Messina, la scomparsa politica del M5S: perché il Movimento è uscito di scena alle amministrative 2026
- Postato il 28 maggio 2026
- Editoriale
- Di Paese Italia Press
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Le elezioni amministrative del 24 e 25 maggio 2026 a Messina hanno restituito un dato politico difficilmente contestabile: il netto ridimensionamento, fino quasi alla scomparsa, del Movimento 5 Stelle nello scenario cittadino. La riconferma al primo turno del sindaco uscente Federico Basile, attestatosi attorno al 58,42 per cento dei consensi, ha segnato una vittoria ampia e senza appello, mentre la candidata del campo progressista Antonella Russo, sostenuta anche dal M5S, si è fermata poco sopra il 10%, rimanendo distante non solo dal vincitore ma anche dal centrodestra rappresentanto dal candidato sindaco Marcello Scurria.
Un risultato che apre interrogativi politici profondi sul destino del Movimento in una città che, fino a pochi anni fa, sembrava terreno fertile per il consenso grillino.
Il primo elemento da considerare riguarda il Il peso dell’asse Basile–De Luca. Ossia il consolidamento del modello politico costruito negli anni da Cateno De Luca e proseguito con Federico Basile. A Messina il voto amministrativo si è progressivamente trasformato in un consenso fortemente personalizzato, legato alla percezione di una leadership operativa, presente e pragmatica.
Dal 2018 in poi si è rafforzata una struttura politico-territoriale fortemente identitaria, capace di parlare direttamente all’elettorato cittadino e di intercettarne bisogni concreti. Basile ha beneficiato della continuità amministrativa e dell’immagine del “sindaco del fare”, in un contesto nel quale il peso delle appartenenze ideologiche è apparso secondario rispetto alla dimensione civica e personale del voto.
Parallelamente, il Movimento 5 Stelle sembra aver progressivamente perso forza organizzativa a livello locale, una vera e propria evaporazione identitaria. Se negli anni dell’ascesa anti-establishment — tra il 2013 e il 2018 — il M5S rappresentava un soggetto politico capace di intercettare malcontento sociale e protesta diffusa, oggi appare sradicato nei quartieri e assente nella proposta amministrativa.
La sensazione, osservando il voto messinese, è quella di un Movimento progressivamente dissolto nella dinamica delle coalizioni, incapace di costruire una classe dirigente territoriale autonoma e di mantenere una chiaro target politico.
A pesare potrebbe essere stata anche la difficoltà nel rapporto con il campo progressista. Una parte dell’elettorato storico ( cosiddetto grillino) ha spesso vissuto con disagio le convergenze con i partiti tradizionali del centrosinistra, considerate da alcuni come una rinuncia alla vocazione originaria antisistema. Dinamica che secondo i maggiori osservatori scaturirebbe dalle ambiguità delle alleanze.
Al tempo stesso, il sostegno del M5S non sembra essere bastato a rafforzare la candidatura alternativa. Quando il Movimento appare percepito come forza subalterna dentro coalizioni più ampie, tende spesso a perdere capacità attrattiva, soprattutto presso quell’elettorato che ne aveva premiato la radicalità e l’autonomia.
Il voto messinese non può essere letto senza considerare anche la dimensione nazionale del Movimento. Negli ultimi anni il M5S ha dovuto fare i conti con una trasformazione profonda: da forza anti-establishment a soggetto di governo, attraversando cambi di linea, alleanze variabili e fratture interne.
Non sono mancate, inoltre, forti contestazioni politiche su alcuni passaggi cruciali dell’esperienza di governo guidata da Giuseppe Conte, dalla gestione della stagione pandemica alle polemiche sul Superbonus, misura giudicata da alcuni strategica e da altri economicamente problematica. Elementi che, per una parte dell’elettorato originario, hanno contribuito ad alimentare una percezione di smarrimento identitario.
L’assenza di un messaggio forte per la città
sul piano strettamente amministrativo, ha pesato sul Movimento che non è sembrato riuscire a imporre un tema distintivo capace di rompere l’inerzia del consenso attorno all’amministrazione uscente.
In una città complessa come Messina, il confronto elettorale si è giocato su gestione urbana, servizi, mobilità, opere pubbliche e capacità di presidio del territorio. Su questi temi, il M5S non è apparso in grado di proporre una narrazione alternativa sufficientemente forte e caratterizzante. Infine, ha inciso la divisione del fronte alternativo a Basile. La presenza di più candidature ha inevitabilmente disperso il consenso delle opposizioni, frammentazione, rendendo ancora più difficile costruire una sfida competitiva.
In questo quadro, il Movimento 5 Stelle non solo non ha svolto un ruolo trainante, ma è apparso politicamente marginale, incapace di orientare realmente il dibattito cittadino.
Il caso Messina come segnale nazionale
Messina potrebbe così rappresentare un caso emblematico di una difficoltà più ampia del Movimento 5 Stelle: quella di trasformarsi stabilmente da forza di protesta a soggetto politico radicato nei territori.
Soprattutto nel Mezzogiorno, dove il consenso si misura sempre più con leadership territoriali fortemente personalizzate — come nel caso di Sud chiama Nord — il M5S sembra oggi chiamato a una riflessione profonda sulla propria identità, sulla capacità di organizzazione locale e sul rapporto con il proprio elettorato storico.
La domanda politica, a questo punto, non riguarda soltanto la sconfitta di Messina, ma se il Movimento sia ancora in grado di ritrovare una propria centralità nei territori o rischi di restare schiacciato tra leadership locali forti e coalizioni nelle quali fatica sempre più a riconoscersi.
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