L’Iran minaccia il taglio dei cavi sottomarini. Per i Paesi del Golfo Persico sarebbe “blackout digitale”
- Postato il 24 aprile 2026
- Di Panorama
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La tensione in Medio Oriente rimane altissima, con una tregua tra Stati Uniti e Iran ormai formalmente scaduta e unilateralmente estesa dal Presidente americano Donald Trump, in attesa di un negoziato che fatica a concretizzarsi.
In questo contesto altamente volatile, nei giorni scorsi i media iraniani sembrano aver indicato (nemmeno troppo velatamente) un nuovo campo di possibile escalation qualora la parola dovesse tornare alle armi.
La velata minaccia dei Pasdaran
In un dettagliato report pubblicato mercoledì, l’agenzia stampa Tasnim (legata ai Pasdaran iraniani) ha mappato ed analizzato tutta l’infrastruttura internet della regione, soprattutto per quanto concerne i cavi sottomarini di Internet e l’infrastruttura cloud del Golfo Persico.
L’articolo includeva una mappa dettagliata dei cavi internet sottomarini nello Stretto di Hormuz, identificando sistemi come FALCON, AAE-1, TGN-Gulf e SEA-ME-WE che collegano i paesi del Golfo al resto del mondo.
Lo stretto di Hormuz non è infatti solo un nodo energetico, ma anche un corridoio cruciale per le comunicazioni globali, da cui dipendono paesi come Emirati, Qatar e Arabia Saudita.
Non a caso, l’articolo sottolineava che un “danno simultaneo a diversi cavi principali” potrebbe innescare gravi interruzioni di Internet nell’intera regione.
Questo avrebbe effetti molto risibili sull’Iran, sempre secondo Tasnim, giacché le petromonarchie dipendono molto più di Teheran da queste rotte internet marittime. L’articolo dell’agenzia stampa dei Pasdaran suggeriva anzi che Teheran avrebbe giocoforza un vantaggio in un conflitto che mirasse a queste infrastrutture.
L’importanza dei cavi sottomarini
Per comprendere appieno la portata di questa velata minaccia, è necessario chiarire un dato spesso trascurato: oltre il 97-99% del traffico internet globale viaggia attraverso cavi sottomarini in fibra ottica, non via satellite.
Questi cavi, posati sui fondali marini, costituiscono la vera spina dorsale fisica della nostra era digitale, abilitando tutto, dalle transazioni finanziarie internazionali al cloud computing, fino ai servizi di intelligenza artificiale.
Ecco quindi che lo Stretto di Hormuz si configura non solo come punto di transito energetico, ma anche come “collo di bottiglia” cruciale per questa rete invisibile.
Secondo il report di Tasnim, almeno sette dei principali sistemi di cavi internazionali attraversano o passano in prossimità delle acque dello Stretto, tra cui FALCON, AAE-1, TGN-Gulf e SEA-ME-WE.
Questi fasci di fibre ottiche collegano gli hub tecnologici dei Paesi del Golfo (Emirati Arabi, Arabia Saudita, Qatar, Bahrain e Kuwait) con i mercati di Europa, Asia e Africa. Per queste petromonarchie, che stanno investendo miliardi di dollari per trasformarsi in hub dell’IA e dell’innovazione digitale, i cavi di Hormuz rappresentano la “conduttura” indispensabile per la loro ambiziosa diversificazione economica post-petrolio.
Siamo quindi di fronte ad un’asimmetria strutturale; perché mentre l’Iran può contare su rotte terrestri alternative (via Turchia, Caucaso e Russia) per una parte della sua connettività, i Paesi del Golfo dipendono quasi esclusivamente da queste rotte marittime meridionali, rendendo la loro economia digitale un bersaglio esposto e vulnerabile.
Le possibili conseguenze
Si tratterebbe di un’escalation potenzialmente catastrofica, anzi, una “catastrofe digitale”.
La paralisi più immediata e grave colpirebbe i mercati finanziari. Le Borse di Dubai e Doha, cuore pulsante del capitalismo del Golfo, andrebbero in tilt, bloccando milioni di transazioni al secondo.
L’e-commerce cesserebbe, il sistema bancario di quei Paesi si troverebbe accecato e interi settori dell’economia, dalla logistica al turismo, si fermerebbero.
Un attacco a questi cavi colpirebbe direttamente l’infrastruttura fisica di colossi come Amazon Web Services (AWS) e Microsoft, che hanno i loro hub regionali proprio negli Emirati e in Bahrein (alcuni già bersagliati da droni iraniani).
Secondo lo Stimson Center, un danno a Hormuz causerebbe problemi economici non solo nella regione, ma anche in Europa, Africa e Asia. Dallo Stretto passa infatti oltre il 15% del traffico dati mondiale, inclusa una quota rilevante delle rotte che collegano l’Asia all’Europa.
Infine, l’incubo logistico. A differenza di un oleodotto, riparare un cavo sottomarino in una zona di guerra è un’impresa titanica. Le navi specializzate dovrebbero infatti operare in acque minate e contese.
I tempi di riparazione richiederebbero quindi settimane o mesi, sempre che Teheran lo permetta, condannando la regione a un lungo e pericoloso periodo di blackout digitale.