Michele, i pennivendoli e il mestiere di giornalista
- Postato il 17 febbraio 2026
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Il Quotidiano del Sud
Michele, i pennivendoli e il mestiere di giornalista

Michele è stato un giornalista dall’immensa umanità, capace di denunciare il male della propria terra con coraggio, dignità e rara empatia.
Pennivendoli e giornalai, che poi sarebbe un complimento. A queste definizioni ho pensato leggendo, ascoltando l’enorme tributo dedicato a Michele Albanese in queste ore. Una persona dalla straordinaria umanità: trattasi di qualità professionale, perché che tu lavori a Cinquefrondi oppure a Taipei, questo ti serve nel mestiere: l’empatia, la voglia di avvicinarsi alle persone e alle loro storie. Il bello è che Albanese lo sapeva fare anche in silenzio. Se non sei umano, non puoi fare il giornalista, o almeno non puoi farlo bene. Come ha scritto Rocco Valenti, è anche una questione di fratellanza: magari si litiga e si diventa amici, perché si divide una vita incomprensibile. Michele era un talento umano, pur chiuso nella sua stanzetta con la luce fioca, le sigarette, collegato con il mondo da una scrivania e un telefono vecchio stile, il calendario dei carabinieri, con i giorni sotto scorta contati in testa uno a uno.
UNA VITA SOTTO SCORTA SENZA MAI FARE LA STAR
Non servono le classifiche, perché quelle sono vite che nessuno invidia: ma di certo lui non ha mai sfruttato questa condizione di prigionia, in rarissime occasioni l’ha raccontata. Poteva fare una vita più comoda, ha pagato anche per questo. Poteva trasferirsi in una grande città, ha voluto restare lì, con la moglie che si affacciava per salutarlo, le rare volte che andava in giro. Non ha fatto mai la star anche se aveva occhi da tv, mai si è lamentato.
IL SEME DELLA DENUNCIA E L’AMORE PER IL GIORNALISMO
Al contrario, si è sempre adoperato per una professione più giusta, più equilibrata e garantita. Sempre con il Quotidiano sotto il braccio, come quella volta davanti al Duomo di Polistena, insieme a don Pino Demasi. Che ora scrive: “Ogni tuo articolo è stato un seme/ogni denuncia un germoglio/ ogni scelta scomoda/ un raccolto offerto al bene comune”. O negli innumerevoli dibattiti sulla terrazza del palazzo confiscato, nella piazza dedicata a Giuseppe Valarioti, con vista struggente sulla Piana. E quanto amore per il mestiere, lo ha raccontato bene Simona Gerace, descrivendo quella piccola redazione che sembrava una sacrestia. Si bussa a una porta, c’è una scritta che dice: “Giornalisti.. vil razza dannata”. “Mi accogliesti con parole dirette. Il mondo si divide in due categorie di persone: chi compie il male e chi sceglie di denunciarlo ogni giorno, scegli tu da che parte vuoi stare”. Sulla scrivania di Michele, una frase di Alvaro: “La disperazione più grande che possa impadronirsi una società è il dubbio che vivere rettamente sia inutile”. Sembra la sceneggiatura di un film, invece è il racconto di una delle tante persone che hanno lavorato con lui.
MICHELE IL LEGAME CON GIOIA TAURO E L’ISTINTO DEL GIORNALISTA
Trasformava l’amore in professione, Michele. L’amore per il porto di Gioia Tauro dove nuotava da bambino, quando era un monumento nel nulla dei settecentomila alberi abbattuti e del blu profondo. Ne capiva di porti. Michele. Non sopportava chi definiva Gioia Tauro il centro di smercio della cocaina, oscurando la più bella realtà economica calabrese: sempre più navi in quello scalo, vederlo pieno era una gioia. E poi, Michele: mica lo sanno questi quanta droga sequestrano a Rotterdam, non sanno nemmeno dov’è. Ci sarebbe da fare poi l’elenco di altre qualità che non possono essere insegnate alle scuole di giornalismo. Scriveva Giorgio Bocca: “C’è qualcosa nel mestiere che non è professione e non è cultura, qualcosa che ti sale dalla pancia, chiamalo come vuoi: inconscio, istinto, carattere, cromosomi”.
MICHELE IL GIORNALISTA: IL CORAGGIO, LA GENEROSITÀ E IL MISTERO DEI BRONZI
Per esempio, il coraggio di Michele: se uno non ce l’ha… e qui si divaga anche per dare una pausa al dolore, si pensa ai Promessi Sposi, a tutti i don Abbondio che Michele ha incontrato nella sua vita in due puntate. La prima a trottare per la Piana con la sua Multipla verde metallizzato, e poi dopo la telefonata del Questore che lo convoca d’urgenza. Michele era generoso (altra qualità che non può essere insegnata etc), e mi ricordo che dovetti quasi alzare la voce, una volta che voleva pagare il pranzo per tutta la troupe di “Semidei”, attovagliata in una bottiglieria vicino a Piazza del Popolo. In quel docufilm, il suo racconto si intreccia con il ritrovamento dei Bronzi di Riace. Un’altra sua fissazione, l’amicizia con Stefano Mariottini, il sub che li ritrovò, la convinzione che la mafia avrebbe voluto metterci le mani, e che da qualche parte c’è uno scudo, o una terza statua.
TESTIMONIAL DI UNA TERRA E DI UN GIORNALISMO NECESSARIO
E poi c’è un’altra cosa che ricordo del suo modo di lavorare: non diceva mai Calabria, diceva “la mia terra”, e questo, scusate, per noi poveri sentimentali che non sappiamo interpretare tutte le fasi lunari, continua ad avere un valore. In altre parole, Michele era il miglior testimonial possibile della professione, del giornalismo utile al mondo, del giornalismo spesso sbeffeggiato, ridicolizzato sotto forma di post. Il mestiere delle scarpe rotte, proletarizzato, sudato, notti in bianco, notti d’ansia. Peccato che molti di quelli che ne scrivono oggi, che mettono i cuoricini o la lacrima, molti di quelli che lo hanno amato, abbiano dimenticato quale importanza abbia un giornale, una corretta informazione in una società civile. Ma rassegnatevi, non hanno ancora inventato un’alternativa.
Il Quotidiano del Sud.
Michele, i pennivendoli e il mestiere di giornalista