L’esperienza democratica del Rojava è minacciata da Siria e Turchia: basta con l’indifferenza

  • Postato il 27 gennaio 2026
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Quella dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell’Est – che tutti conosciamo come Rojava – è stata una delle esperienze più straordinarie del nostro tempo. Oggi è fra le più minacciate.

In un Medio Oriente devastato da guerre, autoritarismi e fondamentalismi, lì era nata una proposta radicalmente diversa: una società fondata sull’autogoverno, sull’uguaglianza di genere, sulla convivenza tra popoli e religioni, sulla giustizia sociale e ambientale. Un esperimento di democrazia dal basso che ha saputo resistere all’Isis. Lo ha fatto combattendo, ma anche costruendo scuole, assemblee popolari, cooperative agricole e un sistema giudiziario partecipato.

Oggi quella rivoluzione è sotto attacco. Le forze del regime siriano, sostenute da diverse milizie jihadiste e dalla Turchia, stanno cercando di smantellare l’autonomia conquistata con anni di lotta.

Dal 6 gennaio sono stati condotti attacchi su larga scala contro le comunità curde in Siria da parte delle forze del Governo di Transizione Siriano, in collaborazione con gruppi jihadisti e milizie sostenute dalla Turchia. Iniziati ad Aleppo, questi attacchi sono divenuti veri tentativi di pulizia etnica, con massacri di civili curdi e sfollamento forzato di migliaia di persone.

Il Governo di Damasco, dominato da membri dell’ex affiliata di al-Qaida Hay’at Tahrir alSham (HTS), sta infatti ricorrendo alla violenza per consolidare il controllo su tutta la Siria. A sostenere questa campagna, il governo turco tramite il Ministro della Difesa Yaşar Güler e il Ministro degli Esteri Hakan Fidan. Caccia, droni e velivoli da ricognizione turchi combattono al fianco delle forze jihadiste.

Le città simbolo della resistenza, come Kobane, sono di nuovo sotto assedio. I combattenti curdi, che hanno pagato il prezzo più alto nella guerra contro il terrorismo, vengono trattati come un ostacolo da eliminare.

Eppure, i curdi non hanno mai cercato la secessione dalla Siria, ma l’inclusione all’interno di uno Stato siriano decentralizzato. E gli attacchi sono cominciati proprio quando cominciava quel processo, il giorno stesso dell’accordo raggiunto a Parigi in presenza di Stati Uniti, Siria e Israele. Ora, ciò che vediamo all’orizzonte è l’annientamento del Rojava e la consegna della Siria a una nuova dittatura.

Eppure, nei giorni scorsi migliaia di curdi hanno risposto all’appello alla mobilitazione generale, affluendo in Rojava e in altre città della regione per unirsi alla resistenza.

Il 19 gennaio, i combattimenti si sono estesi in gran parte del Nord e dell’Est della Siria. Le forze siriane e le milizie jihadiste hanno attaccato la prigione di Al-Shadadi, liberando migliaia di detenuti dell’Isis.

Mentre tutto questo accade, l’Europa e l’Italia tacciono. Addirittura, la Commissione Europea promette 620 milioni di euro al governo siriano in due anni. Un paradosso che grida vendetta. E benché il Segretario Generale dell’Onu, António Guterres, abbia chiesto un cessate il fuoco immediato, la Coalizione Internazionale contro l’Isis è rimasta in silenzio.

Non possiamo permetterci l’indifferenza. Perché ciò che accade laggiù riguarda anche noi: riguarda la possibilità concreta di un altro modello di convivenza, di un’altra idea di giustizia. Riguarda la nostra stessa sicurezza, perché la caduta del Rojava significherebbe anche la liberazione di migliaia di jihadisti detenuti, pronti a riorganizzarsi. Ecco perché la lotta del popolo curdo non è un affare interno siriano, ma una battaglia per la libertà che ci riguarda tutti e tutte.

Servono sanzioni immediate sul Governo di Transizione Siriano e condanna da parte della comunità internazionale; servono sanzioni immediate sulla Turchia e medesima condanna. E la Commissione Europea deve trattenere quei 620 milioni di euro di aiuti fino a quando il governo di al-Sharaa non soddisferà standard chiari di de-escalation, democrazia e pace. Una Siria democratica potrebbe portare stabilità nella regione, e il primo passo dovrebbe essere il riconoscimento legale e politico della Daanes.

Nesrin Abdallah, comandante delle Unità di Difesa delle Donne (Ypg), ha detto al Manifesto: “Di fronte ai massacri, al silenzio internazionale, all’incitamento alla guerra da parte della Turchia e all’abbandono di ex alleati nella lotta contro il terrorismo, non ci è rimasta altra scelta che l’autodifesa. Detto questo, restiamo aperti al negoziato. Crediamo che anche la pace più sporca sia migliore della guerra. La nostra è una rivoluzione che vuole la pace. Ma tutto questo potrà essere ottenuto solo con la resistenza”.

Quella resistenza è una premessa di pace per il mondo intero. Difendiamola.

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Il Fatto Quotidiano

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