L’opera d’arte optical di Esther Stocker copre i murales di un sottopasso. Arte pubblica, polemiche e riqualificazione a Trento
- Postato il 27 gennaio 2026
- Arte Contemporanea
- Di Artribune
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Se avessero riempito quel segmento di spazio pubblico con volti iperrealistici, frasi motivazionali e simboli pop, magari omaggiando icone storiche o mediatiche, personaggi da cronaca o da fumetto, persino abitanti del quartiere, la reazione collettiva sarebbe stata più entusiasta ed omogenea: vince e convince la sensazione di “sfogliare” muri allegramente, come fossero album di figurine, quaderni illustrati, collezioni di ricordi pronti al consumo. E invece il Comune di Trento, per il sottopasso di Via Canestrini, ha scelto una via non ruffiana, forse impopolare, certo diversa dal trend che dilaga.
L’installazione di Esther Stocker e i murales cancellati
Scartato il consueto neo muralismo iper grafico, illustrativo, celebrativo, si punta su una grande installazione site-specific astratta, abitabile, attraversabile, percettivamente impattante. La firma Esther Stocker, 52enne del Sudtirolo residente a Vienna, artista con un curriculum internazionale costellato di mostre e installazioni in musei, gallerie, eventi di primo piano, nota per il suo rigoroso lavoro tra optical art, minimalismo, pittura analitica: passando dalla tela alla dimensione spaziale, cromaticamente spinte fino al grado zero, le sue composizioni richiamano suggestioni digitali e tecnologiche, riflessioni sull’architettura, elementi di psicologia della percezione e un chiaro sperimentalismo di taglio strutturale. Dalla pittura di John McLaughlin alle intuizioni di movimenti radicali come Op Art e Light and Space, Stocker rigetta l’utilizzo tradizionale della griglia compositiva, in quanto dispositivo ottico che agevola la visione e la rappresentazione del reale: le sue griglie, le linee e i piani spezzati, inclinati, discontinui, paradossali, sono strumenti di alterazione, disturbo e potenziamento della visione stessa, là dove l’instabilità ottica diventa misura e metafora di un’incertezza esistenziale tanto critica quanto feconda.
Per realizzare il progetto a Trento – un flusso di rette irregolari che disegnano ritmicamente lo spazio del tunnel – è stata spazzata via la pletora di tag, graffiti e murales, moltiplicatisi negli anni tra gli esterni, le rampe di scale e le ampie pareti: segni urbani fioriti in autonomia, oppure realizzati su invito e per mezzo di contest, con giovani street artist coinvolti da associazioni locali insieme all’ufficio Politiche giovanili del Comune. Un modo, quest’ultimo, per rispondere a una situazione di degrado prolungata – sporcizia, imbrattamenti, scarsa sicurezza – provando ad abbellire, a ravvivare, a trasferire contenuti positivi (nel periodo del lockdown, ad esempio, vennero dipinti dei murales dedicati a medici e infermieri in trincea contro il Coronavirus). Risultati modesti, perlopiù.

Riqualificazione e arte pubblica. L’hub intermodale di Trento
Con l’opera di Stocker, inaugurata il 16 gennaio 2026, siamo dunque lontani dall’approccio mainstream compiacente, avallato da tante pubbliche amministrazioni: arte pubblica e Street Art su commissione, da cui emana il sapore di un pervasivo populismo estetico e politico. La ricerca del consenso, con annesse strategie di comunicazione, trova un ottimo alleato nella prammatica della creatività urbana, così orizzontalmente seduttiva. L’etichetta “riqualificazione”, poi, si appiccica con zelo ad ogni muro sottratto al regime del cemento e riempito di colore, ad ogni rotonda sormontata da statue e accrocchi pseudo contemporanei, ad ogni piazza maldestramente decorata. E così, con ricette economiche destinate all’intrattenimento visivo, si compensa spesso l’assenza di complesse e reali politiche sociali, culturali, abitative, ambientali. È l’elogio dell’opera-toppa, opera-maquillage, opera-messaggio (antimafia, violenza contro le donne, diritti, ecologia, pace nel mondo: il contenuto divora la forma, in un perfetto bilanciamento di cliché).
Ma a proposito di riqualificazione, a Trento il tema esiste per davvero: il famoso sottopasso collega infatti il centro storico con il nuovo Hub intermodale, situato nell’area ex SIT, dove – per un investimento di 22 milioni di euro, intercettati con il PNRR – troveranno posto la stazione delle autocorriere (distante 400 mt dalla stazione ferroviaria, collegata da una percorso per bici e pedoni), un parcheggio interrato da 160 posti e un giardino pensile da 5.000 mq. Assegnare un’identità visiva forte al passaggio coperto di Via Canestrini, la cui funzione ora diventa ancor più strategica e rilevante, è un modo per agire anche sul piano simbolico, della consapevolezza dei luoghi, della loro connotazione identitaria e culturale.
Arte pubblica e partecipazione
Accade così che il Comune, anziché affidare l’incarico a un artista senza esperienza, a un muralista emergente o a una figura disinteressata alle riflessioni più attuali sul rapporto tra spazio pubblico e arte, faccia squadra con le sue stesse istituzioni culturali e scelga un nome di rilievo, che in questi mesi espone proprio nelle sale della Galleria Civica – dal 2013 gestita dal Mart – con una mostra personale dal titolo Caos Calmo.
Ottimo il nome, ma poi c’è l’opera, la concretezza del lavoro, l’impresa site-specifc sempre ardimentosa: anche i grandi artisti possono fallire. Non è matematica, né esercizio mediocre di copia e di belletto. In questo caso, al netto del dibattito esploso, il lavoro però funziona: ragionato, esteticamente rigoroso, non si adagia sulle solite ricette trite e ritrite.
Stocker, per altro, fa a meno delle apprezzate logiche democratiche ed inclusive e l’installazione se la costruisce da sola, sulla base del suo linguaggio e del suo immaginario, dopo sopralluoghi, misurazioni, valutazioni. Arte pubblica e creatività dal basso? Non un diktat (né una moda), ma una possibilità. Ogni artista ha il suo metodo, il suo approccio, quel che conta è mettersi in ascolto dei luoghi, prima di tutto e a prescindere: conoscerli, leggerli, scavarli, per arrivare a riprogettarli. Unica chance per contrastare il rischio (sempre esistente) del corpo estraneo calato dall’alto, alieno, dissonante. Quanto alla rivendicazione di una piena autonomia creativa, come avviene all’interno del museo, è cosa legittima anche in strada, al di là del consenso popolare, dei desiderata del quartiere, del mito della partecipazione.
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L’installazione di Stocker nel sottopasso di Trento
Così, interpretando caratteristiche strutturali e simboliche del passaggio che conduce alla nuova area urbana, l’opera di Stocker è una partitura di bianchi e neri in corsa, uno schema discontinuo e dinamico sovrapposto al vuoto di una struttura funzionale qualunque. L’occasione percettiva coincide qui con un’idea precisa di attraversamento, non più distratto né necessariamente romantico o confortevole. Camminare e insieme osservare, connettere, disgiungere, inciampare, deviare, costruendo e decostruendo geometrie instabili. L’arte di Stocker affida alla pittura l’evocazione di dissonanze aleatorie, di circuiti digitali, di oscillazioni e risonanze, di unità minime di senso e di conflitto, così che vi convivano linearità e complessità, regolarità ed errore, continuità e interruzione. Proprio come a Trento, dove ad accompagnare l’occhio ed il passo è una scrittura astratta che sollecita, avvolge e confonde, nel nome di una compenetrazione attiva con lo spazio.
Le critiche sui social all’opera di Esther Stocker
Ma la cittadinanza come ha accolto il tunnel rinnovato? Tanti i commenti negativi registrati sui social, nonostante non siano mancati elogi e apprezzamenti. Certo è che per giorni, a Trento, non si è parlato d’altro: dibattito aperto e acceso, come spesso accade quando si discute d’arte pubblica (qualcosa vorrà dire). Tra gli scettici, poco inclini all’astrazione psichedelica, tra i catastrofisti preoccupati per anziani, ipovedenti, epilettici, soggetti con labirintite e neurodivergenze, a cui il disegno potrebbe arrecare gravi fastidi, fra gli iper sensibili che temono attacchi di panico ed emicranie, non mancano i censori-benaltristi, avversi all’uso di risorse pubbliche per simili inezie, quando i problemi da risolvere sono altrove.
C’è allora chi fa notare quanto sarebbe stato più efficace e meno dispendioso far dipingere il sottopasso ai ragazzi delle scuole, chi si indigna per i murales cancellati, chi addirittura insinua che l’amministrazione, eliminando i ritratti del personale sanitario in lotta contro il COVID, abbia voluto ingraziarsi i Novax (!). E c’è chi torna ad invocare il modello accogliente e illustrativo della Street Art, con giovani talenti locali in azione, domandandosi perché tanto denaro speso per un “pugno nell’occhio” concettuale.

Arte pubblica e accessibilità sensoriale
Ma sono soprattutto le critiche sull’accessibilità a tenere banco. Un tema che in generale merita attenzione, a proposito di barriere architettoniche sensoriali e di ambienti pubblici inclusivi (“Design for all”). Osservazioni che non scalfiscono l’entusiasmo del sindaco Franco Inaselli, convinto che la breve passeggiata (una quindicina di metri, nemmeno il tempo di sentirsi male!) non ha nulla di sinistro o di vertiginoso: un’esperienza “persino emotiva, contemplativa”. Decisamente eccessivo, in effetti, l’allarmismo diffuso, oltre che infondato: tanti gli spazi urbani reinventati dall’artista, senza che siano mai emersi problemi, incluso l’atrio della stazione metro Vittorio Emanuele a Roma; ma il punto è un altro e riguarda anche la distinzione tra arte e design. Se si è finito troppo spesso per considerare l’arte urbana una forma di piacevole decorazione, non significa che la si possa pacificamente associare a un intervento (pur qualitativamente alto) di arredo urbano. Natura e funzione del luogo restano la priorità – e vanno capite, assorbite, problematizzate – ma lo sguardo dell’artista cerca vie differenti, si spinge più in là, si assume qualche rischio (sempre nel rispetto, va da sé, delle norme di sicurezza e di tutela). Sintesi, riletture, ragionamenti sui modelli di fruizione, occasioni di pensiero e di immaginazione, non escludendo la crisi, l’incertezza, il punto di domanda, la messa in discussione di ciò che è dato.
Il senso di un dibattito come quello esploso a Trento va allora cercato tra queste pieghe, tra questi spunti aguzzi: non è così banale, né così immediato, prendersi la responsabilità di un’opera pubblica permanente, se da un artista ci si aspetta forza intellettuale e autonomia di ricerca.

I costi dell’opera e il gesto vandalico
Quanto alle polemiche sul budget eccessivo, l’amministrazione ha prontamente risposto con numeri e voci di spesa: degli 80mila euro investiti – una cifra in realtà normalissima per progetti di questo tipo – solo una parte è riferibile al compenso dell’artista, aggiungendo poi i costi dell’intero intervento di riqualificazione, tra “impermeabilizzazione per rimediare alle infiltrazioni, nuovo impianto di illuminazione, manodopera della ditta specializzata che ha eseguito l’intervento pittorico”. Attesa poi nei prossimi mesi la sistemazione della copertura esterna.
A complicare le cose ci si è messo infine lo spauracchio del vandalismo, con il teppista di turno che a pochi giorni dall’inaugurazione ha dovuto dar sfogo al proprio estro. A cosa serve spendere denaro e riqualificare, se poi non si governa la sicurezza in città? Nuova bagarre, nuove lamentele. Intanto il sistema di telecamere ha fatto il suo dovere:autori riconosciuti e in via di identificazione. Lo sfregio è in ogni caso messo in conto, quando un’opera vive in strada, così come il suo possibile deterioramento, la sua naturale alterazione e le molte variabili esistenti, dall’incuria alla volontà di conservazione, dalle aggressioni recidive alla presa in carico da parte della comunità. In questo caso il fattaccio era in realtà un fatterello, un timido tentativo di contestazione o di protagonismo, senza troppa convinzione: due piccole, leggere scritte a matita, eliminate grazie al tempestivo lavoro di ripristino organizzato dal Comune. “Qui c’è in ballo una questione di educazione civica e di cura della città“, ha sottolineato la vicesindaca e assessora alla Cultura Elisabetta Bozzarelli, “per questo pensiamo che, quando saranno individuate, le persone che hanno imbrattato il sottopasso potrebbero essere obbligate a pulire altri muri cittadini imbrattati. Più che dare una punizione, è importante fare educazione”.
Educare a percepire come propri gli spazi comuni, a coltivare il senso della collettività: sfida complessa, di cui la faccenda artistica è solo un tassello e per cui la politica cerca di continuo ricette e soluzioni, qui securitarie e repressive, lì pedagogiche e culturali. Un’opera d’arte può servire? Certamente può rivelare, sollecitare, coinvolgere, innescare qualche ragionamento o sentimento nuovo. Anche con il rischio di percorrere una manciata di metri tra vertigini e mal di testa: manco fossero le montagne russe o un’overdose – quella sì scientificamente dimostrata – da schermi, social e scrolling compulsivo.
Helga Marsala
L’articolo "L’opera d’arte optical di Esther Stocker copre i murales di un sottopasso. Arte pubblica, polemiche e riqualificazione a Trento" è apparso per la prima volta su Artribune®.