L'Urna del Bottarone riemersa dal fango in mostra a Firenze

  • Postato il 27 febbraio 2026
  • Cultura
  • Di Agi.it
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L'Urna del Bottarone riemersa dal fango in mostra a Firenze

AGI - L'Urna del Bottarone torna visibile, a sessant'anni dall'alluvione del 1966 che sommerse Firenze sotto due metri di acqua e fango. Dal fango alla rinascita. L'acqua che invase il capoluogo toscano raggiunse anche il laboratorio di restauro, l'archivio fotografico e i resti della civiltà etrusca del Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

Ora, nell'ambito di tourismA 2026 - Salone Archeologia e Turismo Culturale, organizzato da Archeologia Viva, il museo presenta in anteprima assoluta l'esposizione 'I colori dell'alabastro. Il restauro dell'Urna del Bottarone a sessant'anni dall'alluvione di Firenze'. Una mostra che celebra il completamento di un importante intervento conservativo che ha restituito luminosità e intensità ai colori originari dell'urna di alabastro, riportando all'antico splendore l'abbraccio senza tempo della coppia di sposi etruschi scolpita oltre 2400 anni fa.

Un restauro di successo

"L'Urna del Bottarone è stata un esperimento ben riuscito di restauro, con una collaborazione a più livelli tra professionisti, risorse pubbliche e l'utilizzo di fondi internazionali. Un'eccellenza che restituisce un messaggio positivo per il futuro del patrimonio culturale a noi affidato: dalla catastrofe dell'alluvione a una nuova vita per l'urna etrusca e per il Museo", dice Daniele Federico Maras, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Firenze.

La storia dell'Urna del Bottarone

Realizzata tra il 425 e il 380 a.C. in alabastro bianco con venature grigie, l'urna è stata scoperta nel 1864 in circostanze sconosciute nella località Bottarone (o Butarone) presso Città della Pieve. È transitata nella collezione di Giorgio Taccini ed è stata successivamente acquistata dal collezionista fiorentino Giuseppe Pacini, per poi arrivare nel 1887 nelle collezioni del Museo Archeologico Nazionale di Firenze. L’Urna del Bottarone è uno dei capolavori etruschi travolti dal fango dell’alluvione del 1966, un reperto di eccezionale bellezza.

Il primo restauro post-alluvione e il centro di restauro

Il coperchio scolpito rappresenta una coppia di marito e moglie, un fatto unico nel panorama della scultura funeraria chiusina dell'epoca, che di regola vede il defunto accompagnato da un demone femminile alato. Dopo l'alluvione, l'Urna del Bottarone è oggetto di un primo intervento di restauro tra il 1969 e il 1970, diretto da Francesco Nicosia, in una fase decisiva per la storia della tutela a Firenze. In quegli stessi anni, nei locali del Museo Archeologico Nazionale di Firenze, prende forma il Centro di Restauro Archeologico della Toscana: una struttura dotata di attrezzature all'avanguardia, nata per rispondere in modo sistematico e scientificamente avanzato ai gravissimi danni subiti dal patrimonio archeologico. Dopo questo primo intervento, limitato alla rimozione del fango, le superfici dell'urna risultano progressivamente ingrigite e la testa maschile presenta problemi di stabilità strutturale che rendono necessario un nuovo restauro.

La nuova campagna di restauro e le scoperte cromatiche

Il momento arriva nel 2022, quando il reperto viene selezionato tra i vincitori del Bando per gli aiuti finanziari destinati al restauro dei beni culturali mobili, nell'ambito dell'accordo internazionale tra il governo italiano e il Consiglio Federale svizzero. Il contributo consente di avviare una nuova campagna di studio, diagnostica e restauro sull'urna, ma anche di realizzare un laboratorio di restauro permanente all'interno del Museo, intitolato a Erminia Caudana. Tra i risultati più significativi ottenuti dal restauro ci sono l'individuazione e la mappatura del blu egizio, insieme a ocre e cinabro, che hanno permesso di ricostruire con maggiore precisione l'impatto cromatico originario dell'opera.

L'importanza delle indagini di imaging

"Le indagini di imaging hanno dato risultati entusiasmanti: abbiamo individuato il blu egizio e potuto mappare la policromia, immaginando l'urna nel suo aspetto originario", spiega Giulia Basilissi, funzionaria restauratrice conservatrice del Museo.

 

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Autore
Agi.it

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