Lefebvriani, il tentativo di Leone XIV di scongiurare lo scisma a ogni costo
- Postato il 1 luglio 2026
- Di Panorama
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Una lettera scritta «con animo paterno», inviata all’ultimo momento nella speranza di fermare qualcosa che sembra ormai inarrestabile. Papa Leone XIV ha scritto al superiore e ai membri della Fraternità Sacerdotale San Pio X per scongiurare la consacrazione di nuovi vescovi senza mandato pontificio, prevista ad Écône, il villaggio svizzero nel Canton Vallese dove Marcel Lefebvre fondò nel 1970 la Fraternità. Un atto che, secondo il diritto canonico, comporterebbe la scomunica automatica, quella che i teologi chiamano «latae sententiae».
«Colmo di affetto cristiano, vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi», ha scritto il Pontefice. Le parole sono misurate, ma la gravità della situazione è evidente.
Chi sono i lefebvriani e a cosa mirano
Prima di addentrarci nel tortuoso labirinto politico e culturale del Vaticano, occorre approfondire meglio la storia e la missione di questa comunità molto particolare.
La Fraternità Sacerdotale San Pio X conta circa 150.000 fedeli, concentrati soprattutto in Francia, Germania e Svizzera. Si tratta di una realtà che non ha mai pienamente accettato le riforme introdotte dal Concilio Vaticano II, conclusosi nel 1965. I suoi membri si considerano custodi della «vera tradizione» cattolica contro quella che definiscono una deriva liberale e, più radicalmente, apostatica, della Chiesa.
Le loro richieste sono precise e invariate da decenni: il ritorno esclusivo alla Messa in latino secondo il rito tridentino, con il sacerdote rivolto all’altare e non ai fedeli, e il rifiuto di tre documenti conciliari ritenuti incompatibili con la dottrina tradizionale. Il primo è la «Dignitatis Humanae», che sancisce la libertà religiosa. Il secondo è la «Lumen Gentium», che apre alla possibilità di salvezza anche fuori dalla Chiesa cattolica visibile. Il terzo è la «Nostra Aetate», la dichiarazione che il 28 ottobre 1965 segnò la svolta della Chiesa nei confronti degli ebrei, non più considerati «deicidi». Per i lefebvriani, questi documenti rappresentano una rottura con la tradizione. Rifiutano il pluralismo religioso, il dialogo ecumenico, e sostengono che lo Stato debba riconoscere il cattolicesimo come unica vera religione.
Una frattura che viene da molto lontano
La storia di questa separazione non nasce né oggi né ieri, ma è figlia di lunghi e complessi dissidi. Lefebvre aveva guidato la resistenza al Concilio e nel 1988, ordinando illegalmente quattro vescovi, si era attirato la scomunica di Giovanni Paolo II. Il problema teologico e canonico è sottile ma essenziale: il Papa è il solo ad avere la facoltà di nominare i vescovi. Se un vescovo ne ordina un altro senza il suo consenso, l’ordinazione è illecita ma non invalida, perché la «successione apostolica» (il filo ininterrotto che lega i vescovi agli apostoli) rimane de facto intatta. È questa la ragione per cui la Chiesa non può semplicemente ignorare la questione: i sacramenti amministrati da questi vescovi restano validi, e i fedeli che li cercano si trovano in una zona canonica ambigua.
Nel 2009 Benedetto XVI aveva compiuto un gesto di grande coraggio: la revoca delle scomuniche ai quattro vescovi lefebvriani, nella speranza di riavviare il dialogo. L’iniziativa fu tuttavia travolta da un incidente clamoroso. La commissione vaticana non aveva verificato il profilo di uno dei quattro, Richard Williamson, che si era rivelato un negazionista della Shoah: sosteneva che le camere a gas nei campi di sterminio nazisti non fossero mai esistite. Toccò allo stesso Benedetto XVI scrivere una lettera «ai vescovi di tutto il mondo» per spiegare quella che definì una «disavventura per me imprevedibile».
Anni di trattative, ma senza risultati
Dopo la revoca delle scomuniche, seguirono tre anni di negoziati teologici. Ma non portarono a nulla. I vescovi, non più scomunicati ma rimasti sospesi a divinis (una pena canonica prevista dal Diritto della Chiesa Cattolica che vieta a un sacerdote o chierico di esercitare il proprio ministero). Due di loro, nel frattempo, sono morti, e non rientrarono mai in piena comunione con Roma. La Fraternità continuò a rifiutare il Concilio come condizione preliminare di qualsiasi accordo.
La discussione teologica si chiuse definitivamente quando l’allora superiore lefebvriano Bernard Fellay dichiarò che «i nemici della Chiesa» ostili alla Fraternità erano «gli ebrei, i massoni, i modernisti». Una posizione per sua stessa natura incompatibile con il cattolicesimo del dopoguerra. Benedetto XVI, che aveva partecipato al Concilio in prima persona come teologo, definiva gli ebrei «padri nella fede» e non avrebbe mai tollerato ambiguità su questo punto. Lo stesso vale per Francesco e per Leone XIV, che negli ultimi mesi ha dedicato le sue catechesi a una rilettura sistematica dei documenti conciliari.
La risposta dei lefebvriani e il nodo irrisolto
Il superiore attuale, don Davide Pagliarani, ha risposto alla lettera di Leone XIV affermando che la Fraternità intende servire la Chiesa come si serve «una Madre in difficoltà che ha bisogno di un aiuto particolare». Ha chiesto al Papa un «gesto di comprensione» e di «prendere il tempo necessario: non è troppo tardi». Due anni fa, però, lo stesso Pagliarani aveva riaffermato la «battaglia dottrinale contro un nemico chiaramente identificato: la Riforma del Concilio, un insieme avvelenato concepito nell’errore che conduce all’errore».
Sono parole che rendono difficile immaginare un punto di incontro. La Fraternità chiede che la tradizione sia rimessa «al centro» della vita della Chiesa universale, non come una delle sensibilità ammesse, ma come l’unica forma legittima.
Il richiamo finale di Leone XIV
Leone XIV ha concluso la sua lettera con parole solenni: «Prego per voi, perché lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità. Il Signore illumini le vostre coscienze e risvegli i vostri cuori. Per l’autorità ricevuta da Cristo, con animo addolorato ma ancora pieno di speranza, sento il dovere di chiedervi di desistere dal vostro intento».
Ha inoltre messo in guardia contro le conseguenze concrete per i fedeli: un atto scismatico li priverebbe «della ricezione lecita e, in taluni casi, persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione». Non è solo una questione istituzionale. Dietro le posizioni dottrinali vi sono persone, famiglie, comunità che trovano nella Messa tradizionale un riferimento spirituale autentico.
Quella che si consuma ad Écône non è esattamente una novità. È, più precisamente, la prosecuzione di uno scisma che non è mai davvero rientrato. Ogni tentativo di riconciliazione si è infranto mestamente sullo stesso scoglio: il Concilio Vaticano II.