Maxiprocesso, una rivoluzione nella storia giudiziaria italiana: per la prima volta si colpì la mafia in quanto tale

  • Postato il 10 febbraio 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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Quarant’anni fa, il 10 febbraio 1986, si svolse a Palermo – davanti alla Corte d’assise – la prima udienza del Maxiprocesso contro vari mafiosi appartenenti a Cosa nostra. Un processo di proporzioni enormi, maxi appunto. Con 475 imputati e 200 avvocati difensori; e con un numero elevatissimo di capi d’accusa (associazione mafiosa, traffico di droga, rapine, estorsioni, 120 omicidi e altro ancora). Per permettere lo svolgimento del maxiprocesso fu costruita all’interno del carcere dell’Ucciardone di Palermo un’apposita aula bunker.

Maxi il processo, come maxi era stata l’impunità di cui la mafia aveva prima di allora goduto. Prima del maxi infatti c’erano stati pochi processi di mafia e ancor meno condanne. Del resto, erano tanti (anche fior di notabili) coloro che facevano a gara per negare addirittura l’esistenza stessa della mafia. E se una cosa non esiste, ovvio che nessuno la cerca. E se qualcuno un po’ “testardo” lo fa, altrettanto ovvio che farà molta fatica a raccogliere prove sufficienti. Tant’è vero che la regola di quei tempi era l’assoluzione tout court o per insufficienza di prove. Perciò, venuta finalmente meno tale impunità, ecco disvelarsi di colpo decine e decine di crimini, commessi per anni e anni, da un affollato plotone di killer mafiosi: ecco appunto il maxi.

Il maxiprocesso è il capolavoro investigativo-giudiziario costruito dal pool dell’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo: un gruppo di magistrati specializzati nel contrasto di Cosa nostra, costituito da Rocco Chinnici e perfezionato poi da Nino Caponnetto, formato da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Leonardo Guarnita e Giuseppe Di Lello. Il pool diede vita ad una nuova metodologia di lavoro investigativo-giudiziario, basata sulla “specializzazione” (i magistrati del pool non devono fare di tutto un po’, ma solo inchieste di mafia) e nel contempo sulla “centralizzazione” dei dati, attraverso la circolazione e socializzazione delle informazioni in un unico centro di raccolta, così da evitare dispersioni e/o parcellizzazioni deleterie.

Il maxiprocesso rappresenta una vera e propria rivoluzione nella storia giudiziaria italiana. È la prima volta che si colpisce l’associazione mafiosa in quanto tale e che si condannano non solo i “soldati” semplici e i capi intermedi, ma anche il cuore e il cervello dell’organizzazione. Si dimostra che Cosa nostra non è solo una mentalità, un insieme di malavitosi e spacciatori che compiono rapine o omicidi, ma molto di più: una sorta di “stato illegale” organizzato, con una sua politica, e relazioni con la società, l’economia e le istituzioni.

Per ostacolare lo svolgimento del maxiprocesso si scatenarono campagne calunniose contro i magistrati e i “pentiti”, che si intrecciarono con gli imbrogli che Cosa nostra provò a mettere in atto per “aggiustare” il processo, cioè piegarlo a conclusioni a sé favorevoli. Ma le prove del maxi erano così solide da resistere a ogni tipo di manovra e il 30 gennaio 1992 la Corte di Cassazione confermò definitivamente, con le condanne, le accuse del pool (basate sul cosiddetto “teorema Buscetta”, dal nome del primo e principale pentito).

Per Cosa nostra una disfatta, cui l’organizzazione criminale reagì cercando con bestiale violenza omicida di dimostrare a tutti che essa restava comunque la più forte: più dei suoi nemici e più dei potenti amici che le avevano voltato le spalle. Di qui le stragi di Capaci e di via D’Amelio che sterminarono Falcone e Borsellino, i principali protagonisti del maxi, con le loro scorte. E sul versante opposto l’omicidio dell’eurodeputato Salvo Lima, “proconsole” in Sicilia di Giulio Andreotti.

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Il Fatto Quotidiano

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