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LO SPORT È CULTURA. Le vere Olimpiadi sono un intreccio di contaminazioni, corpi e civiltà del Mediterraneo

  • Postato il 13 agosto 2026
  • Editoriale
  • Di Paese Italia Press
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LO SPORT È CULTURA. Le vere Olimpiadi sono un intreccio di contaminazioni, corpi e civiltà del Mediterraneo

di Pierfranco Bruni

Scriveva  Giovenale: “Mens sana in corpore sano”. In un contesto in cui la radura del Mediterraneo è devastata da conflitti l’idea della riappacificazione delle coscienze potrebbe trovare un sintesi armonica nello sport. I Giochi del Mediterraneo di Taranto potrebbero e dovrebbero dare un segnale preciso. Perché lo sport non è soltanto gara.  Lo sport è linguaggio. È corpo che pensa, è anima che corre, è pietra che diventa pista.  Dire che lo sport è cultura significa dire che l’uomo, quando si muove, non si limita a vincere o a perdere. Si racconta. E nel raccontarsi incontra l’altro. Perché l’educazione del corpo è una geografia aperta. Dalle origini, lo sport è stato commistione. Non chiusura. 
Si pensi ai Giochi Panatenaici della Grecia antica. Non erano solo competizione. Erano rito, erano festa, erano politica, erano memoria.  Sono memoria. Ad Atene, ogni quattro anni, la città si apriva. Arrivavano atleti da tutte le poleis. Portavano muscoli, certo. Ma portavano anche dialetti, miti, dei diversi, modi di correre, di lottare, di onorare.  Lo diceva già Pindaro: “Ariston men hydor”, l’acqua è la cosa migliore. Ma subito dopo cantava gli atleti, perché l’acqua senza l’uomo che la attraversa resta muta. 
L’atleta greco non era un professionista. Era un kalos kagathos: bello e buono. Corpo e anima insieme. Educazione. Paideia.  Ecco la prima verità: la cultura dello sport è penetrazione di un pensiero tra corpo e anima.  Non è caso se Platone nella Repubblica metteva la ginnastica accanto alla musica. Una formava il corpo, l’altra l’anima. E senza l’una l’altra zoppica. Le Olimpiadi hanno dato vita alla nascita di una geografia degli incontri. Le origini delle Olimpiadi non segnano solo l’inizio di una gara. Segnano l’inizio di una idea di Mediterraneo.  Olimpia, 776 a.C.
Durante i giochi valeva l’ekecheiria, ovvero la tregua sacra. Le città smettevano di combattersi. I viandanti potevano attraversare territori nemici.  Che cosa significa? Significa che lo sport ha inventato, prima della diplomazia, lo spazio aperto.  Il Mediterraneo così smette di essere mare che divide. Diventa geografia degli incontri necessari.  I Fenici portavano anfore e alfabeto. I Greci portavano atletica e teatro. I Cartaginesi portavano commercio e resistenza. E tutti, a un certo punto, si ritrovavano a correre sullo stesso stadio. Non era competizione sterile. Era conoscenza.  
Commistioni quindi antropologiche. Il vincitore tornava a casa con una corona d’ulivo, ma soprattutto tornava con storie. Con nomi. Con dèi nuovi.  Come scriveva lo storico Moses Finley: “I giochi greci erano il luogo dove l’ellenismo imparava a riconoscersi pur restando diverso”.
Seneca: “Non è perché le cose sono difficili che non osiamo, è perché non osiamo che sono difficili”. Roma ebbe un suo ruolo importante. Roma, l’Islam, e la contaminazione dei corpi erano rappresentazione di modelli.

Giochi olimpionici nell’antica Roma

Con Roma lo sport cambiò pelle.  Dal rito passò allo spettacolo. Dal gymnasion al Colosseo. Ma anche lì la cultura restò.  Il gladiatore era schiavo, ma era anche mito. Spartaco ha insegnato che il corpo in rivolta è pensiero politico.  Il sangue sull’arena è orrore, ma è anche domanda: fino a che punto il corpo appartiene allo Stato? E mentre a Occidente il corpo veniva esibito, a Oriente il corpo veniva educato. 
Nel mondo islamico medievale, tra IX e XII secolo, lo sport era furusiyya: arte cavalleresca, tiro con l’arco, nuoto, lotta.  Ibn Sina, Avicenna, scriveva di medicina e consigliava l’esercizio fisico come equilibrio degli umori.  Nelle corti di Baghdad e Cordova si traducevano i testi greci sulla ginnastica. Galeno tornava a parlare attraverso mani arabe.  La contaminazione formò l’incontro con etinie diverse. La parola chiave fu appunto contaminazione. Senza gli Arabi non avremmo avuto Aristotele. Senza Aristotele non avremmo avuto lo sport come etica.
Dunque fu pensiero e non solo muscoli. Arriviamo così a Coubertin e alle Olimpiadi moderne del 1896.  Coubertin non inventa nulla. Raccoglie. Dice una cosa semplice e rivoluzionaria: “L’importante non è vincere, è partecipare”.  È una frase filosofica. È l’idea che il valore stia nel gesto, non nel risultato.  E qui lo sport diventa di nuovo cultura. 
Si pensi a Jesse Owens a Berlino 1936. Correva contro Hitler. Vinceva 4 ori. Il suo corpo nero attraversava l’ideologia ariana.  Si Pensi a Muhammad Ali. Diceva: “I’m not the greatest, I’m the double greatest”, ovvero: “Non sono il più grande, sono il doppio del più grande”. Ma rifiutava la guerra in Vietnam. Il ring diventava pulpito. 
Si Pensi a Nadia Comăneci a Montreal 1976. Dieci perfetto. Il corpo che sfida la gravità e la politica della Romania di Ceausescu. Lo sport qui non è evasione. È penetrazione. Entra nelle case, nelle scuole, nelle coscienze.  Come diceva Albert Camus, portiere di calcio da giovane: “Tutto ciò che so della morale e delle leggi, lo devo al calcio”.
Nel Mediterraneo il corpo incontra l’altro.  Oggi lo sport è l’unica lingua che non ha bisogno di traduzione.  Un ragazzo senegalese e un ragazzo calabrese giocano a pallone nello stesso campetto di terra. Non parlano. Passano.  È Panatenaico. È Olimpiade. È ekecheiria. Dunque lo sport è cultura. Perché unisce: abbatte confini di lingua, religione, classe.  Educa: insegna regola, limite, sconfitta, attesa.  Ricorda: ogni gara è rito. Come i giochi in onore di Atena, anche una finale di paese è memoria d’insieme.  Pensa: il corpo che si allena è anima che si disciplina. Mente e muscolo non sono separati. Se il Mediterraneo è mare che unisce, lo sport è il ponte che lo attraversa ogni giorno, con le scarpe ai piedi. Dobbiamo smettere di trattare lo sport come intrattenimento.  Dobbiamo restituirgli la sua dignità: di scuola, di rito, di geografia aperta.
Scriveva Pierre de Coubertin: “Lo sport è l’inviato della pace nel mondo”.  E aggiungo che è anche l’inviato della conoscenza tra i popoli.  Perché quando due corpi si incontrano in una gara, due civiltà si riconoscono.  E da quel riconoscimento nasce sempre qualcosa che resta: non una medaglia.  Una parola nuova. Un gesto nuovo. Un pezzo di futuro. È su questo di futuro che occorre investire perché le generazioni devono essere formate  con molta attenzione al rispetto dell’uomo, o meglio al legame tra corpo cuore e intelligenza. Perché “Lo sport serio, diceva George Orwell, è la guerra senza le sparatorie”. In fondo vale  su tutto la frase di Grabriele d’Annunzio “Fare sport è una fatica senza fatica”.
Alfonso Gatto scriveva dedicando il 7 maggio 1975 la sua Rubrica La balla al balzo, sul “Giornale” di Indro Montanelli, a Gianni Rivera: “Il calcio è come la poesia, un gioco che vale la vita, ove la metafora — l’ala — porta al gol l’illusione, alla finezza il compenso, alle ali, al lettore che gli cammina al fianco e che entra in porta con lui, nella felicità di avere colpito il segno”. Un vero messaggio di “ragione poetica” sullo sport. Allora: lo sport è cultura. 

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