Lo scrittore Malaguti: “Fascismo? Retorica che permea le famiglie, anche moderate. Ora le ‘idee da bar’ diventano programma di partito”
- Postato il 21 giugno 2026
- Politica
- Di Il Fatto Quotidiano
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La definisce “teoria del caffè corretto grappa“. Vale a dire quando, nei momenti conviviali, al bar, alla fine di una cena o di un matrimonio, l’italiano “si lascia andare”. E allora via con la litania del “Mussolini ha fatto anche cose buone” o “se solo non si fosse alleato con Hitler”. Sono “idee vecchie, preesistenti“, il problema è che “ora vengono innalzate a programma di partito“. Paolo Malaguti, classe ’78, padovano, vive tra la provincia di Vicenza e quella di Treviso, dove insegna italiano, ed è uno degli scrittori veneti più apprezzati del panorama italiano: nella dozzina dello Strega e nella cinquina del Campiello, ora è in libreria col saggio Sentieri partigiani (Einaudi). Lo incontriamo ad Asolo al termine di un reportage sulle tracce di Futuro nazionale nel Nord-Est.
Per chi viene da fuori, si ha la percezione di un’evidente identità regionale che difficilmente si trova altrove. È così?
La realtà è complessa, ci sono tante parrocchie, tanto dal punto di vista linguistico quanto da quello territoriale. Nei primi anni di insegnamento, a Montebelluna, mi scontrai mio malgrado con gli studenti che facevano differenze tra la sinistra e la destra del Piave, cioè tra chi era di Conegliano e chi già friulano. Quand’ero studente, al liceo, c’era la prima Liga Veneta. Facevano volantinaggio, erano i primi anni Novanta. Questa identità ha avuto alti e bassi, ma ha radici profonde.
E quali sono, si riescono a definire?
Sì, innanzitutto c’è un ragione storica. Nel sostrato culturale e antropologico del cittadino veneto conta ancora, in qualche modo, la percezione di far parte di una regione bistrattata, che è entrata solo in un secondo momento nel Regno d’Italia. Una specie di ancella mai trattata a dovere e che poi è stata bastonata nella Prima Guerra Mondiale. Questi marchi storici hanno attecchito, anche se molto spesso si tratta di auto-narrazione, dal momento che si dimenticano le sovvenzioni statali quando questi territori erano depressi. Poi c’è la ragione economica. Il mito del Veneto nato dalla miseria e che ha costruito il proprio benessere dove prima non c’era niente.
E la lingua?
Naturalmente, anche la ragione linguistica, spesso cavalcata dalla politica. Il dialetto qui è, per fortuna, ancora molto utilizzato. Aggiungo un ultimo elemento, sempre collegato alla mitografia: la Serenissima Repubblica di Venezia. È un mito auto-costruito nella misura in cui ci si racconta che quello era un periodo d’oro in cui eravamo padroni del Mediterraneo. Con tutto, poi, che i veneziani non vanno d’accordo coi padovani e i trevigiani e viceversa [ride, ndr].
In Sentieri partigiani parla del Monte Grappa, degli impiccati di Bassano. E fa capire al lettore quanto il Veneto, probabilmente più di tutte le altre regioni italiane, sia legato alla Grande Guerra.
Appena mi trasferii qui, assistetti all’esibizione di una banda giovanile che, finita la scaletta ufficiale, suonò e cantò Monte Grappa sei la mia patria. Mi colpì molto.
Il testo parla di “odiato straniero”. Anche ne La leggenda del Piave è presente un falso storico: l’austro-ungarico che ci invade. Era vero il contrario.
È una narrazione in cui molte persone continuano a identificarsi a livello ideologico. Mi è capitato, presentando romanzi ambientati durante la Grande Guerra, di aver avuto discussioni accese con qualche persona tra il pubblico. Questa struttura ideologica non è fascismo tout court, ma è senz’altro sintomo di permanenza di una retorica che gli si avvicina.
E la Resistenza?
Il problema qui è che quel periodo storico non è stato problematizzato. A livello pedagogico trovo interessante – e sarebbe una sfida in cui vale la pena cimentarsi – restituire complessità alla memoria. Non per metterla in discussione o relativizzarla, ma per meglio comprendere quegli anni. La narrazione monocromatica del partigiano buono e del nazifascista cattivo lascia molto al di fuori di sé. Per esempio, se i miei nonni mi raccontano che i partigiani hanno rubato loro la vacca, automaticamente mi sento escluso. In più negli anni Cinquanta le forze di governo hanno abbracciato i valori del Patto atlantico lasciando indietro quelli della Resistenza, che sono stati presidiati solamente dal Pci.
Stiamo assistendo a uno spostamento a destra del dibattito pubblico e politico. Come se lo spiega?
Da insegnante dico che una quota di responsabilità è di tipo pedagogico. In questi 70 anni i valori repubblicani, di cui quelli della Resistenza costituiscono il fondamento, non sono stati assorbiti del tutto. La dico in maniera brutta: a scuola, uno studente è bravo se è ubbidiente, mentre se coltiva il pensiero divergente viene messo alla porta. Succede pure con la Resistenza, con una mancata digestione di essa, per cui è tutto o bianco o nero, o ci stai o non ci stai. Gli eroi e i martiri da una parte, i demoni dall’altra.
E sul piano storico?
Qui nasce il secondo problema, vale a dire il modo con cui l’Italia è uscita – o non è uscita – dal fascismo. La Germania nazista è rimasta nazista fino alla fine, poi è stata occupata ed è stata obbligata a ripensarsi. Se pensiamo all’Italia, viene difficile individuare quando abbiamo abbandonato il fascismo. In più, la narrazione e l’elaborazione successive sono state discontinue. Pensiamo all’amnistia di Togliatti, per esempio.
E oggi cosa sta succedendo?
Io la chiamo la ‘teoria del caffè corretto grappa’. Nella mia esperienza vedo questo apparato retorico, che viene fuori durante i cenoni di Natale o i pranzi di matrimonio, per il quale ‘lui ha fatto anche cose buone’ o ‘se solo non si fosse alleato con Hitler’. È una retorica fascista molto domestica, che coinvolge anche le famiglie moderate. Ed è molto viva. A mio avviso la novità è lo sdoganamento. Fino a quattro anni fa anche la destra governativa aveva fatto qualche passo di affrancamento, salvo tenere elementi al proprio interno vicini all’estrema destra, come Elena Donazzan qui in Veneto. Ora le nuove forze politiche che stanno superando la Lega fanno di questo sdoganamento un elemento di consenso forte.
Per esempio?
Quando dicono che il femminicidio non deve esistere, o che gli omosessuali non hanno bisogno di diritti. Sono chiacchiere da bar preesistenti innalzate a programma di partito.
Sembra che in Veneto il partito di Roberto Vannacci, Futuro nazionale, stia avendo un discreto successo.
Può essere che sia così, ma non credo che intercetteranno la maggioranza, seppur relativa, degli elettori. Il successo pluridecennale di Zaia è merito della sua linea moderata, quasi democristiana. In fondo il Veneto resta una regione moderata.
Quali anticorpi possono fare da argine al ritorno della retorica fascista?
Da insegnante dico che la prima sfida di ogni Paese è quella pedagogica, dal momento che consegni le chiavi della società alle nuove generazioni. E qui, ribadisco, è necessario problemattizzare: non dare verità, ma portare gli adolescenti dentro i nodi più complessi delle questioni. Nella mia esperienza posso dire che quando ciò succede, i ragazzi trovano sempre le soluzioni. L’altro strumento è narrativo. Siamo tutti soggetti narrativi, ci definiamo attraverso i racconti che facciamo di noi stessi e a noi stessi. L’Italia ha una densità storica tale che il potenziale narrativo è infinito. Bisogna sapere cogliere queste storie. Come adulti, come docenti, come educatori. E imparare che c’è una differenza enorme tra spiegazione e racconto.
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