
Cardinale arriva a Milano ogni tanto, fa un giro e si fa scattare qualche foto. Tutto resta in mano a Giorgio Furlani che i tifosi non sopportano più perché incarna ai loro occhi tutto il malessere. Ed è il centro della giostra che da fuori appare un gigantesco scontro tra ego opposti in cui ognuno punta ad evitare che gli altri facciano ombra, anche a costo di invadere l’altrui terreno di competenza. Un virus che ormai ha attaccato anche i progetti sportivi.
Milan, quattro anni di fallimenti in campo
Il risultato è che dal maggio 2022 al maggio 2026 il Milan ha conquistato una Supercoppa Italiana e in campionato ha accumulato un distacco virtuale di 57 punti dall’Inter (332 contro 275). Ha bruciato quattro allenatori – Pioli, Fonseca, Conceiçao e adesso Allegri -, spendendo tanto e male sul mercato: 503 milioni di euro (fonte Transfermarkt) con un saldo negativo di poco meno di 200.
E se non arrivasse la qualificazione alla prossima Champions League? Sarebbe un disastro economico e sportivo. Come reagisca Cardinale alla prospettiva di restare senza i ricavi dell’Europa più ricca si è visto un anno fa: cessioni e tagli per coprire il “buco” ed evitare disequilibri di bilancio. Solo che oggi vorrebbe dire andare a mettere mano all’argenteria di Casa Milan consegnando al prossimo allenatore (Italiano?) una squadra difficilmente più forte di quella di Allegri.
A proposito, chi sceglierà ds e allenatore? E Furlani resterà o la pressione della contestazione convincerà Cardinale a scegliere un altro plenipotenziario, probabilmente per fargli fare le stesse cose che fa Furlani? Il quarto capitolo del giorno della marmotta rossonera è solo all’inizio e la domanda di fondo è un’altra: c’è qualcuno che vuole davvero bene al Milan?