Matteo Paolillo: "Cannavaro un leader vero... oggi tifo Argentina per un motivo molto semplice"
- Postato il 8 luglio 2026
- Di Virgilio.it
- 0 Visualizzazioni
- 3 min di lettura
Matteo Paolillo appartiene a quella generazione che ha scoperto il calcio prima ancora come rito collettivo che come semplice sport. Nato a Napoli e diventato uno degli attori più riconoscibili della sua generazione grazie al successo della serie Mare Fuori, ha sempre raccontato il legame con la propria città come una componente fondamentale della sua identità, umana oltre che artistica. Un’identità costruita tra musica, recitazione e un forte senso di appartenenza, che inevitabilmente passa anche attraverso il pallone. Per Matteo Paolillo il calcio non è soltanto il risultato dei novanta minuti, ma ciò che riesce a creare intorno: famiglie riunite davanti alla televisione, amici che si ritrovano, piazze che si trasformano in un’unica voce. Nelle sue risposte emerge anche il peso delle radici. Trasferitosi da Napoli a Roma per inseguire la carriera, ha scoperto come la Nazionale riesca ad abbattere campanili e rivalità, trasformando tifosi di città diverse in un unico pubblico. E forse è proprio questo il fascino che continua ad attribuire ai Mondiali: la capacità di sospendere, per qualche settimana, ogni differenza e ricordare che esistono emozioni capaci di parlare a tutti con la stessa intensità.
Qual è il primo Mondiale che ti ricordi davvero?
“Il primo mondiale che ricordo davvero è quello del 2006. Avevo 11 anni. Ricordo di aver passato l’estate ad aspettare il giorno della partita e poi guardarla fuori in terrazzo con la mia famiglia. Quando abbiamo vinto era così normale per me. Siamo usciti in strada a festeggiare. Non avevo idea che un mondiale così non sarebbe più tornato, almeno fino ad oggi”.
Solitamente guardi le partite… o ti affascina tutto ciò che si crea intorno?
“La cosa che mi piace del mondiale o comunque delle partite della Nazionale è lo stare insieme. Ovviamente mi interessa guardare la partita e sono contento se vinciamo, però la cosa più bella stare tutti a tifare per la nostra nazione. Crescendo, questa condizione è stata molto più sentita quando da Napoli mi sono spostato a Roma, dove la Nazionale riesce a unire persone di città diverse che fanno il tipo per la stessa squadra”.
C’è un giocatore dei Mondiali che ti è rimasto addosso anche se non tifavi per lui?
“Mi piaceva molto Fabio Cannavaro per la sua determinazione. Era un leader grintoso che lottava in ogni partita: un grande esempio per tutta la squadra”.
Quest’anno l’Italia non c’è. Il tuo tifo a chi è andato?
“Ho tifato per l’Argentina. Non perché sono i campioni in carica, ma perché sento la loro cultura molto vicina alla nostra. In più, ho tanti amici argentini e sono stato lì due volte”.
Qual è la cosa più irrazionale che fai durante un Mondiale?
“Da piccolo, quando l’Italia vinceva, mettevo sempre la stessa maglietta ad ogni partita. Adesso è un po’ di tempo che i rituali non servono più a niente, purtroppo”.
Se potessi vivere dal vivo un solo momento della storia dei Mondiali, quale sceglieresti?
“Sicuramente vorrei fare il giro di campo con Fabio Grosso, durante la semifinale dei Mondiali del 2006 tra Italia e Germania. Quel gol dell’1 a 0 al 119° minuto è qualcosa di indescrivibile”,
I Mondiali del 2026 stanno per finire. Quale finale speri di raccontare agli altri?
“L’Italia che torna campione? Ah, no: sarebbe fantascienza!”.