Mario Roggero, 14 anni e 9 mesi di carcere: è la legge che deve cambiare, non chi la applica
- Postato il 15 luglio 2026
- Italia
- Di Libero Quotidiano
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La condanna definitiva di Mario Roggero a quasi 15 anni di carcere per aver ucciso due rapinatori nella sua gioielleria riaccende il dibattito sulla legittima difesa in Italia. L'articolo sostiene che non sono i magistrati a dover essere criticati, ma piuttosto il legislatore dovrebbe rivedere le normative sulla difesa legittima, inadeguate rispetto alle sfide quotidiane affrontate da commercianti e imprenditori italiani vittime di criminalità.
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Mario Roggero, 14 anni e 9 mesi di carcere: è la legge che deve cambiare, non chi la applica
La vicenda di Mario Roggero segna uno di quei momenti in cui un Paese è chiamato a interrogarsi non soltanto su una sentenza, ma sul significato stesso della giustizia. La Corte di Cassazione ha reso definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi di reclusione nei confronti del gioielliere che, durante una rapina nella sua attività, uccise due dei rapinatori.
Su una cosa desidero essere molto chiaro. Non condivido chi attacca la magistratura. I giudici hanno il dovere di applicare le leggi vigenti e di decidere sulla base delle prove e delle norme che il Parlamento ha approvato. In uno Stato di diritto questo principio è irrinunciabile e va difeso.
Ma proprio perché i magistrati applicano le leggi, è alla politica che bisogna rivolgere una domanda semplice e diretta: le norme che regolano la legittima difesa sono ancora adeguate alla realtà che vivono oggi migliaia di commercianti e imprenditori italiani?
Mario Roggero, agli occhi di molti cittadini, non rappresenta il volto della criminalità. Rappresenta un uomo che per anni ha lavorato, ha costruito la propria attività e ha dovuto convivere con la paura di subire molte rapine. Oggi, dopo quella tragica vicenda, è stato condannato a una pena molto severa. È una realtà che porta molti italiani a chiedersi se chi subisce una violenza sia tutelato in modo sufficiente dall’ordinamento.
Quando una persona entra armata in un negozio per rapinare, introduce nella vita di altri un pericolo reale. In quei momenti non esistono la lucidità e il distacco con cui, a distanza di anni, è possibile ricostruire gli eventi. Esistono soltanto paura, istinto e il desiderio di sopravvivere.
Per questo credo che il Parlamento debba affrontare senza esitazioni una riforma della disciplina sulla legittima difesa. Non per trasformare l’Italia in un Paese dove ciascuno si fa giustizia da solo, ma per garantire che la legge sappia distinguere con maggiore equilibrio la posizione di chi aggredisce da quella di chi viene aggredito.
Esiste poi un’altra questione che continua a suscitare un profondo disagio nell’opinione pubblica: la possibilità che, oltre al peso del processo penale, chi è stato vittima di una rapina possa trovarsi esposto anche a richieste di risarcimento avanzate dai familiari dei rapinatori. È un tema delicato, che coinvolge principi giuridici importanti, ma che merita una riflessione seria da parte del legislatore per verificare se l’attuale disciplina realizzi un equilibrio ritenuto equo.
Le persone perbene chiedono una sola cosa: avere la certezza che lo Stato sia dalla loro parte quando rispettano le regole, lavorano onestamente e diventano vittime di un crimine. Non chiedono privilegi. Chiedono protezione. Chiedono che la legge sappia tenere conto della drammaticità di situazioni nelle quali pochi secondi possono decidere il destino di una vita.
Il caso Mario Roggero non dovrebbe essere ricordato soltanto per una condanna. Dovrebbe diventare il punto di partenza di una riforma coraggiosa, capace di restituire fiducia a milioni di cittadini che ogni mattina alzano la serranda del proprio negozio con il solo obiettivo di lavorare onestamente.
Le leggi non sono immutabili. Cambiano con la società, con i suoi bisogni e con le sue sfide. Se oggi una parte significativa del Paese avverte che l’equilibrio tra la tutela delle vittime e quella di chi commette un reato violento non risponde più al comune senso di giustizia, allora è il Parlamento che ha il dovere di aprire un confronto serio, libero da ideologie e capace di dare risposte concrete.
Perché uno Stato autorevole non si misura soltanto dalla capacità di punire chi viola la legge. Si misura, soprattutto, dalla capacità di far sentire protetti i cittadini onesti, quelli che ogni giorno costruiscono il Paese con il proprio lavoro e chiedono soltanto di poter vivere senza paura.
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