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Le violenze dei coloni e il perché non esiste lo Stato palestinese

  • Postato il 14 agosto 2026
  • Esteri
  • Di Libero Quotidiano
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  • 3 min di lettura
In sintesi

L'articolo esamina il ruolo dei coloni israeliani nella questione palestinese, sfidando la narrativa comune che li identifica come causa principale dell'assenza di uno Stato palestinese. Secondo questa analisi, i coloni rappresentano piuttosto una conseguenza di dinamiche politiche più profonde. Pur riconoscendo l'impatto negativo delle loro azioni violente e dell'espansione territoriale, l'articolo sottolinea le differenze interne tra i coloni e critica la prospettiva che ignora i fattori strutturali sottostanti il conflitto israelo-palestinese.

Sintesi generata automaticamente con intelligenza artificiale a partire dal contenuto originale della testata. Standard editoriali.

Le violenze dei coloni e il perché non esiste lo Stato palestinese
Le violenze dei coloni e il perché non esiste lo Stato palestinese

C’è un errore di prospettiva nel dibattito sulla mancata nascita di uno Stato palestinese: si indicano i coloni ebrei in Cisgiordania come la causa, o comunque una delle cause principali, di questo fallimento. È un’inversione logica. I coloni non sono la causa: sono una conseguenza. Le loro incursioni violente per allargare gli insediamenti sono senza dubbio un ostacolo concreto alla pace: sottraggono terra, alimentano l’odio quotidiano. Buona parte della società israeliana li detesta, li considera un peso politico e morale, e da decenni li vede come un problema di sicurezza interna oltre che internazionale. Anche fra di loro, i mitnachalim, coloni o settlers in inglese, ci sono differenze. Più o meno un terzo sono laici, un terzo religiosi ultraortodossi e un terzo sionisti religiosi, vale a dire i fan di Ben Gvir e Smotrich. Sono soprattutto quelli di questo terzo gruppo a creare problemi.

Ma la loro stessa esistenza e capacità di espandersi indisturbati anno dopo anno, non fa che certificare un dato più profondo: la totale debolezza dei centri di potere arabi in Cisgiordania. Dove non c’è un’autorità capace di controllare il territorio, qualcun altro lo occupa. I coloni riempiono un vuoto di sovranità, non lo creano. Il confronto con Gaza è illuminante. Gaza è l’unico Stato palestinese de facto mai esistito sulla faccia della Terra: territorio, popolazione, monopolio della forza, la triade weberiana della sovranità, tutta presente. E lì i coloni, espulsi da Ariel Sharon nel 2005, non si sono più fatti rivedere. Le stesse Forze di difesa israeliane hanno avuto, e hanno tuttora, enormi difficoltà a rientrare nella Striscia con continuità. Questo dimostra, più di ogni proclama, che Hamas aveva e probabilmente ha ancora il controllo effettivo del terreno e del consenso popolare, quantomeno nella forma della sottomissione. Ma quella Gaza granitica, compatta, impenetrabile ai coloni, era ed è probabilmente ancora uno Stato il cui unico vero scopo è muovere guerra a Israele. Uno Stato Islamico come Daesh. Un regime terrorista.

 

 

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Qui sta il punto centrale: la solidità di Gaza e la frammentazione della Cisgiordania hanno la stessa radice. Non sono esiti opposti di due strategie diverse ma due facce della stessa realtà politico-teologica. Agli arabi islamici, nel loro complesso, non interessa fondare uno Stato palestinese funzionante, pacifico, riconosciuto e convivente con Israele. Se lo avessero voluto davvero, lo avrebbero già costruito; lo ha dimostrato Hamas a Gaza: quando la volontà e l’organizzazione ci sono, uno Stato de facto si può edificare in tempi rapidi, con un esercito, un’amministrazione, un controllo capillare del territorio. Ma quello Stato ha un solo scopo: quello di fare la guerra.

Ciò che davvero interessa, in questa lettura della Storia che non è propria solo degli estremisti religiosi, non è la statualità palestinese in sé ma la scomparsa di Israele, o quantomeno la sua espulsione dal Dar al-Islam, dalla “casa dell’Islam”. Lo Stato palestinese diventa allora un mezzo per arrivare a quell’obiettivo, non il fine del nazionalismo palestinese. Perché a definire l’identità degli arabi musulmani, in Palestina come altrove, non è primariamente la categoria nazionale, ma quella religiosa. Ed è quella cornice religiosa (e politica) a non ammettere che Israele esista proprio lì dove gli ebrei lo hanno creato, o ricreato, nella terra che considerano testardamente la loro.

 

 

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Autore
Libero Quotidiano

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