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Massoneria, Taroni cala l’asso contro la massomafia e chiede la riforma dello statuto

  • Postato il 9 settembre 2026
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Massoneria, Taroni cala l’asso contro la massomafia e chiede la riforma dello statuto

Il Quotidiano del Sud
Massoneria, Taroni cala l’asso contro la massomafia e chiede la riforma dello statuto

Massoneria al bivio, controffensiva di Taroni per sradicare la massomafia con la riforma dello statuto e richiesta di dimissioni a Seminario


CATANZARO – Il Grande Oriente d’Italia si trova sull’orlo di una transizione epocale. Messo all’angolo da una macchina inquisitoria interna attivata per reprimere il dissenso e imbastire tavole d’accusa dopo la denuncia di opacità nella gestione di flussi finanziari transnazionali, il gran maestro eletto Leo Taroni passa decisamente al contrattacco. A muoversi, su un doppio binario, è l’area di “Massoneria Legalitaria”, a lui molto vicina. Da un lato, con la proposta di riforma radicale della Costituzione dell’Ordine per sradicare la cosiddetta massomafia. Dall’altro, con un aut aut politico indirizzato direttamente al vertice calabrese.

La controffensiva legalitaria

Il primo pilastro della controffensiva è stato formalizzato con un documento dirompente, ovvero la richiesta di modifica dell’articolo 15 della Costituzione del GOI. L’ala legalitaria ha chiesto esplicitamente al gran maestro in carica, Antonio Seminario, e al grande oratore Marco Vignoni di portare all’attenzione della prossima Gran Loggia straordinaria del 19 settembre la riscrittura delle norme disciplinari in senso rigorosamente antinfiltrativo e antimafioso. L’obiettivo dichiarato è spezzare i ponti con decenni di silenzi tollerati di fronte a inchieste giudiziarie devastanti.

La proposta: la mafiosità sia considerata colpa massonica

Il testo proposto inserisce un comma che integra esplicitamente gli estremi della colpa massonica con l’appartenenza, in concorso o in associazione, alla criminalità organizzata di tipo mafioso, per come definita dall’ordinamento giuridico nazionale. Nei casi di procedimenti legati alla criminalità organizzata, l’azione disciplinare e il giudizio dinanzi alla Corte Centrale diventerebbero obbligatori, promossi direttamente dal Grande Oratore. Una svolta che scuote le fondamenta dell’obbedienza giustinianea, evidenziando il macroscopico doppiopesismo etico fin qui praticato.

Il doppiopesismo etico

Mentre la giustizia interna si è mossa con fulminea rapidità per colpire Taroni, reo di aver denunciato con esposti alla Procura di Palmi e allo Scico di Roma presunti misteri finanziari e viaggi d’affari negli Emirati Arabi dietro la gestione della Fondazione GOI, destinataria tra il 2021 e il 2023 di ben 7,4 milioni di euro versati dagli affiliati, nessuna sanzione reale è mai stata applicata contro i venerabili finiti al centro dei grandi scandali di mafia. Dalla condanna in primo grado a 15 anni di carcere per il medico Alfonso Tumbarello, ritenuto il fiancheggiatore del superlatitante Matteo Messina Denaro, fino alla doppia condanna per concorso esterno dell’avvocato catanzarese Giancarlo Pittelli, iscritto alla loggia Morelli di Vibo Valentia stando agli esposti di Taroni, e alla condanna definitiva di Vito Lauria, figlio dello storico boss di Licata.

Per l’attuale governance del GOI, l’affiliazione e la contiguità mafiose non hanno mai costituito automatica infrazione disciplinare. Per i legalitari deve diventare il discrimine irreversibile per la sopravvivenza morale dell’associazione.

LEGGI ANCHE: Sistema Calabria nella Massoneria, la giustizia interna del GOI si muove per epurare Taroni – Il Quotidiano del Sud

Chiesta la testa di Seminario

La pressione non si muove soltanto sul piano normativo, ma scende direttamente nei corridoi della diplomazia interna attraverso un documento forte. Firmato da Massoneria Legalitaria e indirizzato ad Antonio Seminario, l’appello chiede al gran maestro uscente di compiere un passo indietro per il bene dell’Ordine. I legalitari evidenziano che, al di là delle ragioni giuridiche, la figura di Seminario è percepita da una parte rilevante dell’obbedienza come la genesi del problema e non più come elemento della sua possibile soluzione.

Da qui l’invito a rassegnare le dimissioni prima dell’appuntamento del 19 settembre, per favorire l’apertura di un tavolo di garanzia composto da colui che andrebbe a sostituirlo per dettato regolamentare, ovvero il gran maestro aggiunto Giuseppe Trumbatore, da esponenti super partes e dal “fratello” toscano Francesco Borgognoni, già membro di giunta nella prima amministrazione Bisi ed incaricato da Taroni di gestire il negoziato. Un passo indietro che, secondo il documento, non rappresenterebbe una sconfitta, ma l’atto più alto per preferire la pace del Tempio alla difesa della poltrona.

I fascicoli riuniti

La controffensiva taroniana non prescinde dal terreno giudiziario ordinario, che resta il vero arbitro della contesa per la guida del mandato compreso tra il 2024 e il 2029. Lo scenario processuale, fotografato dai registri civili del Tribunale di Roma, ha subito un’accelerazione decisiva. Il 10 luglio scorso i fascicoli chiave sono stati formalmente riuniti d’ufficio ai sensi dell’articolo 274 del codice di procedura civile, con il procedimento principale rimasto attivo come asse portante del contenzioso. La svolta tecnica si è perfezionata il 25 agosto scorso, quando lo stesso registro ha annotato la sostituzione del giudice. A ereditare il fascicolo riunito sarà il giudice Maurizio Manzi. Lo stesso magistrato che nell’ottobre 2024 aveva già emesso un’ordinanza cautelare favorevole alla tesi di Taroni in merito all’illegittimità del blocco dei voti e alla gestione dei talloncini antifrode.

Le previsioni dei taroniani

Alla luce del coordinamento processuale e del ritorno di Manzi sul fascicolo centrale, le stime elaborate dagli osservatori più attenti assegnano un esito complessivamente favorevole all’ala legalitaria. Le stime si aggirano tra il 65 e il 70 %. Un impianto che poggia su nodi specifici ben definiti. Il nodo di Gorizia è considerato il fronte più solido per Taroni, con una stima favorevole fino all’80 %, forte di vizi formali e di un vantaggio netto di 11 voti su Seminario qualora venissero recuperate le schede contestate.

Il nodo del talloncino antifrode, stimato attorno al 70 %, è trainato proprio dall’orientamento originario espresso da Manzi contro i poteri di annullamento discrezionale esercitati dalla commissione elettorale nazionale, pur tenendo conto delle resistenze opposte dal Collegio nei provvedimenti intermedi del 2026. Il fronte di Albenga, infine, resta l’area più complessa e di incerta lettura, oscillando tra il 30 e il 40 %, ed è legato agli effetti concreti della chiusura anticipata dei seggi sulle espressioni di voto.

L’obiettivo dell’epurazione antimafia

La partita, insomma, è giunta a un bivio cruciale. Se i giudici civili dovessero confermare l’illegittimità degli annullamenti a catena disposti dalla commissione elettorale e ratificati dalla Corte Centrale, il ribaltamento delle urne del 3 marzo 2024 cadrebbe definitivamente. E a quel punto, per Leo Taroni, la strada verso la gran maestranza fino a marzo 2029 sarebbe non solo giuridicamente spianata, ma accompagnata dalla bandiera del risanamento morale e dell’epurazione antimafia.

Una frattura profonda, quella che si sta consumando nel GOI, che, nelle sue contraddizioni più aspre, affonda le radici nel cuore della Calabria, epicentro, insieme alla Sicilia, del potere massonico.

L’attualità della battaglia di Di Bernardo

Alla memoria tornano le denunce che già trent’anni fa, ai tempi della storica scissione, l’allora gran maestro Giuliano Di Bernardo scagliò contro la compenetrazione tra logge e criminalità organizzata. Di Bernardo aveva rotto gli schemi denunciando come la Calabria fosse l’avamposto in cui la massoneria deviata rischiava di smarrire ogni identità spirituale. Oggi, a distanza di decenni, quel monito ritorna con dirompente attualità, trasformandosi nel grido di battaglia dell’ala legalitaria contro le derive della cosiddetta massomafia.

La recente sentenza del Tribunale di Roma – che ha respinto la richiesta di risarcimento da due milioni di euro avanzata da Palazzo Giustiniani contro Di Bernardo – ha stabilito che denunciare la porosità e i condizionamenti della ‘ndrangheta nelle logge calabresi non costituisce condotta diffamatoria, ma l’esposizione di un quadro fattuale fondato su riscontri oggettivi. Un riconoscimento giudiziario di grande peso, che legittima storicamente quel grido d’allarme che negli anni Novanta costrinse lo stesso Di Bernardo alle dimissioni e alla rottura con il GOI.

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