Metro C Colosseo: così un’idea incredibile unisce archeologia e architettura urbana
- Postato il 2 febbraio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Se oggi esiste un’idea credibile di rinascita per Roma, non passa dalle grandi operazioni immobiliari, ma da progetti pubblici capaci di tenere insieme infrastrutture, cultura e spazio urbano. È in questa direzione che vanno due interventi apparentemente distanti e invece profondamente convergenti: la nuova stazione Colosseo–Fori Imperiali della Metro C, con progetto di allestimento degli spazi interni e delle aree museografiche degli architetti Filippo Lambertucci e Andrea Grimaldi (Sapienza Università di Roma), e il Museo delle Periferie a Tor Bella Monaca (in fase di realizzazione), ideato da Giorgio de Finis. Il primo ricuce centro e margini attraverso la mobilità; il secondo restituisce centralità culturale a territori esclusi dalla narrazione urbana.
L’archeostazione Colosseo, inaugurata dopo tredici anni di cantiere, è l’esempio più compiuto di questa capacità. Non si tratta di risolvere un conflitto tra scavo archeologico e infrastruttura, ma di trasformarlo in progetto urbano. Sviluppata su quattro livelli fino a 32 metri di profondità, assume il pozzo come dispositivo narrativo centrale. Gli antichi pozzi rinvenuti durante gli scavi – costruiti in origine per scopi pratici, come raccogliere acqua o smaltire liquidi, e in epoche successive riutilizzati come depositi rituali per offerte e pratiche sacre – diventano carotaggi spazio-temporali che accompagnano la discesa e la narrazione, fenditure nella storia lungo cui si articola l’intero intervento. La stazione stessa si comporta come un grande pozzo urbano che restituisce frammenti e stratificazioni, invertendo il rapporto tra superficie e profondità.
Il progetto traduce questa idea in scelte materiche precise. Il dispositivo museografico è struttura portante dell’intervento. Pavimenti e rivestimenti scuri creano un fondale in penombra. Da questa oscurità emergono i reperti: superfici metalliche dorate, teche cilindriche che custodiscono pozzi repubblicani tra V e II secolo a.C., porzioni di domus affrescate e un balneum ricollocato in situ.
Cinque ambiti tematici scandiscono quindi il percorso dall’atrio alle banchine, accompagnando il visitatore in una discesa nel tempo e nello spazio: il racconto delle trasformazioni dell’area dei Fori Imperiali, i pozzi come strumenti di vita quotidiana in epoca arcaica, il paesaggio antico della Velia, i pozzi rituali. Il grande vano scale centrale, a rampe incrociate, è concepito come il “Foro della stazione”: uno spazio pubblico interno che organizza flussi e sguardi. Le discenderie verso le banchine dei binari è scandita da campane luminose che dilatano lo spazio verso l’alto, evocando pozzi virtuali. Sulle banchine, incisioni astratte dialogano con il paesaggio archeologico della superficie senza sovrapporsi. Il dispositivo museografico, organizzato su una dualità drammaturgica tra pieno e vuoto, oscurità e luminosità, diventa struttura portante del senso. La luce artificiale è usata per privilegiare la penombra, trasformando gli ambienti tipici della metropolitana in un’inattesa occasione di archeologia pubblica.
Un progetto di questa qualità richiederebbe riconoscimento. Invece emerge un’assenza sorprendente: i nomi di Lambertucci e Grimaldi spariscono dalla narrazione ufficiale. Sono loro – ed è doveroso documentarlo – ad aver sviluppato dal 2013 il modello dell’archeostazione – prima a San Giovanni, poi al Colosseo. Eppure, nelle comunicazioni ufficiali e nel video di Webuild, si celebra una parata di figure – ingegneri, costruttori, ministri, soprintendenti – mentre i nomi degli architetti vengono cancellati.
È sintomo di una marginalizzazione culturale dell’architetto nel dibattito pubblico italiano. In un Paese che ha fatto dell’autorialità architettonica una tradizione secolare – da Brunelleschi a Piano – oggi l’architettura viene trattata come se si auto-generasse: prodotto spontaneo dei calcoli ingegneristici o risultato automatico delle scoperte archeologiche. La gerarchia valoriale privilegia committenza e impresa, mentre chi progetta viene cancellato, per scelta. E gli Ordini professionali, che dovrebbero difendere questa cultura? silenzio assoluto: autorità azzerata, influenza inesistente.
Rimane, però, un paradosso: dimostriamo di saper fare architettura, ma non di saperla riconoscere. Cancellare Lambertucci e Grimaldi è l’esito coerente di una cultura che ha ridotto l’architettura a problema tecnico-amministrativo. Riconoscere l’autorialità significherebbe ammettere che la qualità dello spazio è frutto di pensiero, cultura, mestiere.
La stazione Colosseo dimostra che quella rinascita di Roma evocata all’inizio – fatta di progetti pubblici che tengono insieme infrastrutture, cultura e territorio – è possibile. Ma solo se smettiamo di trattare il progetto come un accidente tecnico e torniamo a riconoscere chi lo pensa. Quando neghiamo l’autorialità, neghiamo la possibilità stessa di una cultura architettonica. E senza cultura architettonica, non c’è rinascita urbana.
Credits
METRO C COLOSSEO
Stazione Colosseo, Linea C, Roma
Progetto di allestimento degli spazi interni e delle aree museografiche:
Prof. Arch. Andrea Grimaldi e Prof. Arch. Filippo Lambertucci
DIAP – Dipartimento di Architettura e Progetto – Sapienza Università di Roma
con
Arch. Livio Carriero,
Arch. Amanzio Farris,
Arch. Davide Leogrande,
Arch. Edoardo Marchese,
Arch. Valerio Ottavino,
Arch. Leo Viola
Fotografie di Eleonora Carrano
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