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La volta in cui il popolo di Vanitopoli bocciò la riforma del Grande Libro

  • Postato il 2 aprile 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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La volta in cui il popolo di Vanitopoli bocciò la riforma del Grande Libro

Il regno di Vanitopoli era stato costruito sulle sabbie mobili e le città avevano i confini segnati con l’inchiostro di china. Le leggi più importanti, raccolte in un Libro troppo grande per essere letto tutto d’un fiato, erano custodite all’interno della Torre, nella quale i Misuratori della Giustizia lavoravano senza sosta. Costoro non decidevano il bene e il male, ma pesavano gli atti del Regno, per vedere se combaciassero con le leggi volute da chi governava, preoccupandosi di non superare le righe tracciate nel Grande Libro.

Il Governo di Vanitopoli era rapido, deciso ed amante delle scorciatoie. “Il regno deve correre e chi pesa troppo rallenta l’economia e la realizzazione del bene comune“. Così soleva ripetere la Regina, una donna di straordinaria bellezza, ma anche energica e convinta che per garantire la sicurezza ai propri sudditi chi governava non poteva incontrare troppi intralci sul proprio cammino. Il Gran Visir, custode dei regolamenti e dei decreti, a sua volta, con voce ferma ripeteva: “I Misuratori, con le loro bilance, finiranno per diventare un plotone d’esecuzione! Ogni decisione rischia di essere fermata prima ancora di nascere!.”

Il popolo ascoltava con pazienza e senza scomporsi troppo. Le attese erano lunghe, le pratiche lente, e l’idea di una giustizia che corresse senza trovare ostacoli aveva il fascino di rendere finalmente la vita più facile a tutti.

Fu così che il Gran Visir, che in passato aveva fatto parte della corporazione dei Misuratori, ma che, nonostante ciò, covava verso costoro un certo risentimento per non essere stato mai ascoltato, dopo aver rimuginato a lungo, decise di modificare il Grande Libro, la legge più importante del regno, scritta anni prima per il popolo, con l’intento di riformare la giustizia dei Misuratori. Tutti i consiglieri ed i funzionari del regno furono d’accordo, perché in tal modo avrebbero potuto agire indisturbati, dando conto soltanto ai propri pari.

La nuova legge prevedeva che le bilance sarebbero state accorciate, i pesi alleggeriti, i controlli resi più rapidi. “Non eliminiamo la giustizia,” si sforzo’ di spiegare ai sudditi il Gran Visir; “la rendiamo solo più efficiente e più giusta”.

Il giorno della presentazione, nella piazza delle statue bendate, la Regina parlò con voce ferma. Il popolo applaudì ancor prima di capire fino in fondo cosa sarebbe accaduto. Poi prese la parola il Gran Visir, un uomo dall’aspetto burbero, al quale però non faceva difetto la franchezza.

All’inizio ripeté le stesse frasi: “velocità, efficienza, modernità”. Ma ad un certo punto si fermò. La sua voce si incrinò ed iniziò a tremare, come se una parola non prevista avesse chiesto di uscire. Fu colto da un improvviso attacco di parresia, una parola ormai bandita dal regno e considerata dal Governo una malattia grave e da debellare, al punto che non aveva trovato posto nella nuova legge. “C’è un vantaggio ulteriore,” disse, guardando questa volta negli occhi, non la Regina, bensì il popolo. “Questa riforma non servirà solo a governare meglio oggi. Servirà a tutti i governi che verranno. Perché, alleggerendo i controlli, i Misuratori della Giustizia non staranno più accanto al Libro, ma sotto il trono della Regina. E da lì non controlleranno più il governo del Regno, ma ne seguiranno gli ordini”. Nella piazza cadde un silenzio innaturale, che sembrava trattenere il respiro del regno.

La Regina intervenne subito: “Il custode della giustizia si è espresso male! Intendeva dire che i controlli saranno più armonizzati, più collaborativi e non si ripeteranno più gli errori del passato”. Ma il Gran Visir scosse la testa. “No! Intendevo dire esattamente questo: che il controllo non potrà più fermare chi vuol garantire la sicurezza contro i nemici del popolo. Inoltre, chi esercita il potere troverà meno resistenza. Il futuro sarà più comodo e radioso, ma solo per chi governa.”

Le parole, una volta uscite, non tornarono più indietro. Si posarono tra la folla come polvere visibile alla luce.

Il popolo cominciò a mormorare. Non si parlava più di velocità, ma delle conseguenze che la riforma del Grande Libro avrebbe avuto nei confronti dei Misuratori della giustizia: la loro posizione non sarebbe stata più sopra o accanto al trono, ma sotto di esso. Qualcuno ricordò che i Misuratori non avevano mai governato, ma, al massimo, impedito che il governo uscisse dai margini del Libro. Un vecchio cartografo, nel tirare fuori una mappa, si avvide che con questa legge le linee dei confini sarebbero state cancellate. “Se togli i contorni,” disse, “non rendi il disegno più libero. Lo rendi informe. E chi tiene la matita si muove a suo piacimento e facilmente può uscire fuori dai margini”.

La folla, che prima applaudiva, ora si stringeva pensosa, domandandosi: chi dovrà misurare coloro che stanno al governo? La Regina tentò ancora una volta di parlare, ma, dopo il discorso del Gran Visir, ogni frase evaporava immediatamente e si perdeva, come un’eco che non riesce a cambiare il suono originale.

Allora accadde una cosa che tutti all’inizio non avevano previsto: la riforma del Grande Libro fu bocciata dalla maggioranza del popolo, che non poteva accettare che si mettesse in discussione la legge scritta con il sangue dei propri avi. I regnanti di Vanitopoli impararono che le leggi sulla giustizia non si giudicano dalle promesse di velocità, ma dalla direzione in cui spostano il peso delle decisioni: se verso il popolo o verso il Trono.

Da quel giorno nella Torre le bilance rimasero imperfette e lente, ma continuarono a stare in alto, dove potevano guardare l’orizzonte. E in fondo al Grande Libro qualcuno annotò: “Quando chi deve misurare la giustizia non siede accanto al trono ma scende al di sotto, la giustizia smette di pesare e comincia a pendere da una parte sola”.

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Il Fatto Quotidiano

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