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L'economia non corre se ci sono più immigrati

  • Postato il 13 luglio 2026
  • Economia
  • Di Libero Quotidiano
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  • 3 min di lettura
In sintesi

Un'analisi del Financial Times mette in discussione il consenso economico mainstream sull'immigrazione. Secondo Oren Cass, l'afflusso di manodopera straniera non qualificata potrebbe comprimere i salari e ridurre la produttività, contrariamente a quanto sostengono molti economisti. Lo studio sfida la narrazione progressista sui benefici incondizionati dei flussi migratori, sollevando questioni cruciali sulla gestione e gli impatti economici reali dell'immigrazione nei Paesi occidentali.

Sintesi generata automaticamente con intelligenza artificiale a partire dal contenuto originale della testata. Standard editoriali.

L'economia non corre se ci sono più immigrati
L'economia non corre se ci sono più immigrati

Più manodopera a basso costo, per intendersi i lavoratori immigrati, provoca un aumento dei salari e della produttività. A dirlo non è un politico sovranista o un giornale di estrema destra, ma il quotidiano della City di Londra, che è difficile tacciare di simpatie anti-progressiste. In una lunga analisi di Oren Cass, capo economista di American Compass e collaboratore del quotidiano rosa, il Financial Times demolisce le analisi della stragrande maggioranza degli economisti sui meravigliosi benefici che le ondate migratorie, anche incontrollate, porterebbero alle economie occidentali. L’analista di Ft ritiene addirittura che «quando si affrontano i dibattiti sull’immigrazione» spesso gli economisti rinuncino alla «propria credibilità». Nello specifico, Cass fa riferimento ai flussi in entrata di lavoratori stranieri non qualificati.

Che è il caso degli Stati Uniti ma anche di moltissimi Paesi europei, a partire dall’Italia, dove la sinistra continua a sostenere che la necessità di far entrare più immigrati risponda ad una richiesta delle imprese e serva a puntellare le difficoltà della nostra economia in merito alla denatalità e alla carenza di manodopera. Ebbene, come spiega Ft, «sia il buon senso sia le dinamiche di mercato suggeriscono che questo fenomeno comporti un peggioramento della qualità del lavoro per i lavoratori già presente e un deterioramenteo dei servizi pubblici». Il giornalista sostiene che anche i partiti politici di centrosinistra, di fronte agli effetti reali degli ingressi, stiano scoprendo che un’immigrazione incontrollata rappresenta un minaccia esistenziale. Affermazioni condite da un po’ di dati. Gli economisti della Fed di Dallas e San Francisco ritengono che un terzo degli aumenti dei prezzi delle case tra il 2021 e il 2024 sia dovuto proprio all’ondata di immigrazione clandestina. Altro lato dell’Oceano, stesso discorso. Secondo l’economista Alan Manning, in merito al referendum svizzero di giugno (perso) per limitare gli ingressi di stranieri, sostiene che «l’immigrazione non è una soluzione al problema dell’invecchiamento della popolazione e la spesa per essa può ridurre la produttività».

Quest’ultimo punto, per il Financial Times, è dirimente. Se i datori di lavoro credono di avere sempre accesso a un ampio bacino di manodopera facilmente sfruttabile, si chiede il quotidiano, «perché dovrebbero modificare i loro modelli di business e le loro attività per offrire posti di lavoro migliore o investire in una maggiore produttività?». Denatalità? Di questo si è occupato il premio Nobel per la pace 2024 Daron Acemoglu, secondo cui «contrariamente all’opinione comune, si è riscontrato che i tassi di natalità più bassi finora hanno portato a una maggiore crescita del Pil per lavoratre in tutti i Paesi e a una maggiore crescita salariale». La spiegazione? La minore disponibilità di manodopera ha spinto l’innovazione tecnologica e gli investimenti, aumentando produttività, salari e migliorando le condizioni di lavoro. Le balle sugli immigrati che fanno bene all’economia vengono paragonate alle opinioni positive nel dibattito del 2000 sull’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio. L’allora segretario del Tesoro, Lawrence Summers, disse che dopo aver sondato gli economisi la risposta era stata univoca: «Accogliere la Cina nel sistema economico globale è la cosa giusta». Su questo punto un mesetto fa persino il Nobel, Paul Krugman, ha ammesso di essersi sbagliato.

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Libero Quotidiano

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