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L’appello di Pino Leto, il Totò Schillaci della boxe siciliana: “Quando combattevo guadagnavo bene e aiutavo chiunque. Ora sono spariti tutti”

  • Postato il 10 maggio 2026
  • Sport
  • Di Il Fatto Quotidiano
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L’appello di Pino Leto, il Totò Schillaci della boxe siciliana: “Quando combattevo guadagnavo bene e aiutavo chiunque. Ora sono spariti tutti”

Sul finire degli anni Ottanta, quando la boxe italiana era ancora una potenza mondiale, Giuseppe “Pino” Leto si prese il suo pezzo di gloria. Nato e cresciuto tra i vicoli della Vucciria di Palermo, Leto scalò le gerarchie del ring fino a diventare campione europeo dei pesi Superwelter. Per capire il peso di quel traguardo, basti pensare che oggi l’Italia esprime un solo campione EBU. In precedenza Leto aveva vinto il titolo italiano, lo aveva difeso, poi perso, quindi riconquistato e difeso altre due volte. Un vero protagonista di quella decade. Appesi i guantoni al chiodo, Pino non ha mai abbandonato la sua terra. È diventato maestro di strada, insegnando il pugilato ai ragazzi del quartiere per sottrarli alle tentazioni pericolose della criminalità, trasformando la boxe in una sorta di scudo sociale. Oggi però, a 70 anni, il campione sta combattendo un match complicato. Ai segni lasciati da una carriera usurante, si è aggiunto un avversario spietato, un tumore. Leto vive ancora nel cuore della sua Vucciria, in una casa degradata ed è alla ricerca di una sistemazione più consona.

Innanzitutto come sta?
In questo momento sono a letto. Devo fare un sacco di controlli e a volte non riesco nemmeno a muovermi. È così da sei anni. Allenavo e non mi accorgevo di quello che stava succedendo dentro di me. Anni di traumi, microfratture, infiltrazioni prima di ogni combattimento per non sentire il dolore. Gli ultimi tempi sono stati durissimi, finché ho capito che non riuscivo più a tenere il ritmo dei miei ragazzi. Poi ad un certo punto ho sentito come un pezzo di carne in gola che non andava giù, mi sono fatto controllare. Oncologia, tumore alla gola. Ho sconfitto il Covid, la polmonite, e sto quasi sconfiggendo il cancro, ma ho ancora da combattere.

Vive in condizioni difficili?
Vivo in un appartamento che ormai è inagibile. Il palazzo è stato occupato da alcuni personaggi che ne hanno fatto uno scempio, lo hanno devastato. C’è una scala che cede, ho paura di un crollo da un giorno all’altro. Non chiedo l’elemosina: pago le bollette, l’acqua, il mangiare e le medicine. Cerco casa da tre anni.

Cosa cerca esattamente?
Sarei disposto a pagare 450 euro per un pianterreno. Di più non posso, prendo poco più di mille euro al mese di pensione e i prezzi che sento, 750 o 800 euro, sono fuori portata. Il Comune mi ha offerto una stanza da servitù di 42 metri: un gabinetto senza doccia e i rubinetti accanto al letto. Aprivi la porta della camera e saresti stato in strada. Io ho una dignità.

Lei è stato un punto di riferimento per i giovani della Vucciria, insegnando ai ragazzi la Noble Art. Com’è cambiato il quartiere?
Finché ho potuto sono stato maestro di pugilato e di vita. Ma oggi non è più il quartiere di una volta, la delinquenza è peggiorata. Qui molti si sposano da giovanissimi, a volte mi sembra di stare nel 1800. Quelli della mia età o i giovani che mi seguivano quando facevo footing come Rocky mi rispettano ancora, ma il mondo intorno è cambiato. Io mi sento come un pilota di Formula 1: il motore è quello di una Ferrari, ma la carrozzeria è una 500 a pezzi. Se accelero, si spacca tutto.

La boxe cosa rappresenta per lei?
La boxe mi ha salvato la vita, mi ha protetto persino da un’embolia. Devo tutto alla palestra, ci sono entrato a 16 anni. Sono nato pugile, non so da chi io abbia ereditato questo sangue.

Qual è il match che non dimenticherà mai?
Quello con Luigi Marini a Bagheria per il titolo italiano. Una lotta fino all’ultima ripresa: alla fine i pantaloncini bianchi erano diventati rossi di sangue per entrambi. Quando ottieni un risultato con quella fatica, è la cosa più bella del mondo. E poi ricordo Franco Callegari, quando il mio manager Branchini, mi urlava ‘Butta giù quel figlio di buona donna, vuoi arrivare alla vittoria o no?’. Mi diede un gancio a tradimento, poi lo massacrai.

È stato una sorta di “Totò Schillaci della boxe”?
Sì, lo conoscevo personalmente, era il cugino di mio cognato. È stato al matrimonio di mio fratello, io ero il testimone. Lui all’epoca giocava nelle giovanili del Messina. Eravamo simili, gente che veniva dal basso.

Allora lei lavorava oltre a fare l’atleta professionista?
Non si riusciva a vivere di sola boxe. Ho lavorato come metronotte, muratore, carpentiere. Mi allenavo sempre, portavo il borsone sportivo anche in vacanza. Con i soldi del titolo europeo ho comprato un magazzino per i miei figli perché non volevo facessero la mia vita, ma le cose sono andate male. Oggi ho otto nipoti che però non ho mai conosciuto.

Ha qualche rimpianto?
Quando combattevo aiutavo tutti, firmavo assegni a finti amici, soldi che non sono mai tornati indietro. Ho dato perle ai porci, ecco cosa mi rimprovero. Pensavo ad aiutare gli altri invece di mettere via per me. Ora sono svaniti tutti.

Guarda ancora la boxe in tv?
Alcuni vecchi fan mi mandano i filmati dei miei vecchi incontri, ma non li guardo. Oggi ho altri match da vincere.

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Il Fatto Quotidiano

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