L’Altra posta: Sono uscita dalla chat di classe e il mondo continua a girare comunque
- Postato il 12 giugno 2026
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Il Quotidiano del Sud
L’Altra posta: Sono uscita dalla chat di classe e il mondo continua a girare comunque
La rubrica del Quotidiano… l’Altra Posta: le vostre domande, le nostre risposte… il tema di oggi: Sono uscita dalla chat di classe e il mondo continua a girare comunque
LE VOSTRE DOMANDE ALL’ALTRA POSTA: Sono uscita dalla chat di classe e il mondo continua a girare comunque
Cari voi, sono uscita dalla chat di classe di mia figlia di 7 anni un martedì mattina di ottobre, alle 7.23, quando qualcuno ha scritto «buongiornoooo a tuttiii» con quattro punti esclamativi tre cuoricini e bacetti vari mentre io stavo ancora cercando di ricordare il mio nome. Ho messo il telefono sul tavolo, ho guardato mia figlia mangiare i cereali. Ho pensato: una di noi due deve salvarsi. Ero io e sono uscita. Il primo giorno senza chat di classe è stato come togliersi un elastico dai capelli dopo otto ore. Una specie di sollievo fisico, quasi indecente. Il secondo giorno ho scoperto che esistono le notifiche silenziose. Che avrei potuto semplicemente smettere di guardare, che tecnicamente non dovevo uscire. Che avevo fatto una cosa irreversibile e teatrale quando bastava un gesto molto più piccolo.
Ma ormai ero fuori. La chat di classe è un luogo dello spirito prima ancora che dello schermo. È un posto dove alle 23.15 di un giovedì qualcuno scrive «domani serve la cartellina RIGIDA non quella morbida» e automaticamente siete in quarantotto a fissare il soffitto con la stessa espressione. È il posto dove si discute per trentadue minuti se il regalo di Natale per la maestra debba essere una pianta o un libro, e poi qualcuno propone un buono Amazon e scende il silenzio, come quando si dice una parolaccia a messa. Io in quel posto non ero brava. Rispondevo in ritardo, o non rispondevo, o rispondevo la cosa sbagliata.
Una volta ho scritto “ok” a una raccolta fondi per la gita senza accorgermi che stava ancora circolando una discussione molto seria sulla destinazione. Ho offeso tre madri senza saperlo. Me lo hanno perdonato con una freddezza che mi fa ancora impressione. Amo mia figlia, ma non voglio che la sua scuola diventi la mia comunità obbligatoria. Sono antisociale o semplicemente stanca? Ah ho scoperto che le feste di compleanno esistono ancora anche se non partecipi alla chat. Arrivano gli inviti lo stesso. Non so come. Forse i bambini si parlano ancora di persona, che è una cosa che mi commuove.
La donna che lasciava le chat
LA NOSTRA RISPOSTA
Cara mia donna che lascia chat, come ho scritto in più occasioni non ho figli, quindi le chat di classe sono uno di quegli incubi che mi vengono risparmiati. Ne ho un paio, silenziate da tempo, di fan anziane degli Stray Kids, le “noona” sogno di uscirne almeno quattro volte al giorno, sono un coacervo di confidenze intime e inquietanti di sconosciute tali da aprire abissi in cui Freud avrebbe sguazzato come pesce rosso fuori dalla busta di plastica. Resto perché se tornano in concerto penso mi possano tornare utili. Sono una brutta persona, lo so. Non me faccio un vanto, ma una ragione. Ho un fratello con due figli in età scolare che da subito ha messo in chiaro di non inserirlo in nessuno di questi “campi di pascolamento per ruminanti liberi” tanto sarebbe uscito subito.
Del resto non risponde neanche a quelle di famiglia. È però attivo animatore di quella del calcetto di mio nipote, a riprova che il nostro tempo libero e attenzione derivano dall’interesse. Non da altro. Leggendoti ho pensato, questa donna sta confessando qualcosa che metà dei genitori d’Italia pensa e nessuno dice ad alta voce: «La chat di classe. Ommiddio, la chat di classe!». Quel posto dove alle 22.47 di un martedì qualcuno scrive «domani i bambini devono portare un pennarello verde ACQUA, non verde normale» e tu hai già spento la luce e adesso sei lì, sveglia, a fissare il soffitto chiedendoti se in casa tua esiste il verde acqua o solo il verde normale, che è una cosa completamente diversa, a quanto pare.
Poi ci sono i regalini di fine anno per la maestra, la raccolta fondi per la gita, il commento della mamma di Lorenzo che dice che i compiti sono troppi, il commento della mamma di Ginevra che dice che sono troppo pochi, e tu nel mezzo che non hai nessuna opinione sui compiti perché stai solo cercando di sopravvivere alla settimana. Hai scritto: sono antisociale o semplicemente stanca? Secondo me non sei né l’una né l’altra.
Sei una persona che ha capito una cosa importante, e cioè che avere una figlia di sette anni non significa automaticamente voler entrare a far parte di una comunità con tutte le altre persone che hanno una figlia di sette anni. La genitorialità condivisa ha i suoi valori, certo. Ma la comunità non si sceglie per prossimità scolastica, come non si sceglie una migliore amica perché abita nel tuo palazzo o lavora nella scrivania accanto.
Il senso di colpa di cui parli mi sembra questo, hai paura che il tuo distacco dalla vita sociale della scuola ricada su tua figlia. Che lei paghi la tua insofferenza per il confronto continuo, per i giudizi travestiti da consigli, per quella gara silenziosa che si svolge nei corridoi ogni mattina davanti ai cancelli. Non è così. O almeno, non necessariamente.
Tua figlia ha bisogno che la ami. Che la ascolti quando torna da scuola, che le faccia domande vere, che stia dalla sua parte quando serve e che le dica di no quando serve. Non ha bisogno che tu sia la presidente del comitato genitori o che tu risponda entro dieci minuti alla chat di classe. L’unica domanda che vale la pena farti a mio parere è tua figlia è felice? Ha amici? Si sente sicura? Se la risposta è sì, allora stai facendo il tuo lavoro. Il verde acqua può attendere, serenamente.
LA POSTA DELL’ESTATE
Sull’isola di Awashima, nel Mare Interno di Seto, in Giappone esiste un ufficio postale che accoglie la corrispondenza destinata a chi un indirizzo non lo possiede. Si chiama hyoryu yubinkyoku, l’Ufficio postale alla deriva. È un’installazione artistica che accoglie lettere indirizzate a destinatari sconosciuti o impossibili da raggiungere, come persone defunte o amori impossibili.
Originariamente creato come parte della Triennale d’Arte di Setouchi nel 2013, è diventato un luogo speciale dove le persone possono esprimere emozioni e sentimenti attraverso la scrittura, senza aspettarsi una risposta. È stato creato dall’artista Saya Kubota come parte della Triennale d’Arte di Setouchi del 2013, ma ha continuato a vivere grazie alla passione di Nakata Katsuhisa, che lo gestisce. È un luogo pieno di speranza, dove le persone possono trovare conforto nel condividere le proprie emozioni attraverso la scrittura.
Ecco noi vorremmo diventare, nel battito di ciglia tra l’estate e la sua fine, il vostro ufficio postale, con un indirizzo estate@quotidianodelsud.it. Chiedeteci, scriveteci, pensateci, stupiteci. Vi risponderemo. O almeno ci proveremo.
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