Lo stato dell’ambiente in Italia. Luci e ombre nel rapporto Ispra

  • Postato il 4 marzo 2026
  • Ambiente
  • Di Formiche
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“La trasformazione sostenibile non è più un’opzione, ma una condizione necessaria per garantire il futuro del nostro Paese. I cambiamenti climatici, la perdita della biodiversità, l’inquinamento e l’uso non equilibrato della risorse rappresentano sfide che richiedono risposte rapide ed efficaci, capaci di proteggere al tempo stesso la salute del cittadini, la competitività del sistema economico e la stabilità dei territori”.

Inizia così la presentazione del Rapporto sullo stato dell’ambiente in Italia redatto da Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, un documento che intende “offrire un quadro aggiornato e integrato delle principali dinamiche ambientali, restituendo a cittadini, tecnici, osservatori e decisori politici uno strumento chiaro e accessibile per comprendere lo stato dell’ambiente e orientare le scelte future”.

Le priorità del Paese, ricorda il rapporto, riguardano la sicurezza energetica, la tutela della biodiversità e del clima, il rafforzamento dell’economia circolare, la prevenzione del dissesto idrogeologico e il coinvolgimento delle giovani generazioni, in una prospettiva coerente con le principali strategie nazionali ed europee, senza compromettere la competitività e la capacità produttiva del sistema Italia.

Sulla base dell’Ottavo Programma d’Azione per l’Ambiente 2022-2030 dell’Unione Europea, sono stati selezionate ed esaminate cinque tematiche.

Riguardano i cambiamenti climatici, l’economia circolare, verso l’inquinamento zero, la biodiversità e il capitale naturale, il turismo sostenibile. Vediamole più in dettaglio.

Come ormai è a tutti ben noto, il 2024 è stato il primo anno in cui la temperatura media globale ha superato la fatidica soglia di un grado e mezzo rispetto ai livelli preindustriali. In Italia, negli ultimi trent’anni, si sono registrati valori spesso superiori alla media globale.

La comunità internazionale, quindi, riconosce la necessità di mantenere l’aumento della temperatura al di sotto dei 2°C, così come previsto dall’Accordo di Parigi del 2015. La causa principale dei cambiamenti climatici è l’aumento della temperatura provocato dalle emissioni dei gas serra, soprattutto di anidride carbonica, derivanti dalle attività umane e all’utilizzo dei combustibili fossili.

Nel 2023, in Italia, è stata rilevata una diminuzione complessiva delle emissioni del 26,4% rispetto al 1990, grazie alla crescita della produzione di energia da fonti rinnovabili, all’incremento dell’efficienza energetica nei settori industriali e al passaggio all’uso di combustibili a basso contenuto di carbonio.

Così le emissioni da industrie energetiche sono diminuite del 47,3%, mentre sono cresciute del 6,7% quelle dei trasporti (energia e trasporti sono responsabili di circa la metà delle emissioni di gas climalteranti).

Le politiche finora attuate dal nostro Paese, comprese quelle del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) e del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC), presentano proiezioni fino al 2030 con riduzioni delle emissioni del 42%.

Per raggiungere l’obiettivo europeo del 55% è necessario adottare azioni aggiuntive. Oltre a iniziative di sensibilizzazione dell’opinione pubblica per promuovere comportamenti coerenti con questi obiettivi, occorrerà incrementare la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili; migliorare l’efficienza energetica in tutti i settori produttivi e civili; attuare in pieno il Pniec che rappresenta il principale strumento di pianificazione strategica per la transizione energetica e climatica nazionale.

L’economia circolare è fondamentale per promuovere la sostenibilità ambientale e ridurre l’uso di risorse naturali, attraverso la prevenzione, il riutilizzo, la riparazione, il rinnovo e il riciclo dei materiali e dei prodotti, riducendo al minimo la produzione di rifiuti.

Negli ultimi anni l’Italia ha compiuto evidenti passi avanti verso il passaggio a un’economia circolare, sia per quanto riguarda l’uso delle risorse che per il riciclo dei rifiuti.

Nel 2023, il tasso di circolarità dei materiali si è attestato al 20,8%, superando quello europeo fermo all’11,8%, ponendo il nostro Paese al secondo posto subito dopo i Paesi Bassi (30,6%).

Va altrettanto bene per quanto riguarda il riciclo dei rifiuti con una percentuale del 76,5%. I riciclo dei rifiuti di imballaggio, in particolare, con il 76,5%, ha già superato gli obiettivi europei previsti al 2030.

Nonostante i significativi progressi raggiunti negli ultimi anni, è necessario intensificare gli sforzi per accelerare la transizione verso una compiuta economia circolare, migliorando le pratiche nella gestione dei rifiuti, sviluppando le tecnologie per il trattamento e il riciclo, promuovendo la decarbonizzazione con il sostegno alla fonti energetiche rinnovabili.

La Strategia Zero Pollution è uno dei pilastri del Green Deal europeo e punta a “costruire un futuro in cui aria, acqua e suoli siano sani e privi di livelli di inquinamento nocivi per la salute umana e per gli ecosistemi”.

Si fonda sul principio “Do No Significant Harm” – non arrecare danno significativo – dove ogni attività economica non provochi impatti ambientali negativi rilevanti. L’obiettivo è la riduzione dell’inquinamento a livelli non dannosi entro il 2050. Obiettivo in linea con l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

In Italia, il percorso verso l’inquinamento zero si sta concentrando su tre priorità: il controllo dell’inquinamento atmosferico, attraverso l’attuazione dei Piani di qualità dell’aria; il miglioramento della qualità delle acque superficiali e sotterranee; la tutela e il ripristino degli ecosistemi marini e costieri, con il Piano per la transizione ecologica.

Nonostante alcuni miglioramenti, “le concentrazioni di inquinanti nell’aria restano elevate, con un’ampia parte della popolazione esposta a livelli superiori ai valori guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità”.

Per quanto riguarda le acque superficiali, solo il 43% dei fiumi e dei laghi raggiunge “un buono stato ecologico”, mentre le acque costiere e di balneazione mostrano ottimi risultati con il 91% in “stato eccellente”, anche se i rifiuti in mare superano ampiamente i valori soglia, con impatti rilevanti sugli ecosistemi marini.

“La biodiversità, ovvero la varietà di vita in tutte le sue forme, è un pilastro di primaria importanza per il funzionamento degli ecosistemi e per la fornitura di servizi ecosistemici indispensabili alla vita umana, quali l’approvvigionamento di cibo, l’acqua pulita, la regolazione del clima e la mitigazione dei disastri naturali”.

E il “capitale naturale” ampia questa prospettiva, “offrendo una valutazione economica dei servizi ecosistemici forniti dalla biodiversità e sottolineando la necessità di una gestione sostenibili delle risorse naturali”.

Il nostro Paese si distingue per un’elevata biodiversità, risultato della sua posizione geografica e della varietà di ambienti naturali. Con le sue 58 mila specie animali e le oltre 12 mila di flora, si colloca tra i più ricchi di biodiversità in Europa.

Questa straordinaria ricchezza, tuttavia, è sempre più minacciata da pressioni quali “il consumo di suolo, la frammentazione degli habitat e la diffusione di specie aliene invasive”.

Una risposta potrebbe arrivare dalle aree protette che, però, con il 21,7% del territorio terrestre e l’11,6% delle acque marine, non sono ancora sufficienti per raggiungere il target del 30% fissato dall’Unione Europea al 2030.

Il consumo di suolo rimane una delle principali criticità, con un incremento di quasi 8 mila ettari nel solo 2024. Un fenomeno che non solo sottrae spazi naturali e agricoli, ma altera profondamento le dinamiche ecologiche dei territori.

Altra criticità la crescente diffusione delle specie aliene che negli ultimi trenta anni sono aumentate del 96%. Tra le 3 mila 650 specie aliene censite, il 15% provoca impatti significativi sugli ecosistemi, “compromettendo la biodiversità autoctona

e causando rilevanti perdite economiche e ambientali”. Segnali positivi arrivano dalle foreste che continuano a crescere, superando gli 11 milioni di ettari e confermando il loro fondamentale ruolo nella mitigazione dei cambiamenti climatici.

La crescita esponenziale dell’attività turistica ha portato negli ultimi anni a una maggiore attenzione verso alcune aree chiave della sostenibilità del turismo.

Riguardano l’impatto sull’uso delle risorse e sull’ambiente naturale; il potenziale del turismo di agire come leva per il miglioramento dello standard di vita; la sua dipendenza dal contesto ambientale e sociale; i benefici che può portare alle comunità locali; l’opportunità per migliorare la reputazione internazionale di un paese.

Se, quindi, da un lato il turismo attrae visitatori grazie alla bellezza degli ambienti naturali, dall’altro, se non gestito correttamente, può portare a danni ambientali significativi. Per mitigare questi impatti e promuovere pratiche sostenibili, è essenziale monitorare l’interazione tra turismo e ambiente.

Specie in un Paese come il nostro dove rappresenta un comparto rilevante dell’economia, essendo una delle principali destinazioni turistiche del mondo, grazie al suo patrimonio culturale, storico e paesaggistico.

Il rapporto fotografa un Paese in continua evoluzione verso una sostenibilità e un nuovo paradigma economico che necessita ancora di ulteriori sforzi per raggiungere quegli obiettivi che l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sostenibile e il Programma d’Azione per l’Ambiente dell’Unione Europea impongono ad ogni Stato.

Monitorare i progressi verso gli obiettivi fissati dall’Europa e dagli accordi internazionali non significa solo adempiere a un dovere normativo, ma “contribuire a costruire una visione di lungo periodo che integri sostenibilità ambientale, equità sociale e sviluppo economico”.

Autore
Formiche

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