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L'Islanda rimette in congelatore l'Ue

  • Postato il 31 agosto 2026
  • Esteri
  • Di Libero Quotidiano
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  • 8 min di lettura
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L'Islanda rimette in congelatore l'Ue
L'Islanda rimette in congelatore l'Ue

«L’Islanda dovrebbe riprendere i negoziati per l’accesso all’Unione europea?». La risposta è stato un secco «nej», no. Sabato il 52,8% degli islandesi ha bocciato il referendum per riaprire le trattative d’ingresso nell’Ue, proprio nel momento in cui l’argomento geopolitico a favore dell’Europa sembrava più forte. Trump minaccia la Groenlandia, la Russia di Putin conduce una guerra contro l’Ucraina e l’ordine internazionale è estremamente instabile. Eppure, gli islandesi hanno preferito mantenere lo status quo, dicendo no a «più Europa».

L’affluenza è stata molto alta: ha votato l’82,5% degli aventi diritto, che su 400 mila abitanti sono 270 mila. Il governo di centrosinistra guidato dalla socialdemocratica Kristrún Frostadóttir aveva inizialmente previsto il referendum entro il 2027. Poi ha deciso di accelerare in ragione dell’attuale scenario internazionale, convinto di poter capitalizzare sugli spauracchi Trump e Putin. «L’ordine mondiale che ci teneva al sicuro e prosperi è sotto minaccia. In tempi come questi, le nazioni piccole devono pensare bene a dove stare e con chi», aveva dichiarato alla vigilia la ministra degli Esteri Dorgerdur Gunnarsdóttir, leader del Partito della Riforma, formazione europeista.

 

 

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L’ECONOMIA
L’altro argomento a favore del «sì» era l’instabilità monetaria legata alla fluttuazione della corona, micro-moneta nazionale che vale 0,0071 euro. Secondo il governo di Reykjavík, un maggiore avvicinamento all’Ue avrebbe contribuito a ridurre gli elevati tassi di interesse e ad aumentare la stabilità economica, aprendo in prospettiva anche il dibattito sull’adozione dell’euro. Per gli europeisti, dunque, Bruxelles non significava soltanto maggiore peso geopolitico, ma anche una moneta più stabile. Ma neppure questo è bastato a convincere gli islandesi. A fare la differenza nel voto sono state anche questioni molto concrete come la pesca, che rappresenta circa il 40% delle esportazioni islandesi. Per un Paese così piccolo non è semplicemente un settore economico: è una risorsa strategica e un elemento dell’identità nazionale. Il timore di perdere margini di autonomia nella gestione delle risorse ittiche e nel controllo delle proprie acque è stato quindi centrale nella campagna per il «no». Nei territori del Nord-Ovest, i più lontani dalla capitale e i più vicini alla Groenlandia, dove il tema del potenziale regolamento del settore ittico è particolarmente sensibile, il «no» ha sfiorato il 63%. Anche il settore agricolo si è espresso ampiamente contro la ripresa dei negoziati, contrario all’idea di cedere una parte delle proprie competenze a Bruxelles.

«Noi siamo il popolo che ha difeso le zone di pesca contro le flotte di potenze mondiali, e ha vinto. Tre volte. Il popolo che si è rialzato da un crollo economico in un decennio», ha affermato la parlamentare Sigrídur María Egilsdóttir nel comizio conclusivo per il «no». Gli islandesi euroscettici, che i media progressisti hanno dipinto come balenieri e mandriani degli altipiani in opposizione alla gioventù cosmopolita ed europeista di Reykjavik, hanno bocciato non già l’adesione alla Ue, che necessiterebbe di almeno 18-24 mesi, ma l’ipotesi stessa di riprendere i colloqui con Bruxelles, avviati nel 2009 a valle della crisi finanziaria che bruciò venti miliardi di dollari nelle banche islandesi, e sospesi nel 2013 dall’allora coalizione euroscettica alla guida dell’Islanda. Come spiegato al Monde dalla specialista di affari europei Vilborg Ása Gudjónsdóttir, nel 2009 l’Islanda era «in ginocchio», mentre oggi la situazione economica è molto più solida. È quindi venuta meno quella sensazione di emergenza che aveva reso l’adesione molto più attraente.

 

 

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SALVINI E LE PEN
«In Islanda il popolo ha scelto: questa si chiama Democrazia. Se un progetto è così vincente ed efficace, perché viene bocciato dai cittadini?», ha commentato la Lega, seguita dal suo alleato francese, il Rassemblement national (Rn). «Il voto ricorda che un’altra Europa è possibile», ha dichiarato Marine Le Pen, leader di Rn e candidata alle presidenziali del 2027. Come fa notare Bloomberg: quanto conta ancora l’Europa come polo nel nuovo ordine mondiale se un Paese prospero e libero come l’Islanda, 39 milioni di dollari per 400 mila abitanti, con i conti in ordine, una democrazia avanzata, già membro del libero mercato europeo e inclusa nello spazio Schengen, tituba tanto a entrarci? I prossimi 6 e 7 settembre la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen sarà in Groenlandia. Una visita che, in caso una vittoria del «sì», avrebbe potuto assumere il sapore della celebrazione politica. Gli islandesi, invece, hanno deciso di andare nella direzione opposta.

 

 

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Autore
Libero Quotidiano

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