Mattarella nel discorso di fine anno ha cercato di essere ecumenico. Ma così si rischiano divisioni

  • Postato il 5 gennaio 2026
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Il discorso di fine anno del Presidente Mattarella ha rievocato gli eventi che hanno segnato gli ottant’anni della Repubblica. I prossimi, per me, saranno 75 e i ricordi di quegli 80 anni iniziano 66 anni fa, nel 1960, quando, in una famiglia di portuali genovesi, sentivo parlare della rivolta popolare che avrebbe portato alla caduta del governo Tambroni. Si parlava di un “brichettu” (che in genovese vuol dire fiammifero) che, poi, sarebbe diventato Presidente della Repubblica. Era Sandro Pertini, e mio nonno Nando mi portò a sentirlo, in Piazza della Vittoria.

Mattarella ha menzionato diversi eventi e, arrivato a Falcone e Borsellino, ha interrotto il racconto. Era il 1992 quando i due magistrati furono uccisi con chi li accompagnava. Scavavano sulle commistioni tra mafia e politica, e non erano i soli a far fronte alla degenerazione della gestione della cosa pubblica, diventata “cosa loro”. Già nel 1974 lo scandalo dei petroli, sollevato dal pool genovese dei Pretori d’Assalto, rivelò la corruzione dei partiti di governo da parte dei petrolieri, che bloccarono la scelta nucleare, visto che allora l’elettricità si produceva bruciando il loro gasolio.

L’inchiesta arrivò immediatamente ai vertici del potere e fu subito neutralizzata con la legge sul finanziamento pubblico ai partiti: si ammise che la politica fosse in vendita al miglior offerente e che dovesse essere finanziata con fondi pubblici, per essere “vaccinata” da questa infezione. Nonostante il “vaccino”, non perse il vizio: nel 1992, quando il finanziamento pubblico era ancora in vigore, il pool di Mani Pulite mise fine alla Prima Repubblica. Fu un radicale cambio di paradigma, non menzionato dal presidente.

A differenza del pool genovese, quello milanese iniziò dal basso, da un “mariuolo”, per poi arrivare ai vertici, tanto che l’ex presidente del Consiglio scappò all’estero per non finire in galera. Il pool non fu fermato, ma la storia non cambiò binario: la Seconda Repubblica vide la discesa in campo di Silvio Berlusconi, affiliato alla P2, una loggia massonica deviata, il cui partito, come dimostrò il processo Dell’Utri, ebbe radici di matrice mafiosa. Le sentenze definitive mostrano che mafia e massoneria hanno segnato la nostra storia, ma Mattarella non le menziona.

La Terza Repubblica, anche se non riconosciuta da tutti, inizia con la discesa in campo di Beppe Grillo e del suo Movimento 5 Stelle che, usando soprattutto internet, rivoluziona il modo di ottenere consenso attraverso il voto, tanto da arrivare al governo. Molti parlano di antipolitica e di populismo, come se ottenere milioni di voti per costruire una politica diversa da quella della “casta” fosse contro la politica: è contro “quella” politica. Anche le regioni hanno un ruolo nella storia, se non altro per l’alto numero di presidenti finiti in gabbia.

Mattarella ripercorre la storia dei primi decenni della Repubblica e tralascia gli ultimi, come se le verità giudiziarie fossero opinioni. Ripenso a Sandro Pertini. Che discorso avrebbe fatto se fosse stato al posto di Mattarella? A lui è attribuita la frase: Il fascismo non è un’opinione, è un crimine. Un giudizio certamente divisivo nei confronti di chi non condanna il fascismo. Omettere parte della storia può portare a ripetere gli errori del passato.

Come avrebbe commentato Pertini la corsa al riarmo attualmente in atto? Mattarella era vicepresidente del Consiglio quando l’Italia partecipò alla guerra del Kosovo, nel 1999, per difendere con le armi il popolo kosovaro, così come oggi l’Italia rifornisce di armi il popolo ucraino per aiutarlo a difendersi. Non è ben chiaro, però, come mai non faccia lo stesso per il popolo palestinese, indiscutibilmente vittima di un genocidio. Che dirà poi Mattarella del Venezuela?

Insomma, il presidente ha raccontato metà della storia. Ha esortato i giovani ad essere esigenti, ma i non più giovani potrebbero esigere una ricostruzione storica più accurata. Posizioni ambigue o omissive della massima carica dello Stato generano disaffezione alla politica e, quindi, al compimento della democrazia. Se buona parte degli aventi diritto al voto non esercita il potere di scegliere chi guiderà il paese, allora c’è qualcosa che non va nella politica. Se la memoria collettiva non include fatti gravissimi e decisivi, come quelli che ho evocato, il racconto istituzionale diventa una storia monca di verità giudiziarie, centrali per la società reale.

Il Presidente della Repubblica ha tentato di essere ecumenico, rivolgendosi a tutti gli italiani. Ma se rivolgersi a “tutti” significa non menzionare i servizi segreti deviati, la politica corrotta, le consorterie massoniche, i neofascisti impuniti, la criminalizzazione della magistratura, la renitenza a pagare il “pizzo di stato”, come qualcuno chiama le tasse, allora io non mi sento incluso in quei “tutti” a cui il presidente dovrebbe parlare. Se Mani Pulite è “divisivo” per qualcuno, lo è anche per me. Divide chi chiede giustizia contro il malaffare da chi lo giustifica, e si fa beffe dell’onestà, chiamandola onestah.

Visto che ci sono due versioni della storia, il non schierarsi del presidente non è unificante, è divisivo per chi chiede il rispetto della verità storica, anche solo menzionando i fatti, senza emettere giudizi. Quelli sono stati emessi dalle sentenze definitive.

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