Manoel de Oliveira, il più longevo regista al mondo moriva dieci anni fa. Il ricordo di Ciccotti

  • Postato il 2 aprile 2025
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Il più longevo dei registi mondiali, il portoghese Manoel de Oliveira (1908-2015), ci lasciava dieci anni fa (2 aprile 2015). Figlio di imprenditori, in gioventù pilota di corse automobilistiche, esordiva come regista amateur con il cortometraggio Douro, faina fluvial (1931, film muto), dedicato ai lavoratori, ai pescatori, ai venditori di pesce, che gravitano intorno alla città di Oporto. Arriverà al lungometraggio di finzione solo nel 1942 con Aniki Bobo, di taglio neorealistico ante-litteram. Qui, attraverso la storia di pre-adolescenti (Teresinha desiderata dal ‘duro’ Eduardito e dal timido e poetico Carlitos), presenta alcuni dei temi che saranno costanti della sua poetica: il desiderio, il peccato, il senso di colpa.

Nessun lungometraggio gli viene proposto per altri dieci anni: la produzione di Stato, sotto il regime di Salazar, non lo incoraggia. De Oliveira alterna lavoro nella azienda di famiglia, corse automobilistiche, e documentari. Nel 1956 un altro documentario, O pintor e a cidade, è selezionato a Venezia anche se non ottiene alcun premio. Torna in Portogallo un po’ demoralizzato.

Nel 1962 invia un suo nuovo film, Acto da primavera, un documentario lungometraggio, al Festival Internazionale del Folklore di Siena (presidente di giuria Mario Verdone), dove vince due milioni. Il premio gli dà una forte carica di fiducia, torna ad Oporto deciso a non lasciare il cinema. Acto, pur raccontando una rappresentazione medievale, che va dall’Antico Testamento al Nuovo, si apre parimenti «al mondo moderno: con l’uso di immagini d’archivio sull’incubo nucleare si ritrae il viaggio di Cristo all’inferno; le immagini del risveglio primaverile della campagna, che chiudono il film, rappresentano invece la Resurrezione ed il rinnovarsi di tutte le cose» (Simona Fina e Roberto Turigliatto).

Manoel de Oliveira, negli anni a seguire, continuerà ad analizzare i temi del desiderio e del peccato, del senso della vita, anche  attraverso il rapporto letteratura/cinema, con film quali O passado e o presente (1972, da una pièce teatrale di Vicente Sanches), Francisca (1981 da un romanzo di Agustina Bessa-Luís), Le Soulier de Satin (1985, da Paul Claudel), sino a temi “filosofici” ed “esistenzialisti” del terzo millennio, con opere quali, Un film parlato (2003, sull’uso del linguaggio); Il principio dell’incertezza (2002) e Specchio Magico (2005) sul desiderio di una vita altra. Il “magico” dello specchio, luogo di desiderio di una vita santa, continua in Lo strano caso di Angelica (2010): qui il non reale aggredisce il protagonista, un fotografo: l’obiettivo rianima, inspiegabilmente, una bella donna, appena morta.

MARIO VERDONE, CORRETTO E SINCERO

«Ho conosciuto Mario Verdone alla Biennale di Venezia del 1955. In quel tempo, era abitudine, quindici giorni prima della presentazione dei dodici film di finzione scelti dalla Giuria di selezione del Festival, di proiettare documentari di corto, medio e lungometraggio”, scriveva Manoel de Oliveira raccontanto Mario Verdone. “In questi quindici giorni mi fu dato l’onore di presentare il mio film O pintor e a cidade, di circa 800 metri, un documentario sulla città di Oporto, realizzato in collaborazione don il pittore Antonio Cruz, e che comprendeva la visione nel film di alcuni acquerelli sulla medesima città. Il mio Paese a quei tempi era sotto la dittatura di Salazar, il che induceva gli spettatori a una fuorviante lettura. La proiezione era accompagnata da momenti di incertezza, ma il finale, in chiave più realistica, annullava tale errata supposizione, ottenendo definitivamente l’applauso. Se evoco questo episodio è per dire che Mario Verdone, un po’ per convinzione, un po’ per generosità, mi disse di aver apprezzato il mio film e che lo considerava, tra i sette documentari, uno dei migliori. Naturalmente, ne fui molto soddisfatto. Ma non cessò di passarmi per la mente che lui, per simpatia e molta generosità, aveva cercato di alleggerirmi dalla dubbia accoglienza avuta durante la proiezione. […]. Mario Verdone è qualcosa di autentico, conoscitore del cinema, generoso e umano. Scruta i film in quello che essi di meglio hanno di valido, come dimostra questo Maestri del cinema. Ammira figure che sono di reale valore, ma si occupa anche di personalità più recenti, quelle successive alla grande stagione del neorealismo. Quello che io considero un caro vecchio amico, cerca sempre di esprimere obiettivi giudizi di valore senza privilegiare né luoghi ne nazionalità. Poiché egli è indipendente in ciò che pensa e lo fa con senso di giustizia. […] Mario Verdone continua ad essere come sempre fu: sereno, corretto e sincero in ciò che dice. […]».                                                

I DUE MILIONI DI DE OLIVEIRA

Mario Verdone stesso nel 2004 riportò il suo pensiero sul regista e un aneddoto legato al loro rapporto: «Nel corso degli anni Cinquanta fui a Lisbona per presentare una Settimana del cinema Italiano. In quella occasione conobbi Manoel de Oliveira. Mi accompagnò, una mattina di domenica, a visitare la regione del Ribatejo. Lo avevo poi rivisto a Venezia nel 1956 col documentario sull’arte O pintor e a cidade, e nel 1962 a Siena come partecipante al Primo Festival Internazionale del Film sul Folklore. Avevo fatto chiamare in giuria [come presidente] lo storico del folklore Paolo Toschi e l’argentino Fernando Birri [regista] e proposi il primo premio ad Acto da primavera, un cine-verità su una sacra rappresentazione popolare. Manoel era soddisfatto della sua Medaglia d’oro, ma un telegramma lo raggiunse a Oporto, annunciandogli un debito di due milioni di lire. Allarmato. chiese telefonicamente spiegazione e assistenza al consolo del Portogallo a Firenze, il quale si precipitò a Siena. “C’è un equivoco – gli fu detto -. È de Oliveira che deve riscuotere i due milioni del primo premio”. Chiarito l’equivoco il regista si rinfrancò, riprese fiducia nel cinema, da cui stava per allontanarsi, e si valse dalla somma per riprendere l’attività cinematografica. Fu un premio importante per lui e me lo ha ricordato più volte. […]».

DIO È COME IL SOLE 

Nel febbraio del 2005 si presentava a Roma il libro di Mario Verdone, Maestri del cinema (Andromeda Editrice), curato da chi scrive. La prefazione che apriva il libro era a firma di Manoel de Oliveira. Il volume era composto da una serie di saggi storico-critici su alcuni registi considerati da Verdone «Maestri». La mia idea fu, quando il lavoro era in bozze, di chiedere al mio professore e maestro, di scrivere a Manoel de Oliveira per chiedergli una “presentazione” per questa antologia. Eravamo in uno dei tre studioli del suo bell’appartamento (otto stanze, più un tinello di ingresso: casa poi ricordata da Carlo Verdone in La casa sopra i portici, Bompiani). Mi rispose, «Sono anni che non ci vediamo, è molto attivo, gira sempre, figuriamoci se ha tempo per rispondermi». Insistetti, egli mi scrisse la missiva che andai a spedire personalmente, in una buca delle lettere, in via Arenula.

Dopo due settimane, squilla il telefono e il mio prof, mi dice, felice, con la sua nota squillante voce, che de Oliveira aveva inviato la presentazione per il libro, che potevo passare per prenderla e portarla all’editore.

La fortuna mi accompagnò ancora. Ebbi, come anticipato, nel febbraio del 2005, l’onore di avere il Maestro Manoel de Olivera, con suo nipote Ricardo Trêpa, alla presentazione del volume di Mario, alla libreria Mel Books (ora non esiste più) di via Nazionale. Tra il pubblico, umilmente, si erano seduti Carlo Verdone e Luca Verdone ad ascoltare il Maestro portoghese che parlava di un bel volume del suo amico Mario. Un 97enne elogiava il suo amico 88enne. Erano due ragazzi composti, ma piuttosto vivaci! Il pubblico romano capitato lì quella sera non poteva credere ai propri occhi.

La serata continuò a casa Verdone, all’altezza di Ponte Sisto, presenti Eraldo Affinati, Luca Verdone, Roberto Campari, Ricardo Trêpa. Non dimenticherò la meraviglia e l’interesse di de Oliveira per i dipinti sulle pareti di casa Verdone, che Mario illustrava. Tra le decine di dipinti, ecco un Primo Conti qui, un Toti Scialoja sulla parete opposta, un Piero Sadun nello studio che affacciava sul terrazzo e, ancora, un Jiuri Pavlović Annenkov (amico di Marc Chagall), un Jiřîi Trnka, … e poi le cravatte futuriste di Luce Marinetti. Il Maestro lusitano, con la bocca leggermente dischiusa dallo stupore, osservava con l’occhio del documentarista. Commentò: «Mario, sarebbe da farci un documentario sulla tua pinacoteca!».

Finito il giro delle stanze-studio di casa Verdone, avevamo un’ora ancora prima della cena. I due amici si misero a parlare dopo anni che non si vedevano. Ricardo Trêpa mi chiese di accompagnarlo a vedere piazza San Pietro con la basilica, non c’era mai stato. Andammo con un taxi. Era sera e piovigginava. Arrivati nella piazza, Ricardo girava continuamente su stesso, come una trottola, scattando foto con il flash.

La mattina dopo, alla stazione Termini, accompagnavo i due ospiti portoghesi a Fiumicino. Sul treno ci fu silenzio per un po’ di tempo. Era una giornata di sole. Non resistetti dal porre una domanda, che mi portavo dentro, al Maestro. Visto quel po’ di confidenza guadagnata, anche durante la cena della sera precedente, quando mi meravigliai che egli avesse preso solo un po’ di verdura («Eusebio, la sera mangiare poco!»). Mi feci coraggio, chiesi il permesso per una domanda, «Naturalmente!», mi rispose in italiano. «I tuoi personaggi, Manoel, oscillano sempre tra fede e incertezza della fede. Ma tu sei credente?» Mi osservò sorridendo, da dietro i suoi occhialini fumé. «Eusebio, ti rispondo con santa Teresa d’Avila. Dio è come il sole che entra da una finestra e, a secondo dell’ora della giornata, illumina una parte diversa della stanza e poi passa in altre stanze. Noi siamo in quelle stanze, in posti diversi». Annuii e lo ringraziai. Di là dal finestrino del treno, ecco i primi aeromobili parcheggiati o in manovra nelle piste. Fiumicino.

SULLA POLITICA E SULL’ARTE DI MANOEL DE OLIVEIRA 

«Noi vogliamo imitare Dio, perciò esistono gli artisti. Gli artisti vorrebbero ricreare il mondo come fossero dei piccoli dei. […]. L’uomo si aggrappa alla memoria, che è l’unico cosa concreta, ma è una illusione».

«Il futuro è ignoto. I registi e gli artisti non sono responsabili del futuro. I soli responsabili del futuro sono i politici che fanno le leggi. I registi filmano il risutlato, buono o cattivo che sia. Questo è il lavoro dell’artista».

«Caravaggio morì di fame, su una spiaggia, accanto a un falò. Morire di fame è l’unica gloria di un artista».

«Sono stato inquieto per tutta ma mia vita. La mia vita è talmente inquieta che i miei film a confronto non sono niente. I miei film, alla mia età, sono capricci della natura. (2005)».

(Foto: Manoel de Oliveira) 

Autore
Formiche

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