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Marco Bellocchio il “ribelle” con la fame del cinema. A Locarno Film Festival incanta il documentario La porta della realtà sul regista di Portobello prodotto da Loft

  • Postato il 11 agosto 2026
  • Cinema
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Marco Bellocchio il “ribelle” con la fame del cinema. A Locarno Film Festival incanta il documentario La porta della realtà sul regista di Portobello prodotto da Loft

“Cerca continuamente di ridefinire la propria ribellione”. Non ricordiamo bene chi fa questa calzante affermazione riferita al regista bobbiese in “Marco Bellocchio – La porta della realtà”, il documentario diretto da Fabio Lovino, prodotto da Loft Produzioni e presentato in queste ore al 79esimo Locarno Film Festival. Già, perché se c’è un aspetto che colpisce dell’86enne autore di “Portobello”, è questa sua instancabile, inesausta fame di regia cinematografica. Bellocchio non si ferma mai. Anzi, forse si era fermato a metà anni settanta prima della “cura” Fagioli.

Anche se l’accelerazione data nell’ultimo ventennio, da L’ora di religione in avanti, è stata letteralmente fulminante. Dicono, sempre nel documentario di Lovino, che Bellocchio “non si rassegna ad essere un venerato maestro”. Ed è proprio l’inafferrabilità di un signore che ha rivoluzionato stilisticamente il cinema italiano, parallelamente al coevo Bernardo Bertolucci, ad essere al centro di questo curioso film di pedinamento e accerchiamento del protagonista.

Peraltro più ti avvicini a Bellocchio più intravedi non la sua imperscrutabile laica spiritualità (un rebus per giornalisti, biografi e familiari probabilmente insoluto per sempre), quanto la sua quasi patologica dedizione al fare cinema. Non vogliamo far torto alla caterva di suoi fan celebri come Marco Tullio Giordana, o agli attori che hanno lavorato con lui come Pierfrancesco Favino e Fabrizio Gifuni, che appaiono devoti quasi commossi di fronte al possibile ricordo del maestro, ma è nelle testimonianze della montatrice Francesca Calvelli (e dei direttori della fotografia Beppe Lanci e Daniele Ciprì che si scopre Bellocchio.

Perché come nei casi più eclatanti dei registi/autori del secondo novecento è dalla realtà del set, dal risultato del componimento creativo, dalla definitiva rappresentazione in scena di ciò che si vuole raccontare, che in controluce, o in mezzo a quelle immagini buie di Salto nel vuoto col produttore Silvio Clementelli che chiede a Lanci di “schiarirle un po’”, si intravedono i contorni reali e profondi del cineasta Bellocchio. Non solo il tema del “tradimento” rispetto alla propria “educazione, al padre e alla madre, alla propria famiglia”, ma anche “l’allontanamento dal cattolicesimo, dal capitalismo, dalla psichiatria tradizionale”, il cinema di Bellocchio è una suggestione visiva e psicologica che non è mai data, se non attraverso schizzi e disegni alquanto aguzzi e sghembi, fino agli attimi della realizzazione sul set e in post produzione.

“Non puoi far finta di sapere quando non sai”, spiega Bellocchio a Lovino nel film. Perché il suo è un cinema “inevitabilmente contraddetto” che si forma solo e soltanto, tra “mancanza di serenità” e “incessante lavorio di ispirazione”, nella realtà della scena nel suo farsi. In questo Marco Bellocchio – La porta della realtà è l’osservazione di qualcosa di artisticamente in totale divenire. Basta prendere le parole della montatrice, e seconda moglie, Calvelli, sul set con Bellocchio dal 1994 con Il sogno della farfalla. Per il regista emiliano il montaggio è qualcosa che l’ha sempre messo in “ansia” e che lo “impauriva”.

Una seconda lingua e non più solo mera interpunzione a posteriori del suo cinema che in questa continua e oramai totalizzante collaborazione familiare (“difficile separarsi dalla vita di tutti i giorni”) diventa un’arma puntuta, saltellante, peculiare, impossibile da ri-copiare, che ne caratterizza inequivocabilmente lo stile. In coda Lovino, dopo essere uscito dalle angolazioni funamboliche di I pugni in tasca, dagli sfondi blu elettrici di Gli occhi, la bocca, o dalle lunghe sequenze dei set di Buongiorno, notte e Il traditore, accenna a una sorta di remake di Sentimental Value. I figli Piergiorgio ed Elena, il primo avuto con Gisella Burinato, la seconda con la Calvelli, danzano sull’orlo del burrone nell’osservazione e presentazione dell’essere paterno. Un “uomo complicato”, dice Piergiorgio, oggi produttore. Uno che “non fa gran confidenze”, che di fronte alla “perdita di amici e parenti è sempre stato imperscrutabile”, aggiunge Elena. Strana questa chiosa. Tra la parola fine e i titoli di coda. Che per Marco Bellocchio sembrano non finire mai.

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Il Fatto Quotidiano

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