Legge elettorale, è caccia ai franchi tiratori nel centrodestra dopo la sconfitta: sono circa 30. Scambio di accuse tra FdI, Lega e FI
- Postato il 14 luglio 2026
- Politica
- Di Il Fatto Quotidiano
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La coalizione di centrodestra subisce una sconfitta parlamentare sulla riforma della legge elettorale con uno scarto minimo di un solo voto. L'emendamento promosso personalmente da Giorgia Meloni sulle preferenze nei ballottaggi viene respinto a causa di almeno 30 deputati della maggioranza che votano contro le direttive del partito. Ne scaturisce un'accesa disputa interna tra Fratelli d'Italia, Lega e Forza Italia sulla responsabilità della débâcle legislativa.
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Il colpo di scena si è giocato su un voto di differenza: 188 a 187. Ma quanti deputati del centrodestra si sono schierati con l’opposizione e contro la volontà di Giorgia Meloni, che si è spesa in prima persona per far approvare l’emendamento sulle preferenze (al netto dei capilista) nella nuova legge elettorale? Almeno 30. Vediamo perché.
Le pregiudiziali di costituzionalità presentate dalle opposizioni – il primo voto in Aula – sono state bocciate con 214 no della maggioranza. Maggioranza che, con gli stessi identici numeri, ha detto no anche al primo voto segreto di un emendamento soppressivo a prima firma Pd. Risultato? All’appello, quando c’è stato il patatrac in seno al centrodestra, sono mancati una trentina di voti, forse qualcosa di più. La conferma, peraltro, arriva da ambienti parlamentari della maggioranza.
Nei capannelli che si riuniscono in Transatlantico a ridosso dell’Aula, i partiti azionisti di governo – off the record – si rimpallano le responsabilità, ma c’è una riflessione che accomuna diverse ricostruzioni: una protesta sotterranea e trasversale delle donne di centrodestra contro la mancata garanzia della parità di genere che potrebbe aver fatto saltare il banco. E, anche in questo caso, i numeri possono dare un indirizzo. A scrutinio segreto il primo subemendamento del centrosinistra che chiedeva che “i candidati capilista” non potessero “essere dello stesso genere in numero superiore al 50% del totale” è stato bocciato con un numero più basso di no: 207 a fronte di 155 sì. Nella ricerca del “colpevole” finiscono anche i vannacciani, che secondo qualche esponente di centrodestra, avrebbero tradito sulle preferenze. Ma il partito di Vannacci ha la risposta pronta: un video girato in Aula a testimonianza del via libera che viene mostrato all’occorrenza in Transatlantico.
Poi, però, c’è anche lo scambio di accuse o, quanto meno, chi nega di avere avuto responsabilità. “Secondo il calcolo che abbiamo fatto noi, i franchi tiratori sono stati circa 31. Nessun franco tiratore della Lega” ha dichiarato Riccardo Molinari, capogruppo del Carroccio alla Camera. “Mi chiedete di Vannacci? Bisogna sempre vedere se FnV ha votato come ha dichiarato…”, ha tagliato corto. “Noi siamo stati presentissimi e solidissimi nel voto quindi non cercate tra di noi” ha detto il capogruppo di Forza Italia, Enrico Costa.
“Franchi tiratori in Fratelli d’Italia? Non credo” è stato il commento del capogruppo meloniano Galeazzo Bignami. “Anche perché ci siamo confrontati a lungo e abbiamo elementi fondati per ritenere che non sia così”.
“La maggioranza è andata sotto, e per la prima volta i deputati di FdI non seguono gli ordini di Meloni. Con quell’emendamento FI e Lega avrebbero eletto solo i capilista bloccati. I franchi tiratori sono di FdI, terrorizzati dalle preferenze”, è la ricostruzione di Matteo Ricci, europarlamentare PE. “Con l’emendamento c’erano i capilista bloccati, quindi i partiti piccoli avrebbero eletto solo loro mentre i partiti grandi, come FdI e Pd, avrebbero eletto anche con le preferenze. – spiega Ricci – Questo significa che, mentre le opposizioni hanno votato contro perché ritenevamo che l’emendamento non rispondesse davvero al tema della preferenze, essendo un bluff per pochi seggi, i veri franchi tiratori si sono rivelati quelli FdI che temono le preferenze e non FI e Lega”.
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