L’Italia ha bisogno di corresponsabilità, non di una nuova stagione di conflitti. Scrive Bonanni
- Postato il 1 agosto 2026
- Economia
- Di Formiche
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L’intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella non è stato il consueto richiamo al senso delle istituzioni. È stato un avvertimento. Mentre l’Italia affronta la più profonda trasformazione economica e sociale degli ultimi decenni, la politica continua troppo spesso a consumarsi tra polemiche, contrapposizioni e calcoli elettorali. Ma il Paese chiede altro: visione, responsabilità e capacità di governare il cambiamento.
La credibilità della politica oggi si misura sul lavoro. È lì che si decidono crescita, competitività, salari, welfare e coesione sociale.
Siamo entrati in una fase inedita. Va in pensione la generazione che ha costruito la forza della nostra industria, mentre intelligenza artificiale, digitalizzazione e automazione stanno cambiando professioni, imprese e organizzazione del lavoro. Non basta sostituire chi esce: bisogna formare lavoratori per mestieri che spesso ancora non esistono. Entro il 2030 quasi il 40% delle competenze richieste sarà diverso da oggi, mentre le imprese faticano già a trovare tecnici, ingegneri ed esperti digitali. La carenza di competenze è ormai uno dei principali freni agli investimenti e alla produttività.
L’occupazione ha raggiunto livelli mai registrati prima. È un risultato importante, favorito dalla maggiore partecipazione al lavoro e dalla progressiva riduzione delle produzioni mature, a basso valore aggiunto e con salari modesti. Abbiamo fatto di necessità virtù. Ma non basta aumentare gli occupati. Senza produttività non crescono i salari, non si rafforza il welfare e non migliora la competitività. È questo il ritardo che l’Italia si trascina da oltre vent’anni.
Anche le misure straordinarie stanno esaurendo la loro funzione. Il Superbonus ha lasciato un costo enorme per i conti pubblici. Il Pnrr è un’opportunità decisiva, ma non potrà sostituire una strategia permanente di sviluppo. Terminata la stagione degli incentivi, dovranno tornare protagonisti investimenti, innovazione, capitale umano e impresa.
Per questo serve un nuovo Patto sociale. Governo, Parlamento e parti sociali devono condividere una strategia che rafforzi i fattori dello sviluppo: formazione continua, raccordo stabile tra scuola, università, Its e imprese, investimenti in innovazione e una politica industriale capace di accompagnare la transizione tecnologica. Occorre legare produttività, salari e crescita, perché senza sviluppo non esiste redistribuzione possibile.
Il richiamo di Mattarella va raccolto fino in fondo. La politica non è chiamata a governare il consenso, ma il cambiamento. E anche le parti sociali devono affiancare alla tutela dei diritti la responsabilità di contribuire alla crescita del Paese. L’Italia non ha bisogno di una nuova stagione di conflitti, ma di corresponsabilità. Da questa scelta dipenderanno il futuro del lavoro, la competitività delle imprese e il ruolo del nostro Paese nell’economia europea.