L’arte deve tornare a far riflettere: la provocazione non basta più
- Postato il 17 gennaio 2026
- Arti Visive
- Di Artribune
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C’è stato un tempo in cui l’arte era di pubblico dominio. Artisti, letterati, musicisti condividevano riflessioni, esperienze correnti. Era il tempo delle avanguardie e delle correnti di pensiero; dei dadaisti che si schieravano contro tutto e tutti.
Il rapporto tra artisti di diverse discipline continua a esistere, soprattutto nei dinamici contesti internazionali, costruendo narrazioni che recepiscono le tensioni culturali presenti nel rapporto tra arte e società. Paradossalmente, col tempo l’artista è diventato meno sociale, pur essendo più social che mai: oltre la factory, ci sono esperienze meno evidenti, più sottili, che iniziano a sfuggire al rapporto diretto con le persone.
I concettualismi del contemporaneo creano barriere tra artisti e pubblico
L’arte degli ultimi anni del XX Secolo sembra aver preso le distanze dal mondo. I concettualismi hanno generato difficoltà, barriere cognitive, strumenti di linguaggio per iniziati. Videoarte, linguaggio, ricerca sulla ricerca: il mondo riflesso dall’arte è diventato sempre più criptico, effimero, enigmatico. In quel mondo è nata l’arte provocatoria: i teschi brillantinati, il dito medio in Piazza Affari. E ancora i graffiti, che da quel momento in poi hanno preso un altro nome. Segno che una parte del mondo dell’arte intendeva rompere le barriere per ampliare l’audience, il mercato ed esprimere una tensione culturale sempre più diffusa. Da allora, una dimensione dell’arte si è focalizzata sull’idea di dover stupire, elemento costante nella storia dell’arte ma raramente fine a sé stesso.
Oggi l’opera è tale se fa discutere, arrabbiare, anche a costo di essere vuota o gonfiabile. Sostenuta da interpretazioni, tra il mistico e l’esegetico, ideate per alimentare l’ego dell’artista, la validità dell’opera e il gioco è fatto. Il passaggio da un estremo all’altro è una condizione piuttosto frequente nella storia personale di ciascuno di noi. Quindi non stupisce che lo sia altrettanto nella storia dell’arte.
Ben venga quindi l’emersione di una dimensione dell’arte lontana da quelle atmosfere rese volutamente cupe per porre in risalto l’interpretazione erudita. E ben vengano anche le opere ultracolorate, da copertina di rivista d’arte, di moda, e anche di cucina, se serve.
Come può l’arte provocatoria avvicinare il pubblico
Terminata tuttavia l’epopea dello stupore fine a se stesso, resta da capire in che modo un’opera che ha come unico obiettivo evidente quello di far discutere, o di suscitare stupore, possa realmente avvicinare le persone all’arte e viceversa. La provocazione è un gesto da calibrare con cura nella dialettica, come nella forma artistica: l’arte che colpisce ha un valore altissimo, soprattutto in un’epoca in cui la capacità di riflessione di tutti noi (e non solo degli adolescenti) è estremamente limitata, assediata da stimoli, impegni e display. Strapparci dal sovrappensiero è dunque un intento nobile. Va però compreso che anche la realtà dell’opera deve fornire significati, stimoli, riflessioni percepibili. Altrimenti si lancia un’occhiata, si dice wow, e si riprende a chattare. E qui, il rapporto tra committenza e artista diventa realmente importante, perché fino a quando “si vende”, si continua a produrre; considerando che il settore pubblico non è propriamente in grado di recepire rapidamente i cambiamenti culturali e sociali.
Oggi l’arte provocatoria ha ceduto il passo a una maggiore ricerca di profondità e il settore pubblico dovrebbe capirlo
In un mondo in cui sempre più artisti cercano la profondità a fronte del proliferare di un’estetica ancora vacua e inutilmente provocatoria, l’arte pubblica trasmessa sui palinsesti delle nostre piazze continua a essere il retaggio di una “moda” tramontata da un decennio. E questa differenza misura esattamente la distanza che separa la dimensione politica dalla società. Forse l’unica vera dimensione culturale mostrata da alcune opere.
Stefano Monti
L’articolo "L’arte deve tornare a far riflettere: la provocazione non basta più " è apparso per la prima volta su Artribune®.