Tuttiquotidiani è completamente gratuito. Ogni giorno aggreghiamo notizie da oltre 100 testate e generiamo sintesi AI originali per te. Aiutaci a mantenere il servizio attivo con una piccola donazione, oppure diventa TQ Pro da solo 1€/mese.

Marangon: "Nessuno ha mai chiesto scusa a Paolo Rossi. Maradona? Consigliato male" - ESCLUSIVA

  • Postato il 7 ottobre 2026
  • Di Virgilio.it
  • 0 Visualizzazioni
  • 14 min di lettura
In sintesi

Generazione sintesi AI in corso…

Marangon: "Nessuno ha mai chiesto scusa a Paolo Rossi. Maradona? Consigliato male" - ESCLUSIVA

Dagli anni di Vicenza fino allo scudetto storico a Verona, passando per gli incontri con David Gilmour, il ricordo di Diego Armando Maradona e la profonda amicizia con Paolo Rossi, l’ex calciatore Luciano Marangon, campione d’Italia con i gialloblù, ha raccontato in esclusiva alcuni degli aspetti più significativi della sua vita sia dentro che fuori dal campo, offrendo inoltre un’analisi sul calcio moderno e sulle squadre venete. In carriera ha raccolto novantadue presenze e messo a segno quattro gol in Serie B, realizzati tutti proprio con la maglia del Vicenza.

Lo scudetto e Osvaldo Bagnoli: gli anni di Verona

Che ricordo ha degli anni al Verona, dei suoi anni passati in gialloblù?

“Sono stati tre anni meravigliosi. Sono arrivato che il Verona era appena salito dalla B, quindi ho fatto tre anni di A. Siamo arrivati quarti, sesti e primi. Tre annate meravigliose, con la vittoria dello Scudetto come coronamento, un’impresa storica che rimarrà nella storia della squadra e della città. Io venivo dalla Roma e avevo un accordo verbale con il Milan, che poi quell’anno retrocesse per la questione scommesse. Desideravo rimanere nella massima serie ed è spuntata l’opzione gialloblù. Quando ho parlato con Mascetti e Bagnoli e ho letto nei loro occhi il progetto che avevamo in mente, mi hanno conquistato. Ho firmato per il Verona con tutto il piacere del mondo”.

Che ricordo ha di Bagnoli, del periodo passato con lui?

“Sono passati quarantuno anni da quando sono andato via da Verona. Sono stati tre anni bellissimi, ricchi sia sul piano professionale sia su quello personale. Bagnoli era un allenatore preparato che sapeva tirare fuori il meglio dai suoi giocatori, mandandoci in campo con serenità e con la voglia di dimostrare il nostro valore. È stato straordinario in questo lavoro dietro le quinte, e non soltanto nell’anno dello Scudetto. Per tutti noi è stato come un padre e un grande amico, una persona con cui potersi confidare in totale onestà. Non ci incontravamo da un po’ di tempo perché le sue condizioni di salute non glielo permettevano. È un dolore, perché speri sempre che una persona mantenga la mente lucida finché è in vita, ma la stima e l’affetto per lui resteranno per sempre”.

[iol_placeholder type="social_instagram" id="Daf7QH2tjoq" max_width="540px"/]

Vicenza e l’amicizia con Paolo Rossi

Passo da una città del Veneto all’altra: il Vicenza, nella quale ha giocato per diverse stagioni.

“Per me ha rappresentato l’inizio della carriera. Giungendo dal settore giovanile della Juventus, beneficiai dell’ottimo rapporto tra Boniperti e Farina, allora presidente del Vicenza, che ogni anno accoglieva in prestito diversi giovani del vivaio bianconero. Giunsi lì e arrivarono diversi compagni cresciuti con me, tra cui Paolo Rossi, Zanone, Miani e Marocchino. Fu un’avventura bellissima. Al nostro arrivo la squadra militava in Serie B, ma ottenemmo subito la promozione nella massima categoria al primo tentativo. La stagione successiva disputammo un torneo straordinario, chiuso con un eccezionale secondo posto. Poi, inspiegabilmente, accadde l’incredibile. A dieci giornate dal termine eravamo pienamente in zona coppe europee, ma da lì in avanti raccogliemmo un solo punto, fino alla retrocessione dell’ultima giornata contro l’Atalanta. Ancora oggi stento a spiegarmelo, perché eravamo una grande squadra, ma il calcio riserva anche amarezze del genere. Successivamente disputai un paio di campionati nella serie cadetta, per poi approdare al Napoli”.

Un altro suo grande amico ai tempi del Vicenza era Paolo Rossi

“Eravamo amici, quasi fratelli. Siamo cresciuti insieme trascorrendo tre anni nel settore giovanile del Vicenza. In seguito lui è andato a Como per un anno, mentre io sono rimasto a Vicenza. L’anno successivo mi ha raggiunto di nuovo a Vicenza ed è lì che è esploso il “Pablito nazionale”. Non è esploso nel 1982, ma al Vicenza, dove per due anni consecutivi è stato capocannoniere. Poi c’è stata la parentesi del coinvolgimento nel calcioscommesse con la relativa squalifica. Posso mettere sul fuoco non solo le mani, ma qualsiasi parte del mio corpo sul fatto che sia stato tirato dentro ingiustamente. Era il nome conosciuto, quindi è stato coinvolto senza colpe e nessuno gli ha mai chiesto scusa. Purtroppo succede anche questo, perché chi è colpevole davvero non chiede mai scusa agli innocenti. Paolo se n’è andato via troppo presto ed era ancora giovane. Era della mia stessa leva e la malattia se l’è portato via. Ho vissuto quindici anni di carriera nel mondo del calcio, senza contare i sette o otto anni nel settore giovanile. Sono stati anni meravigliosi che mi hanno dato molto nella vita e che ricordo sempre con grande piacere. Conservo ancora tante amicizie, come quella con Paolo. Ci sentivamo spesso, ogni mese, e avevamo modo di incontrarci a Vicenza. Lui si era sposato lì e aveva un figlio che viveva in città, il quale è amico di mia figlia. Io andavo spesso a trovare mia figlia e lui veniva a trovare suo figlio, così non ci siamo mai persi di vista”.

[iol_placeholder type="social_instagram" id="DblJLSsI34B" max_width="540px"/]

David Gilmour, la vita dopo il calcio e i procuratori di oggi

Lei una volta ha parlato della sua vicinanza a David Gilmour in Grecia.

“Sì, ce l’avevo come vicino di casa in Grecia. Non abbiamo avuto un rapporto particolarmente intimo, però lui veniva spesso a mangiare nel locale che avevo aperto lì. Avevo una casa accanto alla sua, in un piccolo paese, tanto che dal terrazzo vedevo il suo giardino e capitava di incontrarlo. La località era Lindos, sull’isola di Rodi. Scambiavamo due chiacchiere come si fa con i clienti, chiedendoci come andasse. Era molto umile e non si atteggiava affatto a leader dei Pink Floyd. Nei miei locali ho ospitato tanti personaggi appartenenti a diversi settori, tra cui attori, cantanti e musicisti. Quando li fai stare bene, evitando di stare loro addosso e impedendo alla gente di disturbarli, ritornano volentieri e si crea un ottimo rapporto. Ho avuto modo di conoscere molte persone, non soltanto quando giocavo, ma anche in seguito, grazie all’apertura di questi locali in importanti località turistiche in giro per il mondo.”.

Com’è stata la sua vita una volta lasciato il calcio giocato?

“Per due o tre anni non ho fatto niente e ho girato un po’ il mondo, siccome mi è sempre piaciuto viaggiare, riflettendo su cosa avrei fatto in seguito. Sono poi tornato in Italia nel 1990, durante il Mondiale, quando la figura del procuratore non era ancora diffusa. Avevo una forte amicizia con calciatori come Baggio e Schillaci, ragazzi che in quegli anni rappresentavano il top della nazionale. Ho iniziato a gestire soprattutto la loro immagine, piuttosto che la carriera vera e propria, per poi cominciare a seguire i giovani e intraprendere l’attività di procuratore. Con il tempo questa professione si è sviluppata notevolmente. Quando ho cominciato eravamo pochissimi, tra cui ricordo Caliendo, e non esisteva ancora un registro ufficiale. Successivamente la federazione ha istituito l’albo dei procuratori, ho sostenuto l’esame e ho svolto questo lavoro per altri sei o sette anni. Nel frattempo avevo aperto un primo locale a Formentera, di cui ero socio e dove mi occupavo prevalentemente di attrarre clienti piuttosto che di lavorare sul campo. Tuttavia, quando in un ambiente iniziano ad subentrare troppe persone, le dinamiche di fondo cambiano e i soli interessi economici, nel calcio, diventano preminenti, preferisco farmi da parte. Voltata la pagina, guardo avanti e mi dedico ad altro. Poiché il mondo dei locali sulla spiaggia mi affascinava e mi divertiva, ho così iniziato ad aprirne diversi nei luoghi più belli del mondo”.

Com’è cambiata la figura del procuratore oggi?

“Oggi è diventata una questione puramente economica. I procuratori hanno un’influenza eccessiva sulle società, motivo per cui oggi il calcio mondiale è in crisi. Girano troppi soldi e viene attribuito un valore esagerato a calciatori che, ai miei tempi, non avrebbero mai calcato i campi di Serie A, mentre oggi vi giocano e guadagnano milioni di euro. Questo mondo è cambiato profondamente perché sono venuti meno l’aspetto umano e il valore dello sport, sostituiti solo dall’interesse economico. È una deriva che non mi piace molto, anche se va riconosciuto che è cambiato il mondo in generale e con esso si sono trasformate diverse professioni. Da parte mia, ho sempre preferito le attività fondate sui rapporti umani piuttosto che sul semplice guadagno. Certo, guadagnare bene fa piacere, ma mi sono sempre divertito a fare ciò che mi appassionava, anche perché la carriera da calciatore mi ha dato la possibilità di mettere da parte i risparmi necessari per scegliere liberamente cosa fare della mia vita”.

Il rapporto con Maradona

Un’ultima domanda sul suo rapporto con Diego Armando Maradona, di cui lei ha gestito parte l’immagine per alcuni anni.

“Ci ho giocato contro quando ero calciatore. In seguito, come dicevo, prima di fare il procuratore lavoravo come impresario televisivo per i calciatori, iniziando a portarli a C’è posta per te, nella giuria di Miss Italia e alle varie convention. Con Maradona ho realizzato diversi progetti, riuscendo, tra le altre cose, a fargli firmare il contratto per Ballando con le stelle, dove ha partecipato a due puntate prima di sparire, ma ero comunque riuscito a portarlo. Poi abbiamo fatto Scherzi a parte, una commedia e altre apparizioni. Ho avuto modo di frequentarlo quando vivevo in Italia, in un periodo in cui purtroppo non stava molto bene con la testa ed era costantemente circondato da tanta gente. Se parliamo del Maradona giocatore, è stato indubbiamente uno dei più grandi al mondo, ma come uomo è sempre stato consigliato e circondato male. Si è fatto conoscere ed è diventato un’icona perché era un autentico genio del calcio. Il mondo è pieno di avvoltoi e di persone che, non appena incontrano un personaggio di quel calibro, cercano di prosciugarlo proprio come dei vampiri, e lui purtroppo è stato prosciugato da tanti di loro. Era una persona a cui piaceva la vita e che credevo molto nell’amicizia”.

Il Vicenza di oggi

Cosa si aspetta dal Vicenza oggi, dopo anni di Serie C, in questo ritorno in Serie B?

“Vivo all’estero da tanti anni, in Spagna, e seguo molto il calcio spagnolo, amando in modo particolare il Barcellona e il tipo di gioco che propone, pur guardando con interesse anche il campionato inglese. Seguo il calcio italiano un po’ di striscio, ma mi informo costantemente sulle squadre in cui ho militato, siccome sono tuttora in contatto con tifosi e amici di Verona, Vicenza, Napoli, Roma, Milan e Inter. So che la proprietà del Vicenza gode di un’ottima solidità finanziaria, visto che Renzo Rosso dispone di grandi capacità economiche, e nel calcio di oggi, se si desidera rimanere ai vertici, occorre investire somme e la società ha tutte le risorse per farlo. Tuttavia, noto che operano con criterio, senza spendere in modo sconsiderato. Dopo diversi anni trascorsi in Serie C, ora sono tornati in Serie B, ed è fondamentale che comprendano le dinamiche della cadetteria, che differiscono notevolmente dalla terza serie, così come cambieranno ulteriormente quando mi auguro riescano a raggiungere la Serie A. Apprezzo comunque il fatto che stiano gestendo la società con la testa, auguro loro il meglio. Non ho ancora avuto modo di vederli giocare e noto che alternano buone prestazioni ad altre meno brillanti, ma la Serie B presenta un livello competitivo differente rispetto alla C, mettendoti di fronte a compagini ben preparate e altrettanto valide. Spero per loro e ritengo che disputeranno un campionato tranquillo in questa stagione, così da assimilare le logiche della categoria per poi puntare a traguardi più ambiziosi il prossimo anno. Ricordo che Renzo Rosso, al suo arrivo in società quando la rilevò dalla Serie C, dichiarò di voler portare il Vicenza in Serie A nel giro di cinque anni, e anche se ci sta impiegando un po’ più di tempo del previsto, sono convinto che alla fine riuscirà a raggiungere l’obiettivo“.

[iol_placeholder type="social_instagram" id="Dd6KVsRozIJ" max_width="540px"/]

Il Verona di oggi

La stessa domanda per il Verona, che ha fatto il salto inverso, dalla A alla B.

“Sì, il Verona ha fatto il percorso inverso, ma in fondo questo fa un po’ parte del suo DNA da diversi anni. Con Setti la squadra era riuscita a disputare cinque o sei campionati consecutivi in Serie A, cosa che non si verificava da molto tempo. In passato era persino precipitata in Serie C e aveva rischiato di sparire, affrontando un playout di salvezza contro la Pro Sesto che ben ricordo, prima di iniziare una lenta risalita sotto la guida di Mandorlini. È un’altalena che appartiene all’indole di questa società. Vedo che oggi puntano alla realizzazione del nuovo stadio, un obiettivo comune a molti e fondamentale per incrementare i ricavi, e staremo a vedere cosa accadrà. Credo che disputeranno un campionato di Serie B da metà classifica, siccome da quanto ho osservato finora non si tratta di una formazione candidata a risalire subito. Speriamo soltanto che non debba soffrire troppo, dato che Verona è senz’altro una città e una piazza con una tifoseria che merita ben altro”.

Calcio spagnolo e calcio italiano

Lei ha detto che segue molto il calcio spagnolo. Qual è la differenza con quello italiano, e perché in Italia non si riesce ad arrivare a un modello come quello spagnolo? Su che base dovrebbe lavorare il calcio italiano?

“La Spagna non ha mai smesso di puntare sui vivai e sui giovani, e per certe società il settore giovanile conta persino più della prima squadra. Il Barcellona ne è l’esempio lampante, dal momento che ogni anno tira fuori tre o quattro giocatori che finiscono per diventare dei campioni e dei punti fermi della nazionale. In Italia questo approccio è stato abbandonato da diversi anni per colpa dei procuratori, che per intascare denaro sono grandi professionisti nell’andare in giro per il mondo ad attribuire valore a giovani stranieri. In più, la federazione italiana impone vincoli e paletti incredibili per i calciatori locali, motivo per cui i club vanno molto più volentieri ad acquistare all’estero, dove i costi sono contenuti. Negli ultimi vent’anni sono stati portati in Italia elementi inguardabili, che però hanno garantito grandi guadagni ai proprietari delle società attraverso le plusvalenze, e vedo che la situazione non accenna a cambiare. Ormai anche la Nazionale conta tre o quattro elementi non nati in Italia, perché il mondo è diventato estremamente aperto, anche se io preferirei sempre che le selezioni nazionali fossero composte da atleti nati nel paese rappresentato, con gli italiani in Italia e i tedeschi in Germania, pur sapendo che la stessa Germania schiera spesso otto undicesimi di origine straniera. È cambiato un po’ tutto, ma in Italia si dovrebbe tornare a investire sui vivai, quasi rendendolo obbligatorio attraverso una riforma delle regole, sebbene lì subentri il caos che regna in federazione. Si dovrebbero introdurre norme per limitare l’afflusso di stranieri e imporre alle società di avere in prima squadra almeno cinque o sei elementi provenienti dal proprio settore giovanile. Sarebbe questo ciò che andrebbe fatto, ma non lo fanno, e la dimostrazione sta nel fatto che da dodici anni non partecipiamo a un Mondiale e continuiamo a soffrire, senza più riuscire a tornare ai tempi in cui il nome dell’Italia e della sua nazionale incuteva timore e rispetto in tutto il mondo. Dovrebbero reinvestire, obbligando per legge i club a farlo, proprio sui settori giovanili. Ai miei tempi siamo usciti tutti dai vivaio dei piccoli paesi veneti, piemontesi, lombardi o laziali e di altre parti del Paese, eppure da lì sono nati tanti veri campioni. Oggi non ce ne sono più, visto che sono ormai due generazioni, dal 2006 a vent’anni di distanza, che non emergono più fuoriclasse. I buoni giocatori continuano a nascere, ma i Del Piero, i Baggio o i Totti non escono più, così come i Buffon tra i pali, ripercorrendo ruolo per ruolo la rosa dei campioni del mondo del 2006”.

Autore
Virgilio.it

Potrebbero anche piacerti