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Mangiare a chilometro zero non ti porta alla tomba: “Breaking big food” spiega perché sarebbe meglio evitare il cibo industriale ultra processato

  • Postato il 10 maggio 2026
  • Cinema
  • Di Il Fatto Quotidiano
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  • 3 min di lettura
Mangiare a chilometro zero non ti porta alla tomba: “Breaking big food” spiega perché sarebbe meglio evitare il cibo industriale ultra processato

“Make America healthy again”. Si può essere no global e salutisti anche da destra. Lo spiega un documentario intitolato “Breaking big food”, in anteprima italiana al Riviera International Film Festival 2026 che vede protagonista un ricco manipolo di persone comuni che si è rotto le scatole di vivere mangiando cibo industriale ultra processato.

Basta pesticidi, basta conservanti, basta sigle sinistre e incomprensibili sulle confezioni di mappazze surgelate e inscatolate del supermercato. Veleno puro, ma soprattutto creato ad hoc con aromatizzanti e sostanze chimiche, per creare una dipendenza infinita dal cibo spazzatura. Un declino inesorabile della salute pubblica statunitense che porta a record nazionali di obesità e diabete, specialmente nelle giovani generazioni.

Il documentario di Cole Uphaus inizia sulle confessioni arrembanti di un ex lobbista sia di Big Pharma che di Big Food, tal Calley Meals, uno che spiffera tutto, un po’ come quel Christophe Brusset di “Siete pazzi a mangiarlo!” (Piemme) che decise di togliere il velo di omertà e mostrare al mondo cosa significava cibo industriale e surgelato in Francia. In primis, Meals ricorda che l’industria del tabacco, quella che taroccava perfino gli studi universitari per affermare urbi et orbi che il fumo non nuoceva alla salute degli americani, da quando è stato sgamato e ridotto a grande silenzio, ha cominciato ad investire nel Big Food ottenendo una quota di mercato quasi del 50%.

A denunciare il marciume dell’elite e del sistema sbuca perfino Bernie Sanders, ma è una coppia di quarantenni dell’Arizona a fare da fil rouge di quella che pare una rivoluzione local nel campo dell’alimentazione. Lui scopre di avere un cancro alla tiroide e incolpa il cibo spazzatura. Lei allora coglie l’opportunità di cambiare vita e aprire con il marito una caffetteria biologica con prodotti naturali provenienti da contadini e allevatori controllati a un tiro di schioppo da casa. Qualcuno ricorda il “chilometro zero”.

Ecco, bene, siamo da quelle parti. La nostra coppia ci mostra quindi un negozio di frutta e verdura bio, un allevatore di bestiame che fa pascolare i buoi per anni liberi tra i canyon, un’allevatrice di galline casalinghe che ne utilizza le uova e un produttore di formaggio di capra. Il piccolo mondo antico molto rurale, e con un tocco di glamour da locale di classe per la caffetteria, è servito.

A condire la ricetta di “Breaking big food” ci sono anche altre testimonianze per avvalorare la tesi che mangiare local non ti porta alla tomba. Proprio come la giovane Leah che pesava 180 chili a forza di patatine snack e bibite gassate e dopo una dieta semplice a chilometro zero è scesa a 90 senza ricorrere al dottore Nowzaradan. Insomma, pur nel suo stile mai troppo guizzante, anzi sostanzialmente piatto, il lavoro di Uphaus propone un boicottaggio deciso al sistema alimentare statunitense provenendo da un substrato culturale e politico sostanzialmente conservatore (ci sono alcune sequenze proprio di comizi politici del gruppo di lavoro creato dal neo segretario alla salute, Robert Kennedy Jr.).

Un percorso antisistema che si incrocia, in parte, nella variante decisa local (in Italia potremmo dire modello Franco Berrino) con l’altrettanto radicale ritorno ad un’alimentazione salutare e lontana da “Big Food”, definiamola alla DiCaprio di Food for profit, che però si propone rigorosamente senza prodotti alimentari di origine animale (i salutisti dell’Arizona combattono gli olii di semi a favore del sego di manzo “naturale”, ad esempio). Un bel rebus politico, di fronte ad una comune causa e necessità: vivere meglio senza essere intossicati e morire di cibo ultra processato.

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Il Fatto Quotidiano

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