Le stelle di Big Three, Silvano Costanzo racconta il paradosso umano: creare per distruggere
- Postato il 3 febbraio 2026
- Cultura
- Di Quotidiano Piemontese
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TORINO – Silvano Costanzo è uomo dalle molteplici attitudini. Giornalista, artista, fotografo, storico, autore. E questa volta, ne Le stelle di Big Three, Neos Edizioni, tira fuori un romanzo che è sostanzialmente una storia del mondo.
Siamo di fronte ad un romanzo complesso, profondamente ironico, articolato, pieno di sviluppi e deviazioni, una vicenda che si snoda per oltre un secolo e lo fa raccontandoci centinaia di eventi, di invenzioni, di scontri, di cadute e rinascite… il tutto in poco più di 200 pagine (lo dico perchè mi pare una cosa alquanto folle).
Riassumerlo è impossibile. Sulla Terra compare una sorta di alieno a tre gambe, con le chele, dei filamenti al posto della testa e un carapace, che sembra guarire le persone. Questo essere mitologico viene osannato dalla società moderna e un giovane studente spiantato disegna una maglietta con un logo dedicato a Big Three. Questa intuizione cambierà per sempre non solo la sua vita ma il destino dell’intero pianeta.
L’intervista con Silvano Costanzo
Nel testo introduttivo a questa intervista ho scritto che è impossibile riassumere in poche righe il tuo romanzo per quanto è complesso e articolato. Vuoi provare tu a dirci cosa racconti ne “Le stelle di Big Three”?
Detto per sommi capi, è la storia di un oscuro disegnatore olandese, Pieter Böhm, il quale, grazie all’invenzione di un logo particolarmente fortunato e a una serie di coincidenze, diventa in breve tempo il proprietario di una multinazionale che, di fatto, governa il pianeta. Pieter è una brava persona e ha ottime intenzioni. Vuole servirsi del potere e dell’enorme ricchezza di cui dispone per migliorare la qualità della vita degli esseri umani, ma entra in conflitto con i suoi collaboratori e il progetto finisce in un disastro. Con altre sembianze, con altri nomi e con altri ruoli, Pieter riprova varie altre volte a raggiungere l’obiettivo di portare benessere e giustizia sulla Terra, ma ogni volta – e per varie ragioni – fallisce. Perfino il suo estremo tentativo di trasferire il meglio dell’umanità (cioè i buoni e i giusti) su una costellazione di satelliti che ruotano intorno al pianeta, finisce in un disastro.
In pratica è una sorta di storia del mondo, che ovviamente nasconde infiniti sottotemi. Tra questi, uno dei principali, è il ripetersi di quel circolo inalterabile per cui una buona idea, un’ottima invenzione, finisce per essere utilizzata in maniera sbagliata e negativa. E’ l’indole umana?
No, direi di no. Che alcune ottime invenzioni possano essere anche usate male, è fuor di dubbio, ma nel complesso è innegabile che la qualità della vita sul pianeta sia migliorata. All’inizio del Novecento sulla Terra c’era un miliardo di esseri umani. Adesso, dopo un secolo, ci avviciniamo ai dieci miliardi. È merito dei progressi scientifici ed è un successo per la nostra specie. Il dubbio riguarda le possibili conseguenze. Ci stiamo moltiplicando a spese delle risorse del pianeta? Lo stiamo distruggendo? È quello che bisogna evitare. Che l’indole umana sia predatoria, è certo. Per questo bisogna evitare che le “ottime invenzioni” finiscano in mani sbagliate. Come succede, appunto, nel romanzo di Big Three.
Società private che governano il pianeta. Siamo tanto lontani da questa immagine?
Questo è un rischio concreto e sarebbe inevitabile se sulla Terra ci fosse un unico centro di potere, cioè se ci fosse un unico Paese che governa tutti gli altri. Negli ultimi decenni ci siamo andati vicini. Adesso mi sembra che, pur fra mille difficoltà e contrasti, ci stiamo evolvendo verso un mondo multipolare. Per fortuna.
C’è poi il tema delle disuguaglianze sociali che portano ai grandi fenomi di emigrazione. Nel tuo libro l’evoluzione su questa questione è drammatica. Nella realtà attuale come vedi la situazione?
Mettiamola così: c’è un mondo ricco che invecchia sempre di più e che rischia di morire di vecchiaia e c’è un mondo giovane che, invece, vive nella miseria. O questi due mondi trovano il modo di collaborare, o finisce in un disastro. Non c’è altro modo. Se qualcuno pensa che basti costruire muri di filo spinato e mandare le cannoniere a pattugliare i mari, si sbaglia. Nella storia (ed è già successo molte altre volte) non è mai bastato.
Come detto, i temi del romanzo sono molteplici. A quali tieni maggiormente?
A questo delle disuguaglianze, che possono essere sanate solo da una volontà comune. E che se non vengono sanate portano al disastro per tutti.
Come è nata l’idea di Big Three?
È nata per ripicca. Io sono da molti anni un buon lettore di libri di fantascienza, ma negli ultimi tempi mi sono trovato a leggere romanzi sempre più seriosi e noiosi. Volevo dimostrare che si può scrivere un buon romanzo di fantascienza usando l’ironia e il divertimento, anche se i temi trattati sono, invece, serissimi.
Il tuo romanzo è pieno di personaggi e di storie parallele solamente accennate. Non ti è venuta voglia di svilupparlo ulteriormente e trasformarlo in una saga da migliaia di pagine?
In realtà Big Three è già uno sviluppo. Inizialmente era solo un racconto in cui descrivevo la comparsa sulla Terra di uno essere buffo e strano (forse un alieno) dotato di poteri taumaturgici. Poi mi è venuta voglia di immaginare – e raccontare – cosa avrebbe provocato la comparsa di questo essere bizzarro. Così è nato il romanzo. E non è affatto detto che non ci sia un seguito. O più d’uno. Anche se le saghe sono rischiose perché i “seguiti” non sono mai all’altezza dei “primi”.
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