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L'Odissea socialista da Nenni a Craxi

  • Postato il 7 maggio 2026
  • Politica
  • Di Libero Quotidiano
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  • 6 min di lettura
L'Odissea socialista da Nenni a Craxi
L'Odissea socialista da Nenni a Craxi

Esistono buone storie del Psi, di cui sono autori storici come Gaetano Arfé o Giuseppe Tamburrano. Quasi tutte si concentrano sulle origini o su periodi circoscritti della vicenda del più antico partito italiano. L’ultimo libro di Fabrizio Cicchitto, che è stato un politico rilevante della prima e della seconda Repubblica, ha il merito di ripercorrere con straordinaria capacità di sintesi e lucidità di analisi l’intero periodo del secondo dopoguerra, dal 1946 fino all’alba del nuovo millennio (L’odissea socialista. Nenni, Lombardi, Craxi, Rubbettino-Fondazione Craxi, pagine 432, euro 29).

Alla nascita della Repubblica, il partito socialista dovette fare i conti con una novità: non era più il partito di maggioranza a sinistra, avendo i comunisti conquistato operai, contadini e intellettuali più o meno “organici”. Per i socialisti c’erano due strade: stringere una forte alleanza politica con loro o porsi come forza di sinistra alternativa. Nenni scelse la prima strada e questo, come dice Cicchitto, fu il «suicidio dei socialisti».

È qui che si generò la frattura dei socialdemocratici di Saragat, che, dopo la scissione, fecero quella scelta atlantista e filo-occidentale di cui i socialisti non furono capaci. Col risultato che in Italia non si creò, come avvenne in Germania, un partito che manifestasse adesione alla liberal-democrazia e al sistema capitalistico. L’invasione dell’Ungheria da parte dell’Urss e il XX Congresso del Partito Comunista sovietico, che avviò la destalinizzazione, furono una scossa per la sinistra italiana, e in particolare proprio per i socialisti che acquisirono autonomia nei confronti dei comunisti che li avrebbe portati, nel 1963, ad aprire la stagione del centrosinistra.

Questa esperienza, ricorda Cicchitto, diede vita alla più compiuta stagione di riforme della Repubblica: dalla nazionalizzazione dell’energia elettrica alla riforma agraria, dalla sanità ala scuola.

«Tutto ciò venne fatto con una riflessione culturale e approfondimenti tecnici di grande spessore anche attraverso un confronto fra i leader politici e i grandi tecnici conservatori o riformisti». Sul centrosinistra i giudizi possono essere i più vari possibili. Indubbio è però che si trattò di una politica orientata fortemente sui bisogni concreti dei lavoratori e poco sulle prese di posizioni ideologiche. Inutile però girarci attorno, la vera svolta, culturale, doveva realizzarsi con Bettino Craxi, che conquistò la segreteria con l’epico congresso del Midas nel 1976.

Di quella stagione, che durò fino a Mani Pulite, Cicchitto è testimone in prima persona. Ed è logico che, a questo punto, il suo racconto si faccia più intenso, minuzioso, per molti aspetti illuminante. «Il punto di partenza per Craxi – scrive - fu la convinzione politica che per rilanciare il Psi bisognava recuperare con indispensabili aggiornamenti il riformismo storico, quello di Filippo Turati, di Anna Kuliscioff e di Giacomo Matteotti. Fu Craxi ad avere la forza politica e culturale e in parte anche psicologica non solo di riscoprire, ma di riproporre la tradizione riformista». Il Partito Socialista, osserva Cicchitto con una certa amarezza, è finito con Craxi, ma la cultura socialista ha trionfato ed irrora non poche forze politiche di destra come di sinistra. «E rispetto a tutti questi i nodi decisivi del presente, alle sfide del futuro, si avverte il vuoto costituito dall’assenza di una forte e autentica cultura liberale e riformista che sappia agire da bussola». Un’assenza che pesa ancor più a sinistra, ove gli eredi dei comunisti non hanno fatto i conti con la propria storia, tanto da aver risuscitato, in salsa woke, il vecchio massimalismo che fu, con diverso spessore, dei loro padri.

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Libero Quotidiano

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