Licei tecnici e professionali: la rivoluzione che serviva
- Postato il 27 settembre 2026
- Politica
- Di Libero Quotidiano
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Licei tecnici e professionali: la rivoluzione che serviva
Nel decreto scuola presentato giovedì scorso in Consiglio dei ministri c’è una una norma importante, destinata a cambiare il sistema formativo italiano, che è stata un po’ offuscata mediaticamente dalla discussione sugli altri punti del provvedimento. Il decreto prevede, infatti, che tutte le scuole superiori, compresi gli attuali istituti tecnici e professionali, dovranno da ora in poi chiamarsi licei. Sarebbe un errore pensare che si tratti solo di una questione nominalistica odi un provvedimento estemporaneo. Esso è legato invece organicamente a tutta la riforma del 4+2 così come è venuta delineandosi, e che fra l’altro potenzia lo studio di italiano e matematica, al nuovo valore dato allo studio della matematica nelle nuove Indicazioni nazionali in preparazione anche per i tecnici, all’introduzione dell’intelligenza artificiale negli istituti tecnici e professionali, al rapporto sempre più stretto fra formazione e mondo delle imprese. In sostanza, dietro c’è una visione culturale della scuola e dell’istruzione sostanzialmente diversa da quella precedente e in contrasto con l’appiattimento culturale perorato dalla sinistra.
Come ha specificato Giorgia Meloni nel suo intervento a Fenix domenica scorsa, e prima di lei in più occasioni il Ministro Giuseppe Valditara a cui si deve la paternità del provvedimento, nei passati decenni si è consolidata nell’opinione pubblica una distinzione fra scuole di serie A e serie B. VISIONE «La scuola costituzionale – ha detto il ministro dell’istruzione e del merito – deve invece dare pari dignità a tutti i percorsi formativi perché pari dignità hanno i diversi talenti». In questa visione la scelta di un indirizzo piuttosto che di un altro deve essere sempre più collegata ai particolari talenti dei giovani, che la scuola ha il dovere di riconoscere e valorizzare. Le competenze acquisite sono diverse, ma non possono essere gerarchicamente collocate lungo una scala valoriale, la quale finisce invitabilmente per trasformarsi anche in una scala sociale. La differenza deve essere data piuttosto dal merito, cioè distinguendo chi ha saputo o meno sfruttare i propri talenti acquisendo le competenze proprie del suo percorso di studio. La gerarchia riflessa nella denominazione degli istituti scolastici rispecchiava, in qualche modo, la distinzione affermatasi in età moderna fra le cosiddette “due culture”: la scientifica e l’umanistica. Una distinzione che non ha ragion d’essere da un punto di vista storico. Il vecchio liceo aristotelico, ad esempio, era assolutamente interdisciplinare, occupandosi, come ha sottolineato Valditara, «della realtà circostante, non solo di filosofia o grammatica».
In effetti, ha specificato il ministro, «Aristotele e Teofrasto, quando parlavano di liceo, parlavano anche di agronomia e di zoologia, per esempio». La distinzione cozza paradossalmente proprio con il travolgente sviluppo nel nostro tempo delle scienze particolari e della tecnica, ma anche con la nostra tradizione nazionale perché, come ha osservato la Meloni, «siamo eredi di grandi umanisti come Dante, Petrarca e Manzoni, ma anche di grandi scienziati come Volta, Fermi e Marconi». Anche se si sviluppa in direzioni diverse, il sapere o il conoscere umano è da considerarsi unico. La stessa distinzione fra professioni intellettuali e manuali lascia il tempo che trova, soprattutto oggi che l’avvento delle nuove tecnologie impegna l’uomo con tutto se stesso, con la mente non meno che con la sua abilità pratica. Una considerazione preme comunque fare, in conclusione: oltre che ingeneroso sarebbe ingiusto attribuire a Giovanni Gentile, autore dell’ultima riforma organica della scuola nel 1923, la colpa del vecchio stato di fatto. Anzi, fu proprio Gentile, nell’ultima fase del suo pensiero, in una nota pagina di Genesi e struttura della società, che può essere considerato il suo testamento spirituale, ad auspicare l’avvento di un«umanesimo del lavoro» che comprendesse e superasse il non più adeguato umanesimo classico. E fa piacere osservare che oggi quell’auspicio stia per realizzarsi.
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