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L’Inter è in festa : il 21° vale doppio

  • Postato il 4 maggio 2026
  • Sport
  • Di Libero Quotidiano
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  • 8 min di lettura
L’Inter è in festa : il 21° vale doppio
L’Inter è in festa : il 21° vale doppio

Il ventunesimo scudetto dell’Inter contiene diversi ingredienti rivoluzionari. Il primo è un allenatore senza esperienza in prima squadra, se non un breve “stage” con il Parma. Viene così smontato il cliché dell’esperienza come condizione indispensabile non tanto per avere successo, quanto proprio per poter lavorare. Chivu è una rivoluzione per il calcio italiano: ci dice che la competenza non dipende dal curriculum, che l’attitudine non ha età, che l’ambizione e l’energia di cui questo Paese ha un dannato bisogno risiedono nei giovani. Ci dice che gli ultimi arrivati possono essere i primi, spazzando via anche il discorso da bar secondo cui “ha vinto con una squadra che si allenava da sola”. È vero che l’Inter di Inzaghi aveva una base solida, ma mai come quest’anno aveva bisogno di essere allenata sotto ogni punto di vista. Il secondo ingrediente è che questo tricolore lo vince una squadra data da tutti a fine ciclo. Un gruppo considerato da rifondare, incastrato in un modulo che non avrebbe più dovuto funzionare e giudicato incapace di esprimersi a questi livelli per un ulteriore anno. Invece, l’Inter ha performato con un’enorme continuità. Ha saputo vincere nei momenti di flessione e ha stravinto in quelli di brillantezza. Lo ha fatto allungando un ciclo già vincente e dimostrando che la nostra concezione di “fine ciclo” andrebbe ricalibrata: nel calcio di oggi, dove le differenze tra le squadre si sono assottigliate, è meglio conservare piuttosto che rivoluzionare.

ELISIR Una squadra come l’Inter che, seppur in là con gli anni, era stata competitiva su ogni fronte, andava preservata, somministrandole semmai un elisir di giovinezza spalmato su due mercati estivi (quello passato, in cui sono arrivati ragazzi dai 20 ai 22 anni con l’eccezione di Akanji, e quello che sta per arrivare). Costruire un gruppo vincente e rappresentativo richiede anni, distruggerlo richiede pochi mesi; e resettare tutto non è sempre la scelta giusta. Il terzo aspetto rivoluzionario di questo scudetto è che lo vince la squadra che segna più gol, non più quella che ne subisce meno. L’Inter si è attestata come quinta difesa del campionato e, più in generale, tutte le prime otto in classifica hanno numeri simili e “da scudetto” per quanto riguarda le reti incassate. Ma nessuna ha prodotto offensivamente come i nerazzurri. Addirittura, la differenza reti dell’Inter è superiore ai gol totali segnati da alcune rivali dirette. C’è il seme del calcio contemporaneo nell’Inter di quest’anno, la direzione che tutta la Serie A dovrebbe intraprendere, la stella polare da seguire se si vuole tornare competitivi in campo internazionale. E, diciamolo, non è una questione di modulo, ma di atteggiamento, di predisposizione al gioco, di idea. I protagonisti di spicco di questo scudetto sono i quattro che, un anno fa, sembravano rappresentare gli spigoli di una rottura tra il passato e il futuro.

CAPITANI Da un lato, Lautaro e Dimarco: i capitani che, con orgoglio, si sarebbero presi ulteriori responsabilità e rivincite in campo. Dall’altro, Calhanoglu e Thuram: i due indiziati come sacrificabili sul mercato, nonché la coppia di amici che veniva ripresa dai senatori e sembrava fare scudo a sé. Questi quattro si sono passati il testimone di leader tecnico ed emotivo in una sequenza praticamente perfetta. Prima Lautaro, poi Dimarco, dunque Calhanoglu e infine Thuram hanno trascinato la squadra al titolo. Trascinato perché è stato senz’altro uno scudetto in salita: al trambusto estivo è infatti seguita una partenza zavorrata da due ko nelle prime tre giornate. La mostruosa capacità di reazione è diventata la vera caratteristica distintiva di questa Inter: reagire alla stanchezza, alle difficoltà, alle critiche, sia tra una partita e l’altra sia all’interno dei novanta minuti. A questa va abbinata la capacità, tutta nuova, di vincere alcune partite facendo valere lo status prima ancora del gioco. O perfino di pareggiarle: se dovessimo infatti individuare la vera svolta del campionato, non sceglieremmo una vittoria, bensì il 2-2 nello scontro diretto che ha tenuto il Napoli a distanza, mantenendo intatta l’inerzia emotiva avviata dal filotto nerazzurro. Tutto questo rende lo scudetto dell’Inter non solo unico, ma profondamente didattico. In un sistema calcio, quello italiano, cronicamente spaventato dal nuovo, ossessionato dall’esperienza a tutti i costi e schiavo del bisogno di controllo, l’Inter ha dimostrato che si può trionfare nascendo dal caos buono e convivendo con il rischio. Ha vinto osando 1) scegliere Chivu in panchina, 2) conservare un gruppo apparentemente logoro, 3) attaccare pur subendo qualche gol in più. A volte, per non far finire un ciclo, basta semplicemente avere l’ardire di pensare che non sia finito.

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Autore
Libero Quotidiano

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