Le Marche e il cantiere infinito per impianti da sci sotto i 1500 metri. Via al processo per violazioni ambientali
- Postato il 2 aprile 2025
- Ambiente
- Di Il Fatto Quotidiano
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Una ferita aperta. Così appare il comprensorio sciistico del Monte Catria, provincia di Pesaro e Urbino, nel cuore dell’Appennino Umbro-Marchigiano. Un cantiere permanente, che secondo geologi e botanici, distrugge pezzo per pezzo la montagna: boschi eradicati, crinali sbancati, versanti instabili esposti alle frane. Il Monte Acuto, la vetta più alta del gruppo montuoso, 1701 metri, è un luogo di scontro tra sviluppo turistico e tutela del paesaggio, al centro di un procedimento penale sullo svolgimento dei lavori di ampliamento degli impianti, che vede due imputati a processo.
La giudice per l’udienza preliminare Benedetta Scarcella del Tribunale di Urbino ha disposto il rinvio a giudizio per Federico Murro, direttore dei lavori, e Francesco Pretelli, legale rappresentante della ditta esecutrice, la Pretelli Srl. Sono accusati di aver violato le prescrizioni ambientali e paesaggistiche. Il processo inizierà il 2 ottobre. Le principali associazioni ambientaliste nelle Marche – Italia Nostra, Legambiente, Cai, Lupus in fabula, Lipu e Grig – sono state ammesse come parti civili: le rappresenta l’avvocato Tommaso Rossi. Chiedono un risarcimento di 30mila euro per danni patrimoniali e morali.
L’inchiesta era partita nel 2020 da un esposto degli ambientalisti. Due i filoni: uno più ampio, legato a violazioni edilizie e paesaggistiche, archiviato; e uno più circoscritto, quello che approderà in aula il 2 ottobre, sulle violazioni delle prescrizioni sulle autorizzazioni ambientali, le cui contestazioni sono state mosse dopo le indagini coordinate dalla pm Maria Mocchegiani. Di fronte all’archiviazione del primo filone le parti civili hanno fatto opposizione, come spiega il legale delle associazioni Tommaso Rossi, ma il tribunale ha accolto la richiesta della Procura.
Un progetto milionario
Al centro del caso si trova un progetto da 3,5 milioni (dati: Dossier Nevediversa 2025 di Legambiente), in gran parte pubblici erogati dalla Regione Marche: nuova seggiovia, spostamento dello skilift, bacino idrico a quota 1300 per l’innevamento artificiale, illuminazione notturna e allargamento di tutte le piste. Un progetto che ha sollevato più di una riserva soprattutto se visto sul lungo periodo, con nevicate sempre meno frequenti a quote più basse.
La storia dei lavori sul Monte Catria è lunga mezzo secolo. Negli anni Settanta, sul vicino Monte Acuto, vennero installati skilift e manovie. Dopo poco tempo furono chiusi e rimasero abbandonati per vent’anni. Nel 2009 un tentativo di rilancio con una cabinovia, presto rivelatosi fallimentare: nebbia, vento forte, scarse nevicate rendevano impossibile un’attività stabile e redditizia. “Un progetto figlio degli anni Ottanta scollegato dalla realtà climatica attuale – accusa Fabio Taffetani, professore ordinario di botanica sistematica all’Università Politecnica delle Marche -. Su un massiccio fragile l’impatto era prevedibile”. Taffetani è uno dei consulenti delle associazioni ambientaliste che si sono costituite in giudizio, insieme ad altri come l’architetto Riccardo Picciafuoco e il geologo Andrea Dignani. “I lavori sono stati del tutto esagerati – prosegue Taffetani -: si è pensato in maniera totalmente irrazionale di fare dei tracciati che potessero diventare sede di gare internazionali di sci alpino, il che è già assurdo in quella struttura a quelle quote e con quel rilievo”. Per l’allargamento delle piste, racconta, sono stati eradicati gli alberi del bosco di faggi e quelli a valle rimasti in piedi vengono progressivamente ricoperti da metri di detriti. Taffetani spiega: “Le piste in pratica hanno perso qualsiasi copertura del terreno, lasciato a roccia nuda. Quando ci sono effetti meteorici importanti, le precipitazioni creano frane verso valle estremamente profonde e pericolose”. I danni sono drammatici: piste allargate scavando la roccia, detriti scaricati nei boschi, vegetazione soffocata. “Già nel 2017 – ricorda il professore -, la perdita di una felce rara, presente solo in queste aree dell’Appennino marchigiano, segnalava la lenta distruzione dell’ecosistema”.
Ferma una parte dei lavori
Nel frattempo i lavori per l’allargamento delle piste e i trasporti in quota sono conclusi. È invece fermo il progetto per costruire un bacino destinato all’innevamento artificiale. Lo scorso luglio, la Provincia ha bocciato la proposta del Comune di Frontone, ritenendo necessaria una nuova procedura di valutazione ambientale, più approfondita, perché le modifiche previste sono troppo rilevanti. Al momento, però, il Comune – fa sapere la Provincia a ilfattoquotidiano.it – non ha ancora presentato una nuova versione del progetto. Lo scorso anno a questo giornale Tagnani aveva spiegato di aver sospeso il progetto di lago artificiale “che andrà condiviso con la Regione e con gli altri Enti” diceva nel febbraio 2024. Uno “scempio annunciato”, conclude Taffetani, con il timore che, finiti i fondi, anche questo impianto venga abbandonato perché su quelle vette sulle quali la neve ormai non si vede quasi più. Oltre al danno la beffa: una montagna deturpata da impianti destinati a restare inutilizzati e essere abbandonati.
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